Era ancora buio quando una trentina di camion carichi di provviste alimentari hanno raggiunto un posto di blocco israeliano sulla strada Al Rashid, nella città di Gaza, un tratto di strada costiera che quattro mesi fa era costellato di alberghi, sale per ricevimenti e chioschi di gelati. Intorno alle quattro di notte del 29 febbraio, come mostrano i video condivisi da alcuni palestinesi, la strada è diventata un paesaggio distopico, con persone affamate che si arrampicavano sulle macerie degli edifici distrutti dall’esercito israeliano, accendendo fuochi per riscaldarsi e cercando qualcosa da mangiare per le famiglie. Si era diffusa la notizia dell’arrivo di un convoglio di aiuti. Amein Abou al Hassan, 40 anni, aveva camminato due ore per trovare di che sfamare la moglie e i tre figli. Un sacco di farina al mercato nero costa ormai 500 dollari.

Da settimane nel nord della Striscia di Gaza circa trecentomila persone soffrono la fame e vivono ai limiti della carestia, avvertono le Nazioni Unite. Le madri usano il mangime per gli asini per fare il pane e i bambini masticano le foglie strappate dagli alberi, raccontano i funzionari dell’Onu che hanno effettuato una rara missione di ricognizione nel territorio devastato dalla campagna militare.

L’ordine pubblico è al collasso. La polizia palestinese è scomparsa, dopo che i suoi agenti sono stati uccisi dagli attacchi aerei israeliani. Bande di giovani si aggirano per le strade avventandosi sui più piccoli carichi di cose da mangiare. Alcuni sono disperatamente affamati, altri rubano per vendere al mercato nero.

Corpi a terra

La mattina presto del 29 febbraio, quando i camion hanno superato il posto di blocco israeliano, si è creata una calca. Dal cielo un drone israeliano sorvegliava tutto. Nei filmati editati e pubblicati dall’esercito israeliano, si vedono centinaia di persone circondare i camion. Poi si sente il rumore delle armi automatiche. In un video girato da un giornalista di Al Jazeera, dei proiettili traccianti illuminano il cielo buio e si sentono decine di spari. Il drone riprende persone che si abbassano e si mettono a correre. Un fotogramma mostra almeno dieci corpi a terra, a pochi metri da un carro armato israeliano.

Hassan ha raccontato di essere scappato all’inizio della sparatoria, senza capire cosa l’avesse provocata. Ricorda “scene orribili”. Al sorgere del sole decine di persone giacevano a terra senza vita. I funzionari della sanità di Gaza hanno reso noto un bilancio di almeno 118 morti. Molte vittime sono state portate negli ospedali a malapena funzionanti sui carretti trainati da asini che la gente voleva usare per trasportare le provviste. Secondo i medici, molti avevano ferite da arma da fuoco.

L’esercito israeliano ha riconosciuto che le forze di scorta al convoglio di aiuti hanno sparato dei “colpi di avvertimento” di fronte alle migliaia di persone che si avvicinavano, ma ha negato ogni responsabilità nelle morti. “Tra la folla qualcuno spingeva gli altri con violenza, perfino calpestando altri a morte, per saccheggiare i rifornimenti umanitari”, ha dichiarato Daniel Hagari, portavoce dell’esercito israeliano.

Funzionari palestinesi e testimoni oculari hanno parlato invece di una strage degli affamati, attribuendo la colpa alle truppe israeliane che hanno sparato sulla folla. L’accaduto è ormai al centro dell’attenzione internazionale, con Francia e Germania che chiedono l’apertura di un’indagine. Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e Hamas – il gruppo armato con cui Israele è in guerra – hanno avvisato che queste morti potrebbero compromettere i colloqui per il rilascio degli ostaggi israeliani in cambio dei prigionieri palestinesi, in vista di un cessate il fuoco per il Ramadan. Gli Stati Uniti hanno anche cominciato a paracadutare aiuti dal cielo e a esplorare la possibilità di aprire dei “corridoi marittimi” per prestare assistenza.

Intervistati dal Financial Times, alcuni funzionari occidentali incaricati di migliorare le forniture di viveri e medicine a Gaza affermano che la disperazione della gente era evidente da settimane, se non da mesi. Da quando è scoppiato il conflitto tra Israele e Hamas il 7 ottobre, la Striscia ha ricevuto così pochi aiuti che secondo l’Onu gran parte dei 2,3 milioni di abitanti affronta una situazione di grave insicurezza alimentare. L’ong Save the children afferma che Gaza “assiste a un’uccisione di massa di bambini al rallentatore, perché non c’è più niente da mangiare”.

Tentativi di dialogo

La crisi umanitaria è aggravata da fattori direttamente sotto il controllo dell’esercito israeliano, spiega Jamie McGoldrick, coordinatore umanitario dell’Onu. Secondo McGoldrick il problema più urgente è accordarsi con le forze israeliane per distribuire gli aiuti nella Striscia: “Dobbiamo parlare al cuore dei soldati e capire se possiamo avviare un dialogo”.

La folla intorno al camion di aiuti, in un video girato dall’esercito israeliano. Gaza, 29 febbraio 2024 (Anadolu/Getty)

Per di più, dichiarano due funzionari occidentali che hanno recentemente visitato Gaza, Israele non permette alla polizia palestinese – teoricamente distinta da Hamas – di tornare al lavoro e di garantire la sicurezza durante le consegne di aiuti.

Il 6 febbraio un aereo israeliano ha attaccato un’auto di poliziotti palestinesi che scortavano un convoglio di aiuti. Un volantino lanciato dopo il raid raffigurava l’auto distrutta con la scritta: “Il nostro messaggio è questo: i servizi di sicurezza israeliani non permetteranno agli apparati di Hamas di continuare a operare”.

Non è ancora stato concluso un accordo in base al quale Israele potrebbe permettere alla polizia di tornare al lavoro senza uniformi e armi. In questa situazione, la mancanza di ordine pubblico ha trasformato la disperazione in illegalità, avvertono i funzionari intervistati.

L’esercito israeliano ha dichiarato che quello del 29 febbraio era il quarto convoglio privato autorizzato a entrare nel nord di Gaza quella settimana. I funzionari dell’Onu fanno notare che ai loro camion di aiuti è stato rifiutato l’ingresso per settimane e che negli ultimi mesi, in almeno tre casi, le truppe israeliane hanno sparato contro i convogli. Israele finora si è rifiutato di aprire altri valichi di frontiera oltre a Kerem Shalom e Rafah. Inoltre, impone lunghe ispezioni su ogni carico. L’esercito ha anche diminuito il numero di strade della Striscia percorribili. Secondo i funzionari dell’Onu, l’unico modo per far arrivare gli aiuti a nord è passare dalla strada Al Rashid, dove dei camion erano già stati saccheggiati prima del 29 febbraio.

Questo ha reso le persone vulnerabili ancora più affamate, soprattutto gli anziani, i feriti e le famiglie senza uomini in grado di trasportare a casa sacchi da 25 chili, spiega McGoldrick. Secondo il Cogat, l’ente militare israeliano per gli affari civili a Gaza, l’Onu e le altre organizzazioni avrebbero dovuto aumentare le loro capacità logistiche per affrontare le necessità dovute alla guerra. “Israele non pone limiti alla quantità di aiuti che possono entrare a Gaza”, ha detto Hagari, il portavoce dell’esercito. Varie persone che conoscono le difficoltà delle operazioni umanitarie a Gaza ritengono, invece, che Israele debba fornire “una migliore gestione dei convogli di aiuti, più sicurezza e, in generale, mostrarsi più flessibile”. Secondo Philippe Lazzarini, capo dell’Unrwa, l’agenzia per i rifugiati palestinesi, gli aiuti non arrivano a chi ha più bisogno. “Se consideriamo la media di camion che entrano, vediamo che a febbraio il numero si è dimezzato”, ha detto. “Se diminuiscono le forniture a Gaza si alimentano l’angoscia, la disperazione e il caos”.

Hassan ha passato ore a cercare le persone con cui era andato ad Al Rashid. Alla fine le ha trovate in ospedale. In una notte di caos e morte, erano riuscite a prendere solo un sacco da venticinque chili di farina. ◆ adg

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Questo articolo è uscito sul numero 1553 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati