“Buona fortuna, nuova Ungheria!”. Lo slogan è preso in prestito dal cantautore ungherese László Waszlavik, che chiamò così la cassetta con le canzoni composte durante il confuso periodo del crollo del sistema comunista nel 1989. Ora che l’Ungheria sta attraversando una nuova transizione politica, non si può che farle lo stesso augurio.
L’attuale trasformazione è diversa dalla precedente. Per fortuna non abbiamo dovuto aspettare quarant’anni, e il sistema che oggi viene smantellato non ha commesso atrocità paragonabili a quelle del regime comunista. Ma per molti versi ci troviamo nella stessa situazione del 1989: la storia ha offerto di nuovo agli ungheresi l’opportunità di decidere del proprio destino e di scegliere in che tipo di paese vogliono vivere.
A rendere questo cambiamento più nobile ed esaltante del precedente è il fatto che gli ungheresi l’hanno realizzato senza che il vento della storia soffiasse a loro favore. Nel 1989 i paesi dell’Europa centrorientale erano riusciti a rovesciare il regime a causa dell’agonia dell’Unione Sovietica, incoraggiati e aiutati dall’occidente. Nel 2026, invece, è stato l’opposto: gli ungheresi hanno scelto la libertà in una fase storica in cui in occidente la sua attrattiva e il suo prestigio sono più sbiaditi che mai.
Il risultato del voto del 12 aprile potrebbe contribuire a fermare questa deriva internazionale. Se succederà, gli ungheresi potranno dirsi orgogliosi di essere stati i primi ad aver detto basta al caos illiberale postdemocratico in cui sono rimasti impantanati per sedici anni. Ma se anche nessun paese dovesse prenderli a esempio, gli ungheresi potranno comunque essere fieri di quello che hanno fatto.
La data del 12 aprile 2026 si è guadagnata un posto tra i (purtroppo pochi) giorni gloriosi della storia ungherese. Non è un’esagerazione affermare che erano settant’anni, per l’esattezza dalla rivoluzione dell’autunno 1956, che il paese non viveva un evento così importante.
Forse è proprio a causa della scarsità di vittorie nella storia ungherese, e quindi di un diffuso patriottismo nostalgico, che molti non credevano nella possibilità di un cambiamento. Eppure, già nel 2018 il politologo di Harvard Steven Levitsky aveva detto che per Orbán sarebbe arrivato presto il momento di decidere se inasprire la sua politica o prepararsi a lasciare il potere. Il che, nel forbito linguaggio accademico, descrive il dilemma di fronte a cui si trova ogni tiranno: bisogna aggrapparsi al potere a ogni costo, anche se questo vuol dire sbattere in prigione o uccidere i propri avversari?
Un ultimo scandalo
Stando a quanto si è visto finora, fortunatamente Viktor Orbán – e questo è l’unico elogio che merita il personaggio di gran lunga più dannoso della storia ungherese moderna – ha preferito lasciare la presa, esattamente come fece il segretario generale del Partito comunista Károly Grósz nel 1989. Spetterà agli storici stabilire se avrebbe avuto la forza per scegliere l’altra opzione.
Nel 2022 Orbán non era stato costretto a prendere decisioni di questo tipo. Eppure, nel voto di quattro anni fa – che si era svolto in un clima molto diverso da quello segnato dai successi economici dello scorso decennio – era già evidente che il sistema fosse in agonia, proprio come era stato per il regime comunista negli anni ottanta. A tenerlo in piedi rimanevano solo le bugie, l’odio, la volgarità, la dipendenza reciproca di figure di vario rango in un’organizzazione ormai di tipo mafioso e, ovviamente, la soggezione verso il grande capo.
Il colpo finale al sistema è arrivato dall’interno, e spetterà agli studiosi stabilire se si è trattato di un esito storicamente inevitabile o solo di una strana coincidenza tipica della situazione ungherese. In ogni caso, lo scandalo sollevato all’inizio del 2024 dalla grazia concessa al vicepreside di un orfanotrofio condannato per aver coperto un caso di pedofilia, e la seguente manifestazione a Budapest, molto più partecipata del previsto, hanno innescato quel processo che si è concluso con la fine del dominio di Fidesz.
La ricetta vincente
È facile dirlo con il senno di poi, ma negli ultimi due anni abbiamo attraversato tutte le fasi del declino del sistema di potere di Orbán. Dal Pride dell’estate del 2025, inizialmente vietato e poi trasformato in una manifestazione contro il sistema, fino alla primavera 2026, quando gli ultimi spasmi del regime ne rivelavano la goffaggine, gli scandali e la corruzione. Nel rush finale della campagna elettorale Orbán è rimasto seduto nello studio televisivo dell’Atv, incapace di capire perché i giovani non lo amassero.
Nelle vere dittature non si vede mai il vecchio tiranno rimbambito lamentarsi che il popolo non lo ama. Nell’autocrazia soft e mediatica dell’Ungheria abbiamo invece avuto la soddisfazione di vivere quest’esperienza inebriante.
In fondo, l’augurio del cantautore Waszlavik si è avverato: dopo il cambio di regime del 1989, per vent’anni in Ungheria le cose hanno funzionato. Molti sogni che la popolazione aveva nel 1990 non si sono realizzati, ma si trattava in buona parte di fantasie irrealistiche per l’Europa orientale. Per gli standard di questa parte del continente, le cose sono andate bene fino a quando Viktor Orbán – un uomo intelligente, colto e capace, ma meschino e incattivito – è tornato al potere, nel 2010. Per far sì che la fortuna degli ungheresi duri a lungo dopo questa nuova transizione, non basterà impedirgli di tornare. Ci riproverà di sicuro, c’è da scommetterci. Potrebbe farlo per decenni. E poi l’ideologia distruttiva dell’orbanismo potrebbe sopravvivere al suo artefice.
Bisognerà tenere d’occhio anche altri personaggi simili a Orbán, intenzionati ad accaparrarsi denaro e potere. Péter Magyar, vincitore alle urne e leader del partito Tisza, merita senz’altro di andare al governo, ma dovremo tenere d’occhio anche lui. Ci sono molti motivi per diffidare. Magyar dovrà convincere il paese di essere davvero una persona e un capo migliore del suo predecessore. Sia quelli che lo hanno votato turandosi il naso, sia quelli che lo hanno fatto con fanatico entusiasmo faranno bene a tenere a mente le parole della statunitense Kim Lane Scheppele, una delle massime esperte del sistema Orbán, secondo cui “Magyar potrebbe semplicemente inserirsi nella macchina costruita da Orbán, che consente a una sola persona di controllare tutto”. Considerato che, quando era in Fidesz, Magyar non era certo noto per il rispetto delle regole costituzionali, c’è il rischio che non resisterà ai “vantaggi personali che gli può garantire l’apparato di corruzione già esistente”.
Anche lo studioso olandese Cas Mudde ha messo in guardia da pericoli simili. Il risultato del voto è certamente un motivo per cui essere felici, ma se c’è una cosa che ogni ungherese ha imparato negli ultimi anni è che la libertà non va lasciata incustodita.
Altrettanto importante è non nutrire aspettative irrealistiche, com’era successo nel 1989. L’Ungheria sta lottando con problemi gravissimi, anche indipendenti dalla complicata situazione internazionale: questioni che né Magyar né altri leader saranno in grado di risolvere, perché nel paese mancano l’intelligenza, la volontà e il denaro per farlo.
Gli ungheresi si aspettano, però, di tornare a essere quello che erano quando cadde il vecchio regime: il paese guida della regione. Se i suoi leader saranno all’altezza, potrebbero riuscirci. Ma credere che tutto si risolverà presto è solo un’illusione, che rischia di portare frustrazione, fallimento e con il tempo una nuova autocrazia.
A Magyar si può perdonare di aver alimentato queste illusioni in campagna elettorale, quando era necessario promettere di tutto e di più. Dagli anni novanta sappiamo che in questa regione d’Europa la distribuzione centralizzata di sussidi combinata al conservatorismo culturale è una ricetta vincente. Una parte significativa dell’elettorato ungherese ama intonare l’inno nazionale mentre dal palco i politici promettono la quindicesima mensilità. Ed è quello che il leader di Tisza ha fatto. Come però abbiamo visto negli ultimi sedici anni, con questi strumenti si può costruire solo uno stato debole e in crisi.
Per trasformare in una nazione solida e prospera un paese con appena il 5 per cento della popolazione che rientra nel ceto medio e la metà che scivola verso la povertà serve una buona dose di fortuna. Ma, come dimostra il 1989, c’è sempre una possibilità. Se gli ungheresi la sprecheranno, non avranno più alibi. ◆ ct
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati