Niente lasciava presagire che Hassan Ali Nur Shuute sarebbe diventato un influencer. Il colonnello somalo non balla, non canta né commenta l’attualità, le cose che di solito fanno le personalità più seguite su TikTok. Il presidente del tribunale militare di Mogadiscio pubblica estratti dei processi ai jihadisti di Al Shabaab, un gruppo terroristico somalo affiliato ad Al Qaeda. È una novità assoluta che appassiona il pubblico: il suo profilo, seguito da quasi due milioni di utenti, è tra i più popolari del paese.

La maggior parte dei filmati, lunghi pochi minuti, mostra Nur Shuute in aula mentre interroga jihadisti nervosi e spauriti. In altri video si vede il magistrato, dall’aspetto bonario, l’uniforme sulle spalle, arrivare in un cortile esterno per assistere alla morte dei condannati al plotone di esecuzione. Nel 2025 ha emesso condanne a morte per 19 combattenti di Al Shabaab.

Video pubblicati sull’account TikTok di Hassan Ali Nur Shuute

In un paese martoriato da vent’anni di guerra civile e dagli attentati, e dove la popolazione ha perso fiducia nelle autorità, i video del colonnello gettano una nuova luce sulla lotta all’estremismo islamico. La sua figura è rassicurante.

Anche se è a capo del tribunale militare dal 2014, i suoi primi video online risalgono al 2022. Shuute si è fatto conoscere grazie al tono caustico che usa durante gli interrogatori e ai giochi di parole che divertono gli utenti, ma è stata la fermezza a determinare la notorietà di questo giudice militare di quarant’anni, diventato in breve tempo una delle figure più potenti della Somalia. Dietro l’immagine di paladino della giustizia si nasconde un uomo dai metodi arbitrari, se non proprio illegali.

“Mi sono iscritto a TikTok perché è su questo social media che vivono i giovani della Somalia (dove circa il 70 per cento della popolazione ha meno di 25 anni) e ho capito che lo stato stava perdendo la battaglia dell’opinione pubblica contro i terroristi”, spiega al telefono da Mogadiscio. In effetti Al Shabaab ha una potenza di fuoco digitale ben collaudata: la sua macchina di propaganda è onnipresente sui social media e sulla sua agenzia di stampa ufficiale, Al Kataib.

Finora la risposta delle autorità si è rivelata insufficiente. Anche se nel dicembre 2024 i servizi d’intelligence hanno vietato dodicimila account Facebook, Telegram e TikTok legati agli islamisti, l’arruolamento di jihadisti è proseguito. La nomina dell’ex numero due di Al Shabaab, Mukhtar Robow, a capo del ministero degli affari religiosi nel 2022 non ha invertito questa tendenza. Scelto dal governo per partecipare alla battaglia culturale, l’islamista pentito ha preso parola raramente. Di fronte a un quadro così sconfortante, il colonnello Shuute ha deciso di prendere in mano la situazione.

Video pubblicati sull’account TikTok di Hassan Ali Nur Shuute (@garyaqaanshuute, Tiktok)

Ragazzi confusi

“Voglio mostrare agli adolescenti che quando si trovano di fronte alla giustizia i terroristi sono deboli”, afferma Shuute, che durante le udienze non perde occasione per ridicolizzare gli imputati.

“Noi somali pensavamo che i miliziani di Al Shabaab fossero invincibili”, ammette Ibrahim Jibril, ricercatore del centro studi Somali public agenda, con sede a Mogadiscio. “Oggi vediamo che molti sono ragazzi confusi senza ideologia, che si fanno reclutare per soldi. Non ho più paura di loro”. Nonostante il successo dei video, Jibril si rammarica dell’assenza di competenze pedagogiche del colonnello, che secondo lui potrebbero colmare il vuoto di educazione civica in Somalia.

Il colonnello è diventato un bersaglio prioritario per gli islamisti. Vive nascosto a Mogadiscio, non va più nei bar con gli amici e non si muove mai senza una scorta armata. “Il pericolo è il prezzo del progresso”, ripete lui. “Le loro minacce dimostrano che sono terrorizzati dalla giustizia”. Queste dichiarazioni enfatiche mascherano in realtà una profonda amarezza, perché il colonnello Shuute ha già pagato un prezzo molto alto.

Dopo ripetute fatwa lanciate nei suoi confronti, nel gennaio 2018 suo padre è stato ucciso all’uscita da una moschea di Mogadiscio dopo la preghiera della sera. “I miei familiari non hanno scelto questa guerra, ma ne pagano le conseguenze”, racconta con tono calmo. La sua famiglia ha dovuto trasferirsi all’estero. “Viviamo ogni giorno sapendo che il nostro nome è sulla lista, ma rifiutiamo di considerarci profughi nel nostro stesso paese”, dice a nome dei colleghi del tribunale militare. Nel settembre 2019 è scampato per un soffio alla morte, quando nel sud della Somalia, al passaggio del suo convoglio, sono esplose alcune mine a bordo strada.

Shuute si presenta come “l’incubo” degli islamisti, ma i suoi simpatizzanti sottolineano che è un tormento anche per le forze governative, che non esita a portare sul banco degli imputati. Si dice preoccupato “del crescente numero di abusi commessi dai Macawisley”, le milizie tribali che combattono contro Al Shabaab. Alcuni comandanti di questi gruppi stanno diventando signori della guerra.

Anche ufficiali e soldati somali compaiono davanti al suo tribunale. In un video del 14 febbraio pubblicato dal colonnello si vedono due soldati dell’esercito processati davanti alla corte militare. Qualche giorno prima avevano rubato il telefono a un commerciante di Mogadiscio. Poi è partito un colpo di fucile e il commerciante è morto. Per uno dei due militari è stata chiesta la pena di morte, per l’altro il carcere. Questo genere di sceneggiate, in cui il giudice appare irremovibile, serve a mostrare che la legge è implacabile con tutti.

Biografia

1985 Nasce in Somalia.
2014 Diventa il capo del tribunale delle forze armate della Somalia.
2018 Suo padre viene ucciso fuori da una moschea a Mogadiscio.
2022 Comincia a pubblicare sui social media i video degli interrogatori e delle esecuzioni di presunti jihadisti di Al Shabaab.


Ma il tribunale militare di Mogadiscio non è sempre così esemplare. I detrattori di Shuute lo accusano di servire gli interessi del presidente somalo, Hassan Sheikh Mohamud, visto che appartiene al suo stesso clan, gli hawiye. Lo si è visto tre anni fa, in occasione di un caso clamoroso. Nel 2023, Sheegow Ahmed Ali, un generale appartenente alla minoranza bantu e vicino all’opposizione, è stato arrestato perché sospettato di sovversione. Subito dopo Shuute l’ha condannato a dieci anni di carcere. Due anni più tardi il generale è morto in prigione. All’epoca in Somalia si sono levate molte voci per denunciare i “due pesi e due misure” praticati dalla corte militare.

L’influenza del colonnello fa già parte della vita quotidiana di Mogadiscio. Badria Yahya Ahmed, un’attrice non professionista di 24 anni, condivide con gli amici i video di TikTok del militare. “È divertente! Prende in giro i terroristi, ti mette di buonumore”, dice la ragazza. A tal punto che il suo nome, “Shuute”, è entrato a far parte del linguaggio colloquiale. “Se un amico ti scopre a mentire ti dice: ‘Shuute te la farà pagare!’”.

La sua fermezza ha creato una parvenza di ordine nel caos della capitale somala. “Ordine”, una parola che il giudice pronuncia come un mantra. “È vero”, ammette Badria Yahya Ahmed. “Prima capitava che nel traffico i soldati uccidessero i guidatori di tuk-tuk senza motivo, nella totale impunità. Un giorno Shuute ha condannato a morte un militare per un episodio di questo tipo ed è cambiato tutto. Da allora quando un soldato diventa minaccioso gli autisti scandiscono il suo nome: ‘Shuute!’ e l’effetto è immediato”.

I suoi metodi, tuttavia, sono discutibili. Lontano dalle telecamere, i suoi uomini sono accusati di usare sevizie per ottenere confessioni. Inoltre, secondo l’ong Human rights watch, nel suo tribunale si svolgono anche processi civili, che non competono a una corte militare. Lui si difende invocando la legge sul terrorismo, “che permette di trasferire i casi dai tribunali civili ai tribunali militari”. Questo provvedimento aveva scatenato critiche in Somalia e all’estero all’epoca della sua ratifica nel 2023: Human rights watch lo descriveva come una legge destinata “a espandere i poteri della repressiva agenzia di sicurezza somala”.

Abdalle Ahmed Mumin, giornalista oggi in esilio, ha vissuto in prima persona questo inferno. Nel 2022 è stato arrestato per aver criticato pubblicamente una direttiva del governo che vietava ai mezzi d’informazione di diffondere messaggi ideologici estremisti, una misura che secondo lui mirava a limitare la libertà di stampa. Ha trascorso cinque mesi in carcerazione preventiva prima di comparire davanti a Shuute, che l’ha condannato a due mesi di prigione per poi liberarlo il giorno stesso, tra lo stupore generale e senza un motivo particolare.

“Mi avevano torturato e minacciato per estorcermi delle confessioni”, afferma il giornalista. “Il tribunale del colonnello Shuute è soprannominato ‘la corte del potere assoluto’, perché può inventare qualsiasi crimine in qualsiasi momento”. In effetti la presenza di un avvocato non è sempre scontata, e gli imputati non hanno la possibilità di ricorrere in appello.

Dall’esilio Mumin accusa il tribunale militare di Mogadiscio di essere uno “strumento di repressione politica e vendetta tribale”. Un’accusa che il giudice militare respinge. Nel suo ultimo rapporto il sindacato dei giornalisti somali ha documentato 102 arresti di cronisti da parte della polizia locale nel corso del 2025.

“Credo che Shuute dovrebbe essere in prigione!”, esclama Mumin, che giudica controproducenti i metodi discutibili del giudice: “Non combatte la propaganda di Al Shabaab, anzi la rafforza”. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati