Pompato da una lunga serie di numeri di apertura, il pubblico della O2 Arena di Londra va fuori di testa quando Idris Elba arriva di corsa sulla passerella. “Siete pronti per Davido?”, chiede retoricamente Elba. La folla di ragazzi conosce a memoria i pezzi di Davido. Armonie morbide e sintetizzatore, bassi martellanti. “Devi far sentire le persone come se stessero scoprendo le cose da sole”, dice un dirigente di LiveNation, la principale agenzia di promozione musicale del Regno Unito. È molto colpito dall’affluenza all’evento, in una sera di gennaio del 2019: “Di questi tempi non sono in tanti a registrare il tutto esaurito all’O2”. Ma solo chi vive nella preistoria può ignorare l’importanza musicale della Nigeria. Nel 2017 ai Mobo di Londra (i premi della musica nera) Wizkid ha battuto Jay-Z, Drake e Kendrick Lamar come miglior artista internazionale. Quando nel 2018 Davido ha vinto ai corrispondenti Bet awards di Los Angeles, ha invitato gli artisti di tutto il mondo a “venire in Africa”.
Talenti internazionali
Wizkid ha fatto il tutto esaurito alla O2 Arena nel 2018, un anno prima di Davido. Per la colonna sonora del film Il re leone, Beyoncé ha radunato star nigeriane come Tiwa Savage, Mr. Eazi, Tekno, Yemi Alade oltre a Wizkid e al superproduttore nigeriano P2J. E molti altri musicisti nigeriani sono di casa nel circuito dei festival statunitensi.
Il fenomeno è globale ma ha fortissime radici in patria. Quando la Nigeria ha rivisto il sistema per calcolare il prodotto interno lordo, aggiungendoci tra l’altro il settore musicale e Nollywood, il suo pil è balzato da 270 miliardi a 510 miliardi di dollari.
Torniamo all’02 Arena. Davido chiede retoricamente: “Ci sono nigeriani qui stasera?”, e la folla ruggisce. “Ghaneani?”. Un altro boato. E anche sudafricani. Sembra un tentativo consapevole di costruire un pubblico panafricano.
Non è una sorpresa. Davido è bravo a usare tutti gli strumenti che ha a disposizione. Lo ha fatto anche per sfondare negli Stati Uniti, affidandosi a Efi Ogbeni, fondatore della Stealth management, che da tempo si sforza di esportare l’Africa in tutto il mondo.
L’evento alla O2 Arena è stata una tappa fondamentale. Cinque mesi dopo quella serata il singolo di Davido Fall è salito al tredicesimo posto nella classifica di Billboard, diventando il singolo nigeriano rimasto più a lungo in lista.
Lentamente ma inesorabilmente, le grandi aziende discografiche stanno individuando i talenti nigeriani e africani più promettenti e fanno di tutto per accaparrarseli. A maggio del 2019, per esempio, Tiwa Savage, una star in Nigeria, è stata scritturata dalla Universal Music Group (Umg). Ma anche le altre major statunitensi, Sony e Warner music, stanno prendendo sul serio l’Africa. La Warner ha appena messo sotto contratto l’etichetta nigeriana Chocolate City, che produce artisti come Femi Kuti e M.I. Abaga. E ancora nel 2012 la Sony aveva ingaggiato D’banj. Nel 2016 la seconda etichetta discografica del mondo ha aperto una sede per l’Africa occidentale a Lagos, seguita nel 2018 dalla numero uno, cioè la Umg.
A inizio aprile del 2019, all’Hotel Ivoire di Abidjan, c’era gente importante del settore. Passava da un after hour all’altro, durante un fine settimana sulla governance organizzato dalla Mo Ibrahim foundation. Bono beveva da solo al bancone del bar. Seduto tranquillamente su un divano c’era Don Jazzy, megaproduttore e musicista, la risposta nigeriana a Dr. Dre. Don Jazzy ha fondato la Mo’Hits Records nel 2004 insieme a D’banj e ha contribuito a lanciare le carriere di tanti artisti. Nel 2012 ha lanciato la Mavin Records con l’obiettivo di diventare “nel più breve tempo possibile il motore della musica in Africa”.
Un’analogia con il mondo del calcio può essere d’aiuto per spiegare le dinamiche della scena musicale nigeriana. Ogbeni è il grande agente che può farti arrivare al Real Madrid e magari far capire a tutto il mondo quello che può fare la Nigeria. Connesso con tutte le principali etichette, capace di fare da ponte tra il mercato africano e quelli internazionali, vicino a pezzi grossi della musica come Quincy Jones e Joel Katz, Ogbeni può farti diventare una star. Don Jazzy con la Mavin vuole creare un’accademia come quella del Barcellona, un vivaio in grado di far crescere giovani promesse. “In Africa, più delle star, è importante avere ragazzi che studiano e che possono aspirare a lavorare sul serio nel settore dell’intrattenimento”, dice Don Jazzy. Anche perché per una star che va via ce n’è sempre un’altra che arriva.
Alimentare il settore
Bobby Pittman, ex consigliere per l’Africa di George W. Bush, oggi dirige la Kupanda Capital, società statunitense che nel gennaio del 2019 ha annunciato un investimento multimilionario nella Mavin. Sposa l’idea di creare un ecosistema che aiuti i nuovi artisti a concentrarsi sulla loro creatività. “Abbiamo avvocati, commercialisti, squadre che curano la comunicazione sui social media. Lavoriamo molto sui dati e stiamo costruendo un vero e proprio motore così che [Don Jazzy] possa fare quello che fa, ossia far crescere gli artisti”, dice Pittman.
La Mavin e Don Jazzy non sono soli. C’è una schiera di artisti imprenditori che progettano il loro successo. Prendiamo per esempio Mr. Eazi, nato Oluwatosin Oluwole Ajibade a Port Hancourt e oggi residente in Ghana. La sua ultima creazione è emPawa. Nata come piattaforma per cercare di sostenere artisti emergenti attraverso un concorso, si è rivelato anche un progetto redditizio. “Se mi chiedete qual è la cosa di cui sono più orgoglioso, la mia risposta è emPawa. Quest’anno in Africa cambieremo tutto. Lanceremo una società di distribuzione, una casa editrice e altre piattaforme per aumentare le potenzialità degli artisti. L’obiettivo finale è costruire un nuovo incubatore per la musica africana, anche per quella della diaspora”.
Di recente Mr. Eazi ha trasferito gli uffici a Londra e ha detto a Rolling Stone: “In occidente posso tentare la sorte e prenotare da solo le strutture per i concerti, perché ho i dati dei miei ascoltatori. So che a New York ho circa 500mila ascoltatori al mese. Perciò so che posso avere mille persone a un mio concerto. E so che il 30 per cento sono di Brooklyn, perciò posso fare un concerto da quelle parti. In Nigeria purtroppo non ho ancora questi dati”.
Dietro la musica c’è chi l’ascolta di più: i ragazzi. E in Africa capire i giovani è un problema sia per i governi, che cercano disperatamente di tenere il passo, sia per i burocrati europei terrorizzati, che tremano al pensiero dei migranti che attraversano il deserto.
Ogbeni alla fine la vede così. “I giovani ascoltano gli artisti più di quanto ascoltino i governi. Perciò ho una responsabilità. Se ho con me l’artista donna numero uno e l’artista uomo numero uno posso davvero avere un’influenza”. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1342 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati