Quando il presidente Donald Trump, il 6 dicembre, ha riconosciuto Gerusalemme come capitale d’Israele non ha fatto altro che consolidare cinquant’anni di politica estera degli Stati Uniti, che hanno sempre favorito l’espansione coloniale israeliana a Gerusalemme Est e più in generale in Cisgiordania. Nel 1967 l’amministrazione statunitense guidata da Lyndon B. Johnson condannò l’annessione israeliana di Gerusalemme Est, in linea con il resto del mondo, ma i governi successivi hanno espresso posizioni contraddittorie. Da un lato, hanno ribadito che gli insediamenti ebraici nei Territori occupati palestinesi erano una violazione del diritto internazionale e un ostacolo per il processo di pace. Dall’altro, hanno garantito a Israele un sostegno militare, finanziario e diplomatico incondizionato, permettendogli di condurre la sua espansione coloniale senza dover affrontare nessuna conseguenza legale o politica.
Tra il 1967 e il 2017 gli Stati Uniti hanno messo il veto 43 volte sulle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che volevano sanzionare il comportamento di Israele e bloccare la costruzione di nuovi insediamenti. Con l’aiuto di Washington, Israele è riuscito a far aumentare la popolazione dei coloni in Cisgiordania dai duecentomila del 1993 ai seicentomila di oggi, e intanto dava l’impressione di voler negoziare con i palestinesi. Quindi Trump, con la sua decisione, non ha fatto un passo verso l’apocalisse, ma ha tolto i vestiti all’imperatore, svelando la farsa del processo di pace.
Nel 1967, quando Israele conquistò la Cisgiordania, Gerusalemme Est e la Striscia di Gaza, la comunità internazionale si schierò contro la presa militare di nuovi territori. Nel novembre di quell’anno il Consiglio di sicurezza dell’Onu approvò la risoluzione 242, in cui si stabiliva che Israele doveva restituire tutti i territori occupati in cambio di una pace duratura. Questo avrebbe dovuto vincolare Israele al mantenimento dello status quo in quei territori fino al raggiungimento di un accordo di pace, ma lo stato ebraico ha più volte fatto capire di voler estendere la sua sovranità sulla Cisgiordania, e soprattutto su Gerusalemme Est, per liberarla dalla popolazione araba. Non ha mai avuto intenzione di ritirarsi.
L’annessione
Di fatto Israele aveva già annesso Gerusalemme Est alla fine di giugno del 1967. L’assemblea generale dell’Onu approvò all’unanimità due risoluzioni (la 2253 e la 2254) in cui condannava l’annessione e chiedeva a Israele di astenersi da ogni azione in grado di alterare lo status di Gerusalemme. Il Regno Unito votò a favore di entrambe le risoluzioni mentre gli Stati Uniti si astennero, indicando però che si opponevano all’espansione territoriale. Nessuno dei due paesi trasferì la sua ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.
Per evitare le critiche, l’ambasciatore israeliano all’Onu dichiarò che le azioni di Israele non equivalevano a un’annessione, ma erano di natura amministrativa. Nei decenni successivi Israele si è limitato a ignorare ammonimenti e critiche, quasi senza subire conseguenze. Se lo stato ebraico ha potuto fare quello che voleva e questo non si è tradotto in ripercussioni legali e politiche di un certo rilievo, è stato solo grazie all’intervento aggressivo degli Stati Uniti. Dal 1967 in poi Washington ha portato avanti una doppia politica: da un lato ha assicurato a Israele un vantaggio militare rispetto agli altri paesi della regione, in modo da poter neutralizzare qualsiasi minaccia individuale o collettiva. Dall’altro gli ha garantito un sostegno politico senza vincoli.
Gli Stati Uniti hanno protetto Israele da qualsiasi condanna internazionale, perché se lo stato ebraico avesse dovuto rispettare obblighi legali esterni avrebbe avuto meno potere negoziale in un contesto dove i territori sono la merce di scambio per raggiungere la pace. L’impegno di Washington a favore della superiorità militare israeliana in Medio Oriente ha inoltre impedito l’applicazione di qualsiasi forma di pressione efficace su Israele.
Con la copertura diplomatica della superpotenza globale, Israele ha continuato a rubare terre per costruire insediamenti destinati ai civili ebrei, costringendo i palestinesi a trasferirsi in aree sempre più piccole. Invece di ribaltare questa situazione, gli accordi di pace di Oslo del 1993 l’hanno formalizzata. Questi accordi definirono un’intesa provvisoria, che avrebbe dovuto durare cinque anni per poi condurre a colloqui di pace finali. L’intesa provvisoria non si basava sul diritto internazionale, ma si riproponeva di rispettare gli obblighi stabiliti dalle risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di sicurezza dell’Onu e da altre leggi, dandogli la forma di un accordo politico. Così, invece di affrontare le questioni di Gerusalemme e dell’occupazione secondo il diritto internazionale, si è considerato che il risultato dei negoziati fosse sufficiente e di fatto equivalente al rispetto della legge. Le conseguenze sono state disastrose.
Gli accordi di Oslo sono diventati una struttura permanente, che ha portato alla situazione attuale: una barriera attraverso cui Israele ha confiscato il 13 per cento delle terre della Cisgiordania; un’aggressiva politica di pulizia etnica a Gerusalemme, con l’obiettivo di ridurre la popolazione palestinese per mantenere una maggioranza di ebrei; il controllo militare e amministrativo di Israele nella cosiddetta area C, che corrisponde al 62 per cento della Cisgiordania; la separazione tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.
◆ Il 6 dicembre 2017 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha riconosciuto ufficialmente Gerusalemme come capitale d’Israele annunciando che vi trasferirà l’ambasciata americana. Questa decisione ha portato a numerose proteste davanti alle rappresentanze diplomatiche di Washington nel mondo musulmano, dalla Tunisia all’Indonesia, e a giorni di scontri tra le forze di sicurezza israeliane e i manifestanti palestinesi. Le Nazioni Unite, l’Unione europea, la Russia e molti paesi musulmani, in particolare Turchia e Iran, hanno criticato Trump. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accolto la notizia con gioia, dichiarando che “per tremila anni Gerusalemme è stata la capitale degli ebrei” e che il presidente statunitense non ha fatto altro che riconoscere la realtà. Dura la reazione dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, secondo cui Trump ha cancellato ogni speranza nel processo di pace, e di Hamas, che ha chiamato i palestinesi a una nuova intifada. Il 12 dicembre, dopo sei giorni di scontri in varie città, tra cui Gerusalemme, Ramallah, Betlemme ed Hebron, la Mezzaluna rossa palestinese ha fatto sapere di aver curato quasi 1.800 feriti, mentre i morti nelle violenze sono stati almeno quattro. Dalla Striscia di Gaza sono stati sparati una decina di razzi verso Israele, che il 9 dicembre ha reagito lanciando dei raid aerei sul territorio palestinese e distruggendo uno dei tunnel usati dai militanti palestinesi per entrare illegalmente nello stato ebraico. Al Jazeera
Come se non bastasse, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato apertamente che non nascerà mai uno stato palestinese. Nel contesto del processo di pace, l’orizzonte della libertà palestinese è rappresentato da una serie di bantustan separati, dove i palestinesi potranno vivere in una certa autonomia senza mai ottenere una vera sovranità.
Ingiustificata certezza
La classe dirigente palestinese avrebbe dovuto abbandonare questo progetto nel 2001, all’inizio della seconda intifada, quando Israele ha usato la forza per reprimere le proteste palestinesi, inaugurando una fase di dominio con il pretesto della sicurezza. I leader palestinesi, invece, si sono aggrappati all’ingiustificata certezza che gli Stati Uniti gli avrebbero assicurato l’indipendenza se loro si fossero mostrati accondiscendenti. Invece, in cambio di questa accondiscendenza, Washington ha appoggiato la conquista di Gerusalemme da parte di Israele e il suo programma di espansione coloniale.
Donald Trump ha messo fine all’ambiguità americana, cancellando ogni residuo di fiducia nel fatto che Washington voglia favorire l’indipendenza palestinese o che Israele abbia un qualche interesse a rinunciare ai territori conquistati con la guerra. Attribuire a Trump la responsabilità di quello che succederà ora in Medio Oriente – cioè probabilmente l’abbandono formale dell’idea di uno stato palestinese e la giustificazione dell’apartheid israeliano – sarebbe un tentativo revisionista di imputare a quest’amministrazione, per quanto strana e folle, la colpa di una politica che è stata portata avanti per più di cinquant’anni da presidenti repubblicani e democratici meno stravaganti.
Ora c’è da chiedersi quali saranno, nel breve e nel lungo periodo, le conseguenze della fine di quest’ambiguità diplomatica. Forse il congresso statunitense terrà fede anche alle minacce di chiudere la sede dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) negli Stati Uniti e di interrompere gli aiuti all’Autorità Nazionale Palestinese (Anp).
◆ A Gerusalemme vivono almeno 880mila persone: il 63 per cento sono ebree e il 37 per cento arabe. Nella parte orientale della città, che Israele annetté illegalmente nel 1967, vivono circa 300mila palestinesi. Per le autorità dello stato ebraico sono “residenti permanenti”, non cittadini: devono pagare le tasse e hanno alcuni dei diritti riservati ai cittadini di Israele, ma non quello di votare alle elezioni legislative. Haaretz
In Palestina prevedibilmente ci sarà un aumento delle attività negli insediamenti. Israele aveva annunciato la costruzione di nuovi alloggi nelle colonie perfino dopo la risoluzione 2334 del 2016, con cui il Consiglio di sicurezza dell’Onu aveva condannato la costruzione delle colonie (in quel caso gli Stati Uniti non avevano messo il veto e si erano astenuti). Ora proseguirà di sicuro nell’espansione degli insediamenti.
Non è ancora chiaro, però, se il parlamento israeliano terrà fede alla promessa di annettere l’area C, dal momento che neanche gli Stati Uniti potranno proteggere Israele dalle ritorsioni di altri stati, tra cui quelli dell’Unione europea. Probabilmente seguirà una politica di strisciante annessione, più che di conquista totale del territorio.
Una risposta disorganizzata
Come reagiranno gli stati arabi dipenderà invece da una serie di fattori imprevedibili, legati ai loro interessi nazionali. La risposta ideale sarebbe la sospensione dei rapporti con Israele e gli Stati Uniti, ma per alcuni stati, come l’Arabia Saudita, l’Egitto e la Giordania, la preoccupazione principale è mantenere il sostegno di Washington. E, per placare le proteste degli altri alleati statunitensi nella regione, Israele potrebbe promettere di rispettare i diritti religiosi a Gerusalemme.
Questo significherebbe accantonare definitivamente i diritti nazionali dei palestinesi, che sarebbero assoggettati del tutto all’arbitrio di Israele, perché non sono cittadini di quello stato e non hanno sovranità sul loro. Molti pensano che i palestinesi reagiranno organizzando nuovi attentati. Ma probabilmente si tratterà di una serie di attacchi non coordinati tra loro, lanciati da persone che non hanno nulla da perdere.
Una sollevazione di massa dei palestinesi è improbabile per due ragioni. Innanzitutto, dal 2000 in poi Israele ha aumentato notevolmente l’uso della forza contro i palestinesi, anche a costo di uccidere. Questo atteggiamento ha spinto alcuni palestinesi a militarizzare le loro reazioni, ma la maggior parte non è armata. L’opzione migliore sarebbe un movimento di massa con l’obiettivo di delegittimare il regime di apartheid instaurato da Israele. Il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (Bds) potrebbe essere un elemento centrale di questa strategia.
In secondo luogo, senza un cambiamento rivoluzionario della classe dirigente palestinese una rivolta di massa è improbabile. Dal 1993 i leader palestinesi portano avanti una strategia di contenimento, cercando di alleggerire il peso dell’occupazione e di renderla più tollerabile.
In particolare con la presidenza di Abu Mazen, la classe dirigente palestinese ha abbandonato lo scontro con Israele come linea politica. Molto prima dell’annuncio di Trump, israeliani e palestinesi erano già in una posizione complicata e instabile. Perfino nei periodi apparentemente “più calmi”, i palestinesi hanno subìto una brutale violenza strutturale. I palestinesi avrebbero dovuto cambiare già da tempo le regole del gioco e, per quanto possa essere spiacevole per loro essere stati battuti sul tempo da Trump, il punto è che alla fine dovranno passare a un’azione più diretta.
La classe dirigente palestinese deve sottrarsi all’orbita degli Stati Uniti e continuare a internazionalizzare il conflitto per delegittimare il progetto coloniale di Israele, chiedere agli stati di imporre sanzioni economiche e militari contro Israele e sostenere un movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni forte e globale.
Nulla potrà impedire che peggiorino le condizioni sul terreno e che ci siano nuovi scontri. Il punto non è come evitare la violenza, ma come arrivare a una soluzione praticabile e giusta. ◆ gim
Noura Erakat _ è una giornalista e avvocata per i diritti umani d’origine palestinese. Vive negli Stati Uniti. È una dei fondatori della rivista letteraria online Jadaliyya._
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1235 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati