Di tutte le situazioni in cui ci si può trovare nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) – un paese lacerato dai conflitti, infestato dalle milizie e devastato dalla povertà – forse questa è la più improbabile. Sono sdraiato a pancia in giù con il fiatone, a circa duecento metri dalla vetta avvolta dalla nebbia della terza montagna più alta dell’Africa. Al mio fianco si spalanca la minacciosa lingua turchese di un vasto crepaccio. Reggendomi precariamente in equilibrio grazie ai ramponi, vedo precipitare il ghiaccio nell’abisso. Dopo sei ore di durissima scalata, cominciata all’alba, sono esausto, incapace di mettere due passi in fila senza che il cuore palpitante, i polmoni affamati di ossigeno e le gambe tremanti mi costringano a fermarmi.
Non posso chiamare i soccorsi. Nessun elicottero può atterrare in questo terreno vertiginoso tra rocce, neve e nuvole. I soccorsi più vicini sono a giorni di cammino. Matt Barratt, un alpinista britannico originario dell’isola di Skye a cui sono legato con una corda, cerca di convincermi a fermarmi. Anche se arrivo in cima, mi avverte, non avrò la forza di scendere: “Stai giocando con la tua vita”. Ma Alexis Paluku, una guida congolese, mi sprona a proseguire: “Coraggio, manca pochissimo”. Me ne sto lì ansimante, tormentato dall’indecisione, intrappolato in un mondo freddo, ostile e in bianco e nero, migliaia di metri sopra le foreste verdi e lussureggianti dell’equatore.
Sono già stato in Congo nel 2014, quando dopo vent’anni di conflitto quasi costante è stata riaperta al pubblico la parte meridionale del Virunga, il parco nazionale più antico dell’Africa. Per fortuna proprio in quella zona ci sono due delle grandi attrazioni del parco: i trecento gorilla di montagna, quasi un terzo degli esemplari superstiti nel mondo, e il cratere del vulcano Nyiragongo, al cui interno ribolle e zampilla il più grande lago di lava del pianeta.
Le cose sono cambiate
Già allora avevo sentito parlare della terza meraviglia del Virunga: le misteriose cime innevate dei monti Rwenzori, nel nord del paese, le famose “montagne della Luna” che 1.800 anni fa Tolomeo identificò come la sorgente del Nilo. L’esistenza dei monti Rwenzori (i signori della pioggia), costantemente oscurati dalle nuvole, fu confermata dagli esploratori europei solo nel 1888, quando li avvistò l’esploratore britannico Henry Morton Stanley. Nei suoi diari, Stanley scrive che un giovane del posto gli indicò “una montagna che si diceva fosse coperta di sale. Seguendone la forma verso il basso, mi accorsi che quella che stavo guardando non era l’immagine o la sembianza di una grande montagna, ma la materia solida di una montagna vera”. Stanley si meravigliò: “In uno degli angoli più oscuri della terra, perennemente avvolto dalla foschia, cupo sotto nubi eterne, circondato dalle tenebre e dal mistero, era nascosto fino a oggi un gigante tra le montagne”.
Diciotto anni dopo Luigi Amedeo di Savoia-Aosta, il duca degli Abruzzi, assistito da 150 portatori, fu il primo a scalare il monte Stanley (5.109 metri), il più alto della catena e il terzo più alto dell’Africa dopo il monte Kenya (5.199) e il Kilimangiaro (5.895). Da allora gli scalatori sono stati pochissimi. A cavallo del confine tra la Rdc e l’Uganda, i Rwenzori – oggi dichiarati patrimonio dell’umanità dall’Unesco – sono stati esplorati solo dai più intrepidi per gran parte degli ultimi cinquant’anni a causa delle guerre e dei disordini nell’uno o nell’altro paese. Ma le cose sono cambiate.
Da un po’ di tempo nella Rdc regna una fragile pace e nel 2017 le autorità del Virunga hanno riaperto l’unico sentiero che porta sul monte Stanley dal versante congolese, più secco e meno battuto dei percorsi ugandesi. Il tracciato è stato rifatto, i rifugi sono stati ristrutturati e le guardie forestali sono state addestrate come guide alpine. È così che un sessantunenne in discreta forma ma digiuno di montagna come me è riuscito ad arrivare quasi in cima insieme al simpatico ma severo Barratt. Citando i rischi legati alle condizioni meteorologiche, all’altitudine, agli infortuni e alla stanchezza, mi dà il 50 per cento di possibilità di successo.
La spedizione è partita sotto cattivi auspici quando uno zaino pieno di attrezzature non è arrivato a Kigali, la capitale del Ruanda. Abbiamo proseguito in taxi fino al confine congolese e abbiamo passato la notte a Goma. La mattina dopo abbiamo sorvolato la vasta distesa verde del Virunga su un bimotore a 18 posti e siamo atterrati su una pista di terra battuta a Beni.
Lo snello e sorridente Paluku ci ha accompagnato alla stazione della guardia forestale nel villaggio di Mutwanga, dove abbiamo incontrato Syaira Baudowin, il presidente dell’associazione locale dei portatori e il primo africano a scalare il monte Stanley, nel 1969. Abbiamo ingaggiato dieci suoi uomini per 10 dollari al giorno ciascuno. Erano bassi e tozzi, appartenevano alla tribù bakonzo. Li abbiamo osservati con ammirazione mentre si caricavano in spalla borse piene di cibo e attrezzature e si legavano strisce di corteccia sulla fronte.
Appesi alle pareti dell’ufficio di Paluku c’erano una mappa dei Rwenzori risalente all’epoca della colonizzazione belga e alcune foto sbiadite di vecchie spedizioni. Paluku ci ha prestato una guida del 1972 e ha ammesso che delle quindici persone che nel 2017 avevano provato a scalare il monte Stanley solo tre avevano raggiunto la cima. Nel pomeriggio ci siamo messi in marcia. Paluku e un’altra guardia forestale avevano in spalla fucili Ak-47 per proteggerci dai guerriglieri e i portatori impugnavano i machete per farci strada tra la vegetazione.
◆Arrivare e muoversi Il prezzo di un volo per Kigali dall’Italia (Egyptair, Kenya Airways) parte da circa 650 euro a/r. La compagnia aerea Busy Bee vola da Goma a Beni.
◆**Natura **Il parco nazionale di Virunga è una delle aree con maggiore biodiversità del pianeta. È famoso per ospitare la più numerosa popolazione di gorilla di montagna al mondo. Fondato nel 1925, ha resistito a decenni di conflitti armati nella zona.
◆**Escursioni **Secret Compass organizza gite nel parco nazionale di Virunga che comprendono l’avvistamento dei gorilla ed escursioni sul vulcano Nyiragongo e sui monti Rwenzori, compresa la scalata sul monte Stanley. Il sito è secretcompass.com. I viaggiatori indipendenti possono rivolgersi al parco nazionale di Virunga (visitvirunga.org) per avere visti, permessi e guide.
◆Leggere Dian Fossey, Gorilla nella nebbia, Apice Libri 2017, 13 euro.
◆La prossima settimana
Viaggio sui Pirenei nella stagione invernale. Siete stati sui monti al confine tra Spagna e Francia? Avete consigli da dare su posti dove dormire e mangiare o su libri da leggere? Scrivete a
Come in una fiaba
Una pista stretta e non segnalata ci ha portati fino alle pendici dei Rwenzori, che svettavano minacciosi infilandosi in un banco di nuvole nere. Abbiamo attraversato campi di sorgo e cassava, mais e fagioli, caffè, cacao e vaniglia, incrociando bambini vestiti di stracci davanti a capanne di fango e donne con fasci di legna sulla testa. Sono state le ultime persone che abbiamo visto per i successivi otto giorni.
Abbiamo attraversato una giungla afosa tra alberi, liane, rampicanti, felci, funghi e uccelli esotici e abbiamo guadato i torrenti su tronchi d’albero. Sudati fradici, siamo arrivati al primo rifugio, Kalonge, quando era giù buio. Il rifugio era asciutto e pulito, con caminetto, materassi, tavolo e sedie, e una serie di avvertimenti sul mal di montagna. Abbiamo consumato il nostro primo pasto reidratato e siamo andati a dormire.
Nei due giorni successivi siamo saliti fino a quattromila metri. La temperatura è precipitata. L’aria è diventata rarefatta e ci siamo fermati spesso per riprendere fiato. Non c’erano molti animali a distrarci. Abbiamo sentito i versi di scimmie e scimpanzé e abbiamo incontrato feci di leopardo, ma a parte un’antilope in lontananza, non abbiamo visto altro. Il paesaggio, però, era sbalorditivo. Dalla giungla siamo passati a una foresta di bambù, poi a piante di erica che sembravano uscite da un libro di Tolkien, e infine ci siamo ritrovati in un paesaggio preistorico di lobelie appuntite.
Abbiamo arrancato con gli scarponi che affondavano nel fango. Siamo passati sotto gallerie di muschio punteggiate di orchidee rosa e attraversate da radici contorte. Abbiamo ammirato paesaggi spettrali di cespugli carichi di fiori bianchi avvolti dalla foschia. Il terreno ricco e le precipitazioni intense hanno dato vita a una vegetazione talmente prodigiosa che ci sentivamo come Gulliver a Brobdingnag, un’impressione che si rafforzava guardando le maestose valli ricoperte di nuvole ai nostri piedi.
Sono anche successe cose fantastiche. Il terzo giorno la borsa smarrita di Barratt si è materializzata grazie a una staffetta di portatori provenienti da Mutwanga. Abbiamo passato il quarto giorno nel rifugio di Kiondo (4.200 metri) in mezzo a una nebbia fitta e umida. Barratt mi ha fatto un corso accelerato su corde, ramponi e rompighiaccio, e nel pomeriggio abbiamo scalato una vetta poco impegnativa di nome Wasuwameso.
Qui è successa un’altra cosa incredibile. La nebbia si è diradata svelando una fila di cime aguzze e ghiacciai che incombevano su di noi, tra cui Alexandra, la più bassa delle due cime dello Stanley, con la punta della Margherita, la cima più alta, che faceva capolino da dietro. Presto sono sparite, ma questo assaggio mi ha riempito di stupore e inquietudine. Erano come sirene che ci attiravano, sfidandoci a proseguire. La notte, sotto un firmamento illuminato di stelle, abbiamo osservato un maestoso temporale che si abbatteva sulle pianure sotto di noi.
Il giorno dopo abbiamo alleggerito i bagagli, congedato metà dei portatori e aggirato l’ampia e ripida scarpata del Wasuwameso. Dall’altra parte abbiamo attraversato un bosco fiabesco di senecioni giganti e una successione di laghi – Noir, Vert, Gris e Blanc – per ritrovarci in un paesaggio lunare di rocce nere lasciate scoperte dal ghiacciaio che si sta ritirando. Nonostante i pochi visitatori, i Rwenzori sono vittime del riscaldamento globale causato dagli esseri umani: si prevede che entro il 2025 tutti i ghiacciai della catena si scioglieranno.
Alla fine abbiamo raggiunto l’ultimo rifugio, il Moraine, una specie di capanno con i nomi dei precedenti scalatori scarabocchiati sulle pareti. Già da un po’ soffrivo di mal di montagna. Avevo un leggero mal di testa, lo stomaco chiuso e una forte insonnia. Ci siamo alzati alle 2,30 del mattino, abbiamo bevuto una tazza di tè e ci siamo infilati in silenzio le tute termiche, gli impermeabili, i caschi e le imbracature. Un’ora dopo Barratt, Paluku e io ci siamo incamminati al freddo e al buio. Con le torce ci siamo orientati in mezzo a una distesa rocciosa. Abbiamo scalato una gola stretta e piena di sassi, a tratti così ripida che abbiamo dovuto issarci con le corde. All’alba abbiamo raggiunto il ghiacciaio West Stanley, abbiamo tirato fuori i punteruoli da ghiaccio e ci siamo infilati i ramponi. Paluku è andato avanti in cerca di crepacci e Barratt mi urlava istruzioni alle spalle. Io mi arrampicavo sulla parete di ghiaccio, sempre più stanco. A un certo punto mi sono accorto che eravamo passati in Uganda, dove c’era l’ascesa finale e la pendenza era meno dura. Oltre una distesa di roccia liscia e nera, siamo arrivati al ghiacciaio Margherita, dove ho avuto il mio momento di crisi.
Dopo un’ora di ascesa lenta e straziante, in cui ogni passo era uno sforzo erculeo, ho accettato i consigli di Barratt e ho ammesso la sconfitta. Il suo gps diceva che eravamo a 4.913 metri: ne mancavano 196 alla vetta. Paluku, però, mi spronava a continuare. Ho pensato al fallimento, all’onta di dover dire ad amici e parenti che non ce l’avevo fatta, a dover convivere con la sconfitta per il resto dei miei giorni. Ho ingoiato un tubetto di gel energetico, ho fatto appello a quel che restava della mia determinazione e delle mie forze mentali e ho ripreso la scalata.
In qualche modo, mezz’ora dopo, abbiamo raggiunto la cima del ghiacciaio. Abbiamo superato una parete di ghiaccio arabescato ed ecco sopra di noi la vetta rocciosa e innevata, con un cartello che diceva “Margherita, il punto più alto dell’Uganda”, non della Rdc, anche se in realtà lo è di entrambi i paesi. Niente vista mozzafiato, solo nuvole a 360 gradi. E non mi sentivo per niente euforico, ma sollevato. Ci siamo abbracciati, abbiamo scattato le foto e ci siamo rimessi subito in marcia perché il sole stava già calando. Ricordo poco della discesa: mi concentravo su ogni passo e mi forzavo ad andare avanti. Finalmente, al buio e sotto una fitta nevicata, siamo arrivati al Moraine, 14 ore dopo averlo lasciato. Troppo esausto per mangiare, mi sono raggomitolato nel sacco a pelo e mi sono addormentato.
Per Barratt è stata “un’avventura fantastica”. Per quanto mi riguarda, rifarei la magica scalata fino al rifugio di Kiondo, forse fino al Moraine, ma non l’ascesa finale. La prossima volta lascerò la bellezza incantata di Margherita a uomini più giovani e più forti di me. ◆ fas
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Questo articolo è uscito sul numero 1244 di Internazionale, a pagina 71. Compra questo numero | Abbonati