Un giorno la regista giapponese Chie Hayakawa stava lavorando a una sceneggiatura e ha deciso di sottoporre la sua idea ad alcuni anziani amici della madre e ad altri conoscenti. Gli ha chiesto: se il governo sponsorizzasse un programma gratuito di eutanasia per le persone che hanno più di 75 anni, lo accettereste? “La maggior parte di loro mi ha detto di sì”, racconta Hayakawa. “Non volevano diventare un peso per gli altri o per i figli”.

Secondo Hayakawa questa reazione apparentemente sconvolgente riflette l’attuale cultura e la situazione demografica del Giappone.

Nel suo primo lungometraggio, Plan 75, premiato con una menzione speciale all’ultimo festival di Cannes e ambientato in un futuro prossimo, il governo di Tokyo offre alle persone anziane e sole una morte istituzionalizzata e una sepoltura di gruppo. I funzionari statali propongono allegramente questa soluzione come se si trattasse di un viaggio.

“Se il governo ti dice di fare qualcosa, tu la fai”, ha spiegato Hayakawa, 45 anni, durante un’intervista a Tokyo il 10 giugno, alla vigilia della prima proiezione del film nei cinema del suo paese. Seguire le regole e non gravare sugli altri, secondo la regista, sono imperativi culturali tipici della cultura giapponese. Con un tocco appassionato, Hayakawa ha affrontato un tema molto delicato in Giappone, il paese più anziano del mondo, dove circa un terzo degli abitanti ha almeno 65 anni e il numero di centenari rispetto alla popolazione complessiva è il più elevato del pianeta.

Inoltre un quinto delle persone che ha più di 65 anni vive in solitudine e nel paese si registra la più alta quota mondiale di persone affette da demenza. Mentre la popolazione continua a diminuire, il governo rischia di dover affrontare una carenza di fondi per le pensioni e difficili interrogativi sul modo di prendersi cura dei cittadini più vecchi.

A guidare il paese, tra l’altro, ci sono politici in là con gli anni, mentre i mezzi di comunicazione danno ampio spazio a storie edulcorate sull’invecchiamento felice dei guru della moda o sponsorizzano prodotti commerciali per i consumatori più anziani. Eppure per Hayakawa è facile immaginare un futuro in cui i cittadini più anziani saranno emarginati dalla società e dalla legge, un’idea che secondo la regista è già diffusa in Giappone. Nel paese l’eutanasia è illegale, ma occasionalmente sale alla ribalta in contesti criminali. Nel 2016 un uomo ha ucciso nel sonno 19 persone che vivevano in un centro per disabili alla periferia di Tokyo, sostenendo che avrebbero dovuto essere eliminate perché per loro “era difficile vivere da sole o essere attive nella società”. Quella vicenda ha dato l’idea a Hayakawa per Plan 75. “Non penso che sia stato un caso isolato”, spiega. “Quell’idea circolava già. Ho paura che la società giapponese stia diventando una società molto intollerante”.

Futuro ipotetico

Kaori Shoji, una giornalista che si occupa di arte e cinema per il Japan Times e la Bbc, dopo aver visto un’anteprima di Plan 75 ha dichiarato che il film non le è sembrato affatto distopico: “Hayakawa racconta semplicemente le cose come stanno. Soprattutto ci fa capire dove stiamo andando”.

Questo ipotetico futuro è tanto più credibile in un paese dove c’è chi muore per il troppo lavoro, spiega Yasunori Ando, professore dell’università Tottori ed esperto di spiritualità e bioetica: “L’idea che l’eutanasia sia accettata non è affatto impossibile”.

Biografia

1976 Nasce a Tokyo, in Giappone, figlia di dipendenti pubblici.

2001 Si diploma in una scuola di fotografia a New York, negli Stati Uniti, dove in seguito nascono i suoi figli.

2008 Torna a Tokyo e s’iscrive a una scuola di cinema.

2013 Gira il cortometraggio Niagara, che l’anno successivo viene selezionato al festival del cinema di Cannes.

2022 Il suo film Plan 75 riceve una menzione speciale a Cannes ed è distribuito in tutto il mondo.


Hayakawa ha passato buona parte dell’età adulta contemplando la morte da una prospettiva molto personale. Quando aveva dieci anni ha scoperto che il padre aveva il cancro (è scomparso dieci anni dopo). “Erano i miei anni della formazione, quindi credo che quell’aspetto abbia influenzato la mia idea di arte”, racconta.

Figlia di due dipendenti pubblici, Hayakawa ha cominciato a disegnare storie e scrivere poesie fin da piccola. Alle elementari si innamorò del film Il fiume di fango, la storia di una famiglia povera che vive su una chiatta. Diretto da Kōhei Oguri, era stato candidato al premio per il miglior film straniero agli Oscar del 1982. “In quella storia trovavo i sentimenti che non riuscivo a esprimere con le parole. Così pensai che avrei voluto fare cinema”. Hayakawa si iscrisse al programma cinematografico della School of visual arts di New York, convinta che negli Stati Uniti avrebbe ricevuto una formazione migliore. Ma, a causa della sua scarsa padronanza dell’inglese, dopo una settimana decise di trasferirsi al dipartimento di fotografia, pensando che non avrebbe avuto bisogno di parlare bene la lingua per fare strada.

Gli insegnanti apprezzavano la sua curiosità e la sua etica del lavoro. “Se casualmente citavo un film”, racconta Tim Paul, fotografo e mentore di Hayakawa, “lei andava a casa e lo affittava. Se parlavo di un artista o di una mostra, faceva subito ricerche. Aveva un grande slancio e una determinazione eccezionale”.

Dopo il diploma, preso nel 2001, Hayakawa ha avuto due figli a New York, ma nel 2008, insieme al marito, il pittore Katsumi Hayakawa, ha deciso di tornare a Tokyo, dove ha cominciato a lavorare per il canale satellitare privato Wowow, contribuendo all’adattamento di alcuni film statunitensi per il pubblico giapponese. A 36 anni si è iscritta a un programma annuale di cinema alla scuola serale di Tokyo, continuando a lavorare durante il giorno.

Il suo progetto finale per la scuola di cinema nel 2013 è stato il cortometraggio Niagara, la storia di una ragazza che dopo aver lasciato l’orfanotrofio scopre che i suoi genitori erano stati uccisi dal nonno e che la nonna non era morta in un incidente d’auto con la madre e il padre ma era ancora viva.

Il Giappone tra dieci anni

Nel 2014 Hayakawa ha proposto il suo film a Cannes in una categoria dedicata alle opere degli studenti, ed è rimasta sorpresa quando è stato selezionato.

In occasione del festival, la regista ha incontrato Eiko Mizuno-Gray, un’addetta stampa cinematografica che l’ha invitata a girare un cortometraggio sul tema “Il Giappone tra dieci anni”. Il film avrebbe fatto parte di un’antologia prodotta dal famoso regista giapponese Hirokazu Kore-eda, autore di Un affare di famiglia, premiato con la Palma d’oro nel 2018 a Cannes.

Hayakawa aveva già sviluppato l’idea di Plan 75 per un lungometraggio, ma ha deciso di realizzarne una versione breve. Nel periodo in cui stava scrivendo la sceneggiatura si svegliava alle quattro del mattino per guardare dei film. Tra le influenze più importanti cita il regista taiwanese Edward Yang, il sudcoreano Lee Chang-song e il maestro polacco del cinema d’essai Krzysztof Kieślowski. E dopo il lavoro restava a scrivere per un paio d’ore in un bar mentre il marito si occupava dei figli, una dinamica relativamente rara in Giappone, dove di solito le donne si prendono cura della casa e dei figli molto più degli uomini. Dopo che è uscito il suo cortometraggio di 18 minuti, Mizuno-Gray e il marito Jason Gray hanno collaborato con Hayakawa per sviluppare una sceneggiatura più estesa.

Quando sono partite le riprese di Plan 75 era già cominciata la pandemia. “All’improvviso in alcuni paesi la vita degli anziani non era più la priorità”, sottolinea Hayakawa. “In un certo senso la realtà ha superato la finzione”. ◆ as

Questo articolo è uscito sul numero 1468 di Internazionale, a pagina 66. Compra questo numero | Abbonati