Un indigeno yanomami è prima di tutto un signore gentile e premuroso con i turisti che partecipano al Projeto Yaripo, per riaprire la scalata verso il Pico da Neblina. Ma è anche altezzoso, distante. Inoltre uno yanomami è quasi irraggiungibile, proprio come la montagna. Chi pensa che gli yanomami siano persone arretrate o feroci, come sostiene l’antropologo statunitense Napoleon Chagnon, avrà la possibilità di cambiare idea scalando insieme a loro la cima più alta del Brasile. I primi turisti arriveranno tra il 2018 e il 2019, dopo che saranno fatte alcune migliorie al tracciato.

La foresta fitta, caratteristica dell’Amazzonia, è piena di radici scivolose, pozzanghere, pietre appuntite e corsi d’acqua. Piove e fa molto caldo. A São Gabriel da Cachoeira, la città più vicina, la temperatura media è 26 gradi e in un anno le piogge superano i tremila millimetri. Non è una camminata facile né dal punto di vista fisico né da quello psicologico, ma per affrontarla bastano un po’ di preparazione e spirito d’avventura. Per chi riesce ad arrivare alla vetta la ricompensa è enorme perché lassù lo spettacolo è unico. Ma per raggiungere la cima ci vuole per forza l’aiuto degli yanomami.

La montagna è chiamata dagli yanomami Yaripo, che significa monte del vento. Noi, però, arriviamo in vetta al Pico da Neblina il 21 luglio, in una giornata senza vento e molto calda. A 2.995 metri d’altitudine ci sono 21 gradi. Da lassù si vedono il Pico 31 de março (2.974 metri), la seconda vetta del paese, e la pianura venezuelana.

Il sentiero d’accesso si trova sul versante brasiliano: 36 chilometri a piedi con un dislivello di più di 2.900 metri da percorrere in cinque giorni di cammino. Per scendere ci vogliono otto giorni. Il percorso è tutto in territorio nella Terra Indígena Yanomami, che ha una superficie di 96.7oo chilometri quadrati (poco più del Portogallo), di cui circa 11.300 si sovrappongono al Parco nazionale del Pico da Neblina (22.500 chilometri quadrati).

Dal 2003 il percorso è chiuso. Gli yanomami avevano deciso che non avrebbero più tollerato l’invasione delle loro terre da parte dei gruppi organizzati portati lì dalle agenzie di viaggio. Persone che raggiungevano il Pico da Neblina senza il permesso della Fundação nacional do índio (Funai), l’ente brasiliano per la protezione dei popoli indigeni e delle loro terre, e dell’istituto Chico Mendes per la conservazione della biodiversità (Icmbio).

La spedizione

Il Pico da Neblina è in testa alla lista dei desideri di turisti avventurieri come Silvio Alpendre, 57 anni. Insieme a due amici, nell’ottobre del 2016, ha accettato l’invito a scalare la montagna ricevuto da un colonnello in pensione della polizia militare dell’Amazzonia, che sosteneva di aver organizzato già tutto con gli yanomami. Pensava di essere in buone mani, ma non era così. “In realtà poi si è scoperto che il colonnello aveva organizzato una specie di invasione”, ricorda Alpendre. Arrivati a Maturacá, nella notte, si sono ritrovati davanti i soldati. Che ci facevano lì? L’ufficiale della polizia militare li ha informati che sarebbero arrivati alla vetta e che avevano organizzato tutto con Júlio Goes, uno yanomami molto influente.

Il giorno dopo il gruppo ha percorso il sentiero per quaranta minuti, poi i militari li hanno raggiunti per dirgli che c’erano due barche piene di yanomami con spingarde e borduna (un’arma indigena) che procedevano verso di loro. Sarebbe stato più prudente tornare indietro. Arrivati a Maturacá, i turisti hanno scoperto che il mattino dopo ci sarebbe stata una riunione per decidere il loro destino. Quando sono arrivati alla palestra della missione salesiana nei pressi di Ariabu sono stati insultati dai leader locali.

Dopo giorni passati con lo sguardo fisso al suolo, misurando ogni passo sul terreno accidentato, davanti a noi si è aperto un panorama grandioso

Gli yanomami hanno deciso con una votazione che il gruppo avrebbe avuto il permesso di tornare a São Gabriel da Cachoeira. I turisti hanno perso i soldi dei biglietti aerei e quelli pagati al colonnello per il cibo e i portatori. Non avrebbero potuto scegliere momento peggiore per entrare senza autorizzazione nella terra indigena.

Luiz Capovila ha tirato un sospiro di sollievo quando il walkie-talkie ha trasmesso la voce di Salomão Mendonça Ramos, coordinatore del Projeto Yaripo, all’interno dell’Associação Yanomami do rio Cauaburis e Afluentes (Ayrca), che parlava da Maturacá.

È il quarto giorno della spedizione. Il gruppo ha superato la foresta e si trova a duemila metri di altitudine vicino al campo base, circondato da un mare di bromelie. Intorno il panorama maestoso del massiccio del Montila. Capovila deve testare un sistema provvisorio per comunicare in vhf con il villaggio. Il piano è quello di portare entro il 2019 i turisti al Pico da Neblina, e naturalmente non può mancare un sistema radio.

Della spedizione, a cui partecipo come giornalista della Folha, oltre a Capovila fanno parte anche Nelson Brügger, della Confederação brasileira de montanhismo e escalada. Il suo compito è valutare il grado di difficoltà di alcuni passaggi. Ora in quei punti sono sistemate delle corde, ma prima dell’inaugurazione del percorso andranno costruiti dei gradini in metallo. Dopo aver esaminato il tracciato, Brügger dice che serviranno 58 gradini.

La nostra guida Tomé Fonseca, 42 anni, dirige un gruppo di tredici yanomami, ognuno dei quali regge un jamanxin (un cesto che si porta come uno zaino) da 35 chili. Sono ragazzi tra i venti e i trent’anni sempre disposti a caricarsi altri pesi per alleggerire i visitatori poco allenati alla fatica. Molti tengono del tabacco pestato con cenere e avvolto nel cotone tra il labbro inferiore e la gengiva. È il pee, un’usanza quasi universale da queste parti.

L’espressione “mare di bromelie” è metaforica, ma è legata alla realtà perché sotto la massa di vegetazione c’è molta acqua. Entrambe si accumulano sopra lo strato di roccia impermeabile e danno origine alla palude che molti componenti del gruppo eleggono come peggior tratto del percorso. Alcuni dei pochi alberi presenti hanno delle radici aeree per ancorarsi al suolo inaffidabile. Dopo questa specie di pantano il sentiero si riempie di pietre, alcune vagamente rosate. Ci sono grandi conglomerati di roccia sedimentaria composti da molti ciottoli, che evidentemente hanno passato molto tempo sommersi o lavorati dall’acqua dei fiumi, magari qualche miliardo di anni fa.

La casa degli spiriti

Informazioni pratiche

◆ Arrivare e muoversi São Gabriel da Cachoeira è la base ideale per cominciare l’escursione verso la vetta del Pico da Neblina. La cittadina brasiliana si trova a nord, vicino ai confini con la Colombia e il Venezuela, e si può raggiungere in aereo solo da Manaus. Un volo dall’Italia per Manaus (Delta, Tap, Klm) parte da 1.107 euro a/r. Si può arrivare a São Gabriel da Cachoeira anche in barca, sempre da Manaus, navigando il rio Negro. Il percorso è suggestivo ma ci vogliono quattro giorni. Se si vuole organizzare un’escursione sul Pico da Neblina conviene contattare un’agenzia di viaggi a Manaus.

◆ Usanze Prima di scattare foto nei territori indigeni è meglio chiedere il permesso.

◆ Dormire A São Gabriel da Cachoeira ci sono solo tre alberghi: l’Hotel Praiano (0055 92 471 1103), il Kings Island (0055 92 622 4144) e la Pousada Pico (0055 97 9168 0047) che offre una doppia per 70 real a notte (20 euro). daNeblina

◆ Leggere Yurij Castelfranchi, Amazzonia, Laterza 2004, 9 euro.

◆ La prossima settimana Viaggio all’isola di Aruba, nel mare Caraibico. Ci siete stati? Avete consigli da dare su posti dove dormire, mangiare, libri? Scrivete a viaggi@internazionale.it.


Gli yanomami fanno da guide e portantini per i turisti senza autorizzazione e ricevono un terzo del pagamento previsto dal Plano de Visitação, minimo mille real (260 euro). A volte accompagnano anche ricercatori che sperano di trovare nuove specie di uccelli, rettili e insetti. Altri di loro invece trasportano materiale per i cercatori d’oro irregolari. A volte sono proprio gli indigeni ad armeggiare con setacci e altri macchinari.

Adorano la Yaripo perché sono convinti che sia la casa di molti spiriti. Alcuni non vogliono che le donne arrivino in cima perché lo considerano un territorio maschile, degli sciamani. Questa tradizione è combattuta da Kumirayoma, l’associazione di donne presente nei villaggi yanomami di Maturacá e Ariabu. Nella spedizione precedente una donna dell’associazione, Maria de Jesus Yanomami, è diventata la prima yanomami a raggiungere la vetta del Pico da Neblina. Donne e uomini che si avventurano lungo il sentiero devono prepararsi alla mancanza di privacy. Non ci sono bagni, solo la vegetazione a nascondere chi si accovaccia. Nel fiume ci si bagna sempre con qualche vestito addosso. La nudità non è ben vista in questa regione fortemente influenzata dai padri salesiani.

Gli spazi pianeggianti per accamparsi sono piccoli. Le amache sono lontane pochi centimetri l’una dall’altra, sotto un telone di 7 metri per 4 che spesso funziona anche da tetto ed è di colore verde per evitare che l’accampamento dei turisti sia confuso con quello dei cercatori d’oro, che è giallo. Gli yanomami dormono in accampamenti più piccoli, a fianco di quello principale. La cucina è un fuoco a cielo aperto. La tavola è un telone piegato e appoggiato per terra, o una composizione di foglie di alberi simili ai banani (che possono anche servire per avvolgere gli alimenti da cuocere alla brace, la tecnica yanomami haro-haro).

La base del menu (un solo pasto al giorno alla fine della camminata) è composta da farina di manioca e riso con fagioli, alimento indispensabile per i portatori, che sono disposti a caricarsi una padella a pressione da dodici litri.

La mancanza di generi di conforto e la fatica dell’ultima camminata (mille metri di dislivello in quattro ore) vengono subito dimenticate appena si arriva in vetta. Dopo quattro giorni passati con lo sguardo fisso in basso, misurando ogni passo sul terreno accidentato, davanti a noi si apre un panorama grandioso, con pareti a strapiombo che partono da un piccolo altopiano.

Anche nella foschia che va e viene, la visione della vasta foresta amazzonica riempie gli occhi di luce, di verde e di lacrime. Il versante della Yaripo rivolto verso il Venezuela è quasi verticale, un abisso che lascia tutti attoniti e consapevoli della propria piccolezza. Festeggiamo con acqua, cioccolato e spiedini di carne secca. Poi abbracci, foto di gruppo e i saluti per la telecamera del drone, probabilmente il primo nella storia a decollare sul Pico da Neblina. In questa spedizione non c’è nessuna donna yanomami, un’assenza di cui si discuterà all’assemblea per eleggere il direttorio dell’Ayrca, due giorni dopo il ritorno del gruppo a Maturacá.

Julie Klinger, dell’Università di Boston, è stata invitata dalle dirigenti dell’associazione Kumirayoma a parlare dell’importanza delle donne nella spedizione. Per prima cosa ha raccontato che si trova qui, dopo aver deciso di appoggiare il Projecto Yaripo, solo perché ha guardato un video sulla spedizione pionieristica in cui Maria de Jesus arrivava alla vetta. La presenza femminile poi è un elemento che aiuta a ottenere finanziamenti per escursioni come questa.

Spartire il denaro

L’Università di Boston, spiega Klinger, si adegua alle direttive delle Nazioni Unite che considerano la parità tra uomini e donne strettamente legata al concetto di sviluppo sostenibile, e quindi sostengono la partecipazione attiva delle donne. “Non solo come cuoche, ma come portatrici e guide”. Inoltre le donne della comunità locale aiutano le turiste in situazioni che riguardano l’igiene e la salute (come cercare le zecche sul corpo). Senza la garanzia del coinvolgimento completo delle yanomami – come prevede del resto il Plano de Visitação concordato tra le comunità, l’Icmbio e la Funai – l’appoggio statunitense a spedizioni future potrebbe essere a rischio.

L’idea degli uomini yanomami che solo loro possono reggere il peso degli jamanxin fa arrabbiare le donne, che riescono a portare dalla foresta a casa cesti di manioca o di legna che arrivano a pesare anche cinquanta chili. In realtà in ballo c’è il denaro, che gli uomini preferiscono spartirsi con parenti e alleati politici. Permettere alle donne di partecipare farebbe solo aumentare il numero di persone con cui bisogna dividere i soldi.

Gli indigeni yanomami rispettano la tradizione dove signori e signore (waro e suwe) occupano spazi molto diversi nella società. Per esempio, non c’è spazio per le donne quando si vuole aspirare il paricá, una specie di tabacco che permette ai pata (anziani) di contattare l’altro mondo e parlare con gli spiriti che abitano la Yaripo. Tocca a loro negoziare il benessere dei napëpe (persone non yanomami) che osano arrampicarsi sulla montagna, in un rituale che emoziona molto i visitatori stranieri. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1230 di Internazionale, a pagina 74. Compra questo numero | Abbonati