La chirurga Małgorzata Nowosad si è specializzata e ha lavorato con la figlia sempre al suo fianco. Quando la chiamavano di notte per “presentarsi immediatamente in ospedale”, la tirava giù dal letto in fretta e furia e andava in reparto con la piccola ancora mezza addormentata. Quando era in sala operatoria, le infermiere si occupavano della bambina per ore. La scrittrice Ludwika Włodek sottolinea che continua ad accompagnarla la sensazione di non essere una madre abbastanza brava, perché dedica poca attenzione ai figli. Ha anche sensi di colpa: capita che la vita professionale le dia più soddisfazioni di quella familiare: “Qualcuno ti fa i complimenti per un buon testo o una trasmissione interessante, qualcuno candida il tuo libro a un premio. Le madri, invece, anche se crescono i figli al meglio delle loro possibilità, spesso ricevono solo rimproveri”.
Raramente un datore di lavoro accetta che una madre si presenti in azienda con il proprio figlio, e con riluttanza garantisce orari di lavoro flessibili. Il rapporto pubblicato nel 2024 dall’Istituto di previdenza sociale polacco (Zus) e dalla fondazione Share the care sulla situazione delle madri nel mercato del lavoro restituisce un quadro decisamente amaro: il tasso di occupazione delle donne senza figli in Polonia è del 73 per cento; fra chi ha un figlio in età prescolare scende di quattro punti percentuali; se i figli sono due o più arriva solo al 56 per cento. Oggi le polacche godono di molte più tutele rispetto all’epoca del comunismo (allora, dopo la nascita di un figlio, c’era solo un congedo di tre mesi e non esistevano prestazioni sociali come l’800 plus, l’assegno unico polacco), ma faticano comunque a conciliare lavoro e cura dei figli.
Molte aziende continuano a considerare un figlio un ostacolo all’adempimento dei doveri professionali. E anche se in Polonia il divario salariale di genere è tra i più bassi d’Europa (tra l’8 e il 10 per cento), il rapporto di Zus e Share the care indica che una volta diventate madri le donne guadagnano meno degli uomini che fanno lo stesso lavoro.
Su di loro ricadono anche maggiori responsabilità domestiche, soprattutto la cura (non pienamente retribuita) di un figlio malato. Di conseguenza le donne, che vanno in pensione cinque anni prima degli uomini, hanno un trattamento pensionistico inferiore di quasi il 30 per cento. Non solo: il 30 per cento delle donne con figli tra uno e nove anni non lavora affatto.
“La gravidanza ha interrotto la mia carriera”, dice Kamila, 40 anni, che subito dopo l’università ha cominciato a lavorare in una multinazionale. Nel suo team c’erano solo donne, tutte senza figli. Dopo alcuni anni Kamila ha avuto una promozione importante. Quando a 33 anni è rimasta incinta, ha nascosto la gravidanza per le prime settimane. Tuttavia, il malessere – nausea e sonnolenza – l’ha costretta a “confessarlo” alla sua superiore, che ha commentato: “Be’, hai aperto il vaso di Pandora. Ora si comincia, partorirete tutte”. E poi ha aggiunto: se dopo il parto avesse voluto tornare al lavoro, avrebbe ricoperto una posizione inferiore con uno stipendio più basso. Kamila inizialmente ha accettato, ma dopo ha trovato un altro impiego, meno prestigioso. Oggi il suo stipendio è nella media, ma riesce a conciliare il lavoro con la famiglia.
Il momento peggiore è la stagione delle malattie, tra settembre e maggio
Senso di colpa
Le donne dicono che il momento peggiore è la stagione delle malattie, tra settembre e maggio. In quel periodo uno dei genitori (raramente il padre) deve assentarsi dal lavoro. Wiktoria è ai vertici nella sua azienda e in certi giorni “semplicemente non può mancare”. Tuttavia, proprio quando doveva presentare un rapporto importante, suo figlio si è ammalato. “Aveva il naso che colava, vedevo che stava male, ma gli ho dato una forte dose di antipiretico e l’ho accompagnato all’asilo, perché mio marito era in trasferta. Quindi mi sono precipitata in ufficio”, racconta Wiktoria. Contava i secondi che mancavano alla fine della riunione e, mentre esponeva il rapporto, le tremavano le mani perché il telefono continuava a vibrare nella borsa. Chiamavano dall’asilo per dirle di venire a prendere il bambino. “Sapevo che andare al lavoro era stata la scelta sbagliata. Ho fatto soffrire mio figlio e ho esposto gli altri bambini al rischio di contagio”, ammette Wiktoria.
Molte aziende cercano di non assumere le madri, preferendo collaborazioni con partita iva. Molte donne accettano perché questo gli dà più flessibilità per conciliare il lavoro con le faccende domestiche. Ma allo stesso tempo dà anche meno tutele sociali.
Magdalena è una filologa e fa traduzioni per un’azienda. Inoltre, insegna in un’università di Cracovia. Lo scorso inverno, per diverse sere di fila, ha preparato brodo, zuppa di pomodoro, pierogi e cotolette da congelare. Voleva avere alcuni giorni da dedicare solo al lavoro, perché doveva assegnare i voti di fine semestre e chiudere il trimestre con la contabile. I suoi due figli avrebbero dovuto andare all’asilo e, all’uscita, restare con la baby sitter. Il marito di Magdalena (un informatico) fa ogni giorno gli straordinari per non perdere il posto. “Una sera ho notato che mio figlio aveva la fronte che scottava ed era debole. Si è rannicchiato su di me e io ho cominciato a piangere, perché sapevo che i miei piani erano andati in fumo”, ricorda. L’indomani, mentre aspettava che il pediatra visitasse il bambino, il suo telefono squillava senza sosta, anche se aveva avvisato che sarebbe stata assente. Dopo la visita, ha letto una serie di messaggi pieni di rimproveri e si è sentita in colpa, anche se non aveva fatto niente di male. “Era come se fosse stata emessa una sentenza. Sapevo che nei giorni successivi non avrei potuto occuparmi del lavoro e che non avrei dormito a causa della malattia del bambino e del mio stress. Mi avrebbero chiamato studenti, clienti e colleghi. E avrei recuperato il lavoro arretrato di notte, quando non sto con il bambino”.
Ridurre le ore di sonno, però, non è facile per madri cronicamente esauste. Molte di loro, a causa della prolungata esposizione alla dannosa luce blu dei computer, soffrono di insonnia. È il caso di Kamila, madre di tre figli. Appena cerca di chiudere gli occhi, nella sua testa parte un turbine di pensieri: come conciliare la riunione a scuola di mio figlio con le attività extra di mia figlia? Cosa cucino per pranzo? Come vesto mio figlio per il ballo? Maja, medica, dice che per mancanza di tempo è dovuta diventare un’esperta di multitasking: coniuga il lavoro in ospedale con lo studio per l’esame di specializzazione e la cura di due bambini. “Non c’erano posti in cui lavorare. Capitava che con una mano tenessi un corposo manuale e con l’altra mescolassi la zuppa. E quando mio figlio diventava impaziente, lo prendevo in braccio, per poi rimetterlo giù poco dopo e tornare a cucinare e a studiare”. Molte alla fine escono dal mercato del lavoro: ecco perché rappresentano il 78,7 per cento dei polacchi con la pensione minima.
Secondo le associazioni che si occupano dei diritti delle donne, il mercato del lavoro non pensa alle esigenze delle madri. Non tiene neanche conto del fatto che un bambino su dieci nasce prematuro e che i figli possono anche rientrare nello spettro autistico o convivere con una disabilità. È il caso di Jadwiga, una dottoressa che lavora in terapia intensiva. Passava il tempo con la sua bambina – nata al sesto mese di gravidanza – tra una visita specialistica e l’altra. Di notte metteva la piccola in macchina, accanto al sedile del conducente posava un thermos di caffè e percorreva anche centinaia di chilometri per andare a una visita o a un ciclo di riabilitazione.
Qualcuno però potrebbe dire che oggi la vita delle donne è più facile, perché la crisi demografica ha fatto aumentare il numero di posti negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia. Negli ultimi anni, inoltre, gli uomini sono più coinvolti nella cura dei figli: se un tempo vedere un padre con il passeggino era l’eccezione, oggi è normale. I padri cambiano i pannolini, danno da mangiare, cucinano. Tuttavia, sono ancora poco propensi a prendere il congedo di paternità retribuito: nel 2024 ne hanno usufruito tre volte di meno rispetto alle madri. Dal rapporto di Zus e Share the care emerge che le donne dedicano alla cura dei figli il triplo del tempo rispetto agli uomini.
Dorota era consapevole che la sua carriera non sarebbe decollata se non fosse rientrata al lavoro subito dopo la nascita del figlio. Ha deciso di tornare in ufficio e, dato che anche suo marito lavorava a tempo pieno, si occupava del figlio una tata. Sentiva di dover stare con il piccolo, ma sapeva che se si fosse fermata con il lavoro non avrebbe mai ottenuto una promozione. ◆ sb
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Questo articolo è uscito sul numero 1669 di Internazionale, a pagina 98. Compra questo numero | Abbonati