Il mondo in cui viviamo è uno. in certi momenti lo capiamo per i motivi migliori, in altri per quelli peggiori. Questo disordine, e la rabbia che l’accompagna, hanno raggiunto l’America, quale che sia la fonte di provenienza. Allo stesso modo, gli attacchi contro le due torri del World Trade Center, il Pentagono e altri bersagli in territorio statunitense sono una tremenda prova del fatto che non è possibile arginare il disordine nel mondo.

Il capo della polizia di New York ha descritto la città come “una zona di guerra”, e questa descrizione è stata condivisa da molti altri. Non è semplicemente che le perdite sono gravi quanto quelle registrate su tanti campi di battaglia, né che l’organizzazione di questi attacchi è stata, ahimè, pari a quella di un’efficientissima operazione bellica. È anche che in tanti luoghi del mondo – compresi gli stessi Stati Uniti, come ha dimostrato Oklahoma City – esistono gruppi che si considerano in guerra con l’America.

Oliver, Der Standard, Austria

È vero che l’elenco dei possibili colpevoli è breve. Tuttavia esiste una combinazione potenzialmente letale, fatta di audacia letteralmente suicida, di reclutamento fra giovani alienati, di mezzi moderni di distruzione, e la scarsa attenzione di governi che sono incompetenti nel controllare i gruppi terroristici, oppure chiudono un occhio per motivi politici. A questo possiamo aggiungere la copertura che certe diaspore, presenti sia nel Nordamerica che in Europa, sono in grado di offrire ai terroristi, soprattutto consentendo loro di restare anonimi e imprendibili.

El País, Spagna: “La sensazione è che questo atto segni l’inizio di un Ventunesimo secolo caratterizzato da profonda incertezza”, scrive il País nel suo editoriale

Un successo terroristico di questa portata è qualcosa di nuovo. Il gesto potrebbe essere emulato in altri continenti. Potrebbe essere imitato con armi chimiche o biologiche – un monito in questo senso fu l’attentato nella metropolitana di Tokyo – o addirittura con armi nucleari. L’ironia è che è stato dimostrato che la convinzione dell’America – talora smentita dai suoi alleati – di essere vulnerabile a un’aggressione terroristica era fondata. Ma al tempo stesso si sono dimostrati inadeguati o irrilevanti gli strumenti che i vari governi statunitensi, in particolare l’attuale, hanno approntato per porre rimedio a tale vulnerabilità.

Pittsburgh Post-Gazette Stati Uniti: “Il giorno del terrore. In una terrificante sequenza di distruzione, i terroristi hanno dirottato due aerei e li hanno fatti scontrare contro le torri gemelle”

Scudo inutile

Una capacità militare aerea di raggio eccezionalmente lungo e i mezzi per attaccare a piacimento, e forse persino dallo spazio, in qualsiasi punto del pianeta non sono sufficienti a distruggere i gruppi terroristici. Dopo gli attentati che hanno fatto esplodere le ambasciate in Africa orientale, questi strumenti hanno lasciato indenni Osama bin Laden e i suoi, che sono i più probabili colpevoli delle atrocità dell’11 settembre. Evidentemente una difesa antimissile sarebbe irrilevante nei confronti di simili attacchi, che rimangono – come hanno detto tanti avversari del progetto di scudo – il modo più probabile di fare arrivare armi nucleari sul suolo americano.

No, la miglior difesa di cui l’America dispone contro il terrorismo proveniente da oltre confine è e rimane l’esistenza di governi e società più o meno convinti dell’imparzialità degli Stati Uniti su questioni importanti per loro. Evidentemente ciò è lontano dalla realtà nel mondo musulmano. Questo soprattutto a causa della politica americana nel conflitto fra israeliani e palestinesi, ma anche perché ci sono arabi e altri musulmani che considerano l’influenza dell’America e dell’Occidente come un affronto in sé.

Público, Portogallo: “A metà strada tra incredulità e orrore, assistiamo a ciò che pensavamo impossibile: il cuore dell’America colpito da nemici senza volto”

Contrariamente agli stereotipi, tuttavia, la maggioranza dei gruppi estremistici arabi e musulmani, in particolare palestinesi, si è data, per motivi sia pratici che morali, dei limiti al livello di violenza considerato ammissibile. Noi o gli israeliani potremo anche non condividerli, ma si tratta pur sempre di limiti, ed essi rimangono ben al di qua della capacità di pianificare attacchi simili a questi. Tutt’altri sono i limiti riconosciuti da Osama bin Laden: ecco perché in questo caso è lui il principale sospetto.

Sydney Morning Herald Australia: “L’onda d’urto del terrore arriva nelle acque del Pacifico. Questa carneficina ha cambiato il mondo e avrà conseguenze dirette sulla società australiana”

L’11 settembre il capo del Fronte democratico per la liberazione della Palestina ha smentito che la sua organizzazione avesse qualcosa a che fare con questi eventi, ma ha anche affermato che il malcontento e la rabbia provocati dalla politica degli Stati Uniti sono il segno che Washington deve ripensare il suo atteggiamento nel Medio Oriente. La tesi è chiara: la rabbia è un patrimonio e gli imprenditori della violenza, come Bin Laden, possono sfruttarlo. Ora, una composizione del conflitto israelo-palestinese e la creazione di uno Stato palestinese adeguato porrebbero fine a tutte le violenze dei terroristi islamici? Forse no, ma certo servirebbero molto.

Vremja Russia: “L’apocalisse è avvenuta ieri. I catastrofici scenari hollywoodiani in diretta”. Nella foto: la folla in preda al panico fugge dal crollo del World Trade Center

La politica del coperchio

Tuttavia, la politica di Washington s’inquadra in un problema più vasto. Esiste un chiaro rischio che il mondo ricco nel suo complesso – non soltanto gli Stati Uniti – adotti la politica di “tenere chiuso il coperchio” sul malcontento di gran parte del resto del mondo. Si offrono cioè palliativi ai problemi di fondo come l’ingiustizia e la disuguaglianza, e si tiene in serbo un sistema militare presumibilmente sempre più sofisticato, ma in realtà incapace di affrontare le conseguenze che derivano dalla situazione. Queste ultime, di solito, sono esplosioni di violenza che avvengono all’interno dei paesi più poveri o fra di essi, e possono anche condurre alla disgregazione dell’autorità dello Stato o alla sua appropriazione da parte di gruppi totalmente impreparati a esercitare il potere, nonché alla creazione di rifugi per gli estremisti.

È proprio quel che è accaduto in Afghanistan. Sono stati gli Usa e la Russia che, insieme, hanno contribuito a trasformare l’Afghanistan nel paese arretrato e pericoloso che è diventato. Sono stati notoriamente gli Usa e il Pakistan, con qualche aiuto da parte della Gran Bretagna e di altri, a incoraggiare l’ascesa di gruppi fondamentalisti e il reclutamento panislamico di combattenti, perché a quel tempo gli faceva comodo. Ecco da dove saltano fuori i taliban e Osama bin Laden. La caccia dev’essere internazionale e, se il crimine è stato pianificato in terre islamiche, è essenziale la partecipazione dei governi musulmani. Ma la portata del crimine non viene certo ridimensionata se si afferma che forse anche la politica dell’Occidente ha contribuito a provocare la rabbia che sta alla sua radice.

Infine è opportuno dire che non siamo ancora di fronte a un’anarchica accozzaglia di Stati pericolosi e di movimenti estremisti. Anzi, il terrorismo oggi è più circoscritto e ha meno rifugi che in passato. L’oltraggio dell’11 settembre non deve essere il segnale che induce l’Occidente a tirar su il ponte levatoio: deve invece avviare un rinnovato sforzo internazionale per affrontare e risolvere i problemi di fondo, che ci scoppieranno in faccia se ci faremo sfuggire di mano le soluzioni. ◆ ma

The Washington Post Stati Uniti: “La reazione nei confronti degli assassini che hanno pianificato e condotto l’attacco, e di qualsiasi paese che li ospita o li sostiene, dev’essere decisa”

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Questo articolo è uscito sul numero 403 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati