Questa è la storia di una divisione che attraversa tutta l’Italia, anche Marino, un paese dell’area dei Castelli Romani di 44mila abitanti baciato dal sole e lambito dal vento. La divisione è semplice: noi e loro.
Dal suo punto di vista, Carlo Colizza, 44 anni, fa parte dei “noi”. È addirittura il capo dei “noi”, perlomeno a Marino. Colizza, avvocato, dimostra qualche anno in più, anche per la gravità con cui guarda il mondo. “Non sono un tipo da giacca e cravatta”, dice. Le mette solo quando non può farne a meno. La fascia tricolore, invece, la porta volentieri.
Dal 2016 Carlo Colizza è il sindaco di Marino, eletto con il 67,6 per cento dei voti. “Le persone ne avevano abbastanza di essere rappresentate dai politici”, dice. Lui è stato una sorta di vendetta, la vittoria di “noi” su “loro”. Colizza è stato eletto con i cinquestelle. Per i sostenitori del movimento tutto ciò che è consolidato è sospetto: i vecchi partiti e le corporazioni, le grandi aziende, le banche e i sindacati. Vedono ovunque corruzione, complotti, accordi segreti. Spesso a ragione. “Se non siamo noi a portare il cambiamento”, si chiede Colizza, “chi lo farà?”.
Alle elezioni politiche del 4 marzo il Movimento 5 stelle (M5s) potrebbe diventare il primo partito italiano. Il risultato dipenderà anche da chi, come Colizza, governa le piccole e medie città, anche se a lui il verbo governare non piacerebbe. Fa pensare a un vecchio potere, a un’epoca tramontata. “Grazie a dio ho un vero lavoro”, dice. La politica è solo una fase della sua vita.
Quando parla di sé, Colizza dice spesso “il sottoscritto”, una vecchia formula che è anche un trucco per estraniarsi nella terza persona. Colizza è ironico, ma a tratti scade nel patetico. In uno di questi momenti mi chiama “mio fratello” davanti ad alcuni compagni di partito. Eppure ci conosciamo appena da venti minuti.
In realtà i cinquestelle hanno un rapporto complicato con la stampa. I quotidiani appartengono a “loro”, all’élite. Per il movimento i giornalisti non raccontano mai le cose come stanno. Comunque Colizza ha accettato di lasciarsi osservare per un anno mentre amministrava Marino, sceglieva il personale, trasferiva o assegnava ruoli chiave per servire la comunità. Il “giornalista tedesco” ha avuto libero accesso a tutto: al suo ufficio invaso dal fumo freddo delle sigarette, alle riunioni di partito, a quelle della giunta e a una cena degli attivisti del movimento. È qui che comincia la nostra storia.
È una sera d’inverno da For de Porta, un ristorante di Marino, otto mesi dopo la vittoria alle elezioni comunali. I dirigenti comunali frenano il cambiamento, forti del loro potere. Le cose vanno molto più lente del previsto. La rivoluzione non è una passeggiata. La grande sala del For de Porta è piena, ci sono quaranta militanti. Nell’aria c’è delusione. Il menu comprende bruschette, zuppa di ceci e due tipi di pasta.
Colizza si alza in piedi, in jeans e giubbetto di velluto beige. “Fratelli e sorelle”, dice al microfono. “Non ho voglia di cantare”. La sua è una predica, quasi un lamento. L’impazienza degli attivisti sprona il sindaco a parlare. Pare che Colizza sia stato criticato dietro le spalle dai suoi compagni di partito. Hanno detto che non è meglio di quelli di Forza Italia. Non è meglio di “loro”. Una comunità vive d’amore, dice Colizza, e nella sala cala il silenzio. Si sta combattendo contro un sistema dalle radici profonde, serve coesione. “Il nemico non è tra noi, è là fuori”, anche il giornalista tedesco è un fratello. “Perché chi viene da noi è uno di noi”. Chi non capisce il principio dell’amore deve andarsene, subito. “Lo dico senza odio: vergognatevi e andatevene, ora, non vi voglio più vedere”.
A chi sta parlando? Qualcuno abbassa gli occhi. “Vi amo, lo dico con il cuore in mano, siete una parte della mia famiglia”. E per la famiglia darebbe tutto, dice Colizza. Seguono un applauso e tre diversi dessert.
Nel corso della serata tutto si mescola: le emozioni, le delusioni personali e la politica. Nei cinquestelle le fratture sono spesso drammatiche. Ci sono esempi in tutto il paese: chi critica è un traditore e deve andarsene. A Marino però non se ne va nessuno.
Qui tutto ruota attorno a palazzo Colonna, la sede del municipio. È troppo grande e schiaccia la cittadina medievale, con le sue mura massicce di colore rosa. Il palazzo si vede da lontano, domina la collina.
È stata una vittoria facile
La vittoria dei cinquestelle nel 2016 si deve al cosidetto scandalo del Divino amore. Nei quattrocento ettari di natura incontaminata che si estendono lungo la via del Divino amore dovevano essere costruite case per ottomila nuovi abitanti. Un bell’affare per gli speculatori. Contro il progetto sono spuntate associazioni di cittadini, molti dei quali si impegnavano in politica per la prima volta. I costruttori hanno ottenuto comunque la loro licenza e bisognava impedire la distruzione del paesaggio con le sue antiche rovine.
Poi però è successo il miracolo. L’ex sindaco, di Forza Italia, è stato arrestato per essersi fatto corrompere da alcuni imprenditori coinvolti nel progetto. La polizia aveva intercettato le conversazioni. Sono state convocate le elezioni anticipate e i cittadini che avevano appena scoperto l’impegno politico hanno riversato sul voto tutto il loro entusiasmo, scegliendo i cinquestelle. “Vincere non è mai stato facile”, dice Stefano Cortelletti, del periodico locale Il Caffè. I nuovi arrivati non hanno dovuto fare altro che presentarsi e dire “eccoci, noi siamo il nuovo”. Noi siamo “noi”. Ma non erano poi così nuovi.
A Marino un meetup dei cinquestelle, come vengono chiamate le cellule di base del movimento, esiste già dal 2013. A fondarlo è stato il proprietario di un negozio di cartoline del centro, un fan di Beppe Grillo. Le prime riunioni avvenivano nel negozio, ma presto lo spazio tra gli scaffali non è più bastato. Grillo alimentava le discussioni del gruppo con il suo blog e le sue uscite pubbliche, con le tirate quotidiane contro i politici corrotti, le assurdità della globalizzazione, i grandi progetti inutili, lo spreco di denaro pubblico. Tanti temi e anche tanta confusione. C’era poco da ridere nei Vaffa day organizzati dal comico genovese, raduni con decine di migliaia di persone pronte a scatenare la loro indignazione contro la classe dirigente. Grillo si è limitato a riproporre l’idea che molti italiani già avevano dei potenti, dei partiti e dei politici.
In quella contrapposizione c’era materiale sufficiente per una rivolta civile. Oggi il clima è così surriscaldato che anche il suo ispiratore sembra temerne l’ampiezza. Altrimenti non si spiega come mai Grillo abbia deciso di fondare poco prima delle elezioni un nuovo blog, separato dal partito. Stava crescendo troppo?
In tutta Europa non c’è un altro movimento di protesta così originale e di successo come i cinquestelle. Il movimento è post-ideologico, né di destra né di sinistra, ma un po’ entrambe le cose. “La vecchia gabbia dei grandi partiti popolari”, dice Colizza, “non esiste più, l’abbiamo distrutta”. In questo nuovo mondo uno come lui, che proviene dalla destra borghese, può lavorare con gente di sinistra. “La logica è tutta nuova”. E sconcertante, piena di contraddizioni. Nella gestione dei rifiuti la visione del mondo potrebbe forse non essere così fondamentale, ma che dire della linea politica da tenere con Putin, Trump, l’euro, gli immigrati?
In occasione delle elezioni amministrative di Marino si sono avvicinate al movimento persone che probabilmente non si sarebbero mai incontrate in vita loro. A unirle è stata solo la formula “noi” contro “loro”. Non erano accumunate da una stessa mentalità né da una cultura di partito condivisa. Facevano parte del gruppo: un generale dell’esercito in pensione, un artigiano, un funzionario dell’autorità per la concorrenza, due disoccupati e un professore universitario di urbanistica che ha rinunciato a un lavoro a Panamá per tornare a Marino. Sinistra, destra, ecologia, giovani, vecchi, donne, uomini. Cittadini, semplicemente cittadini. Quasi nessuno di loro aveva esperienza politica. L’inesperienza è stato il loro collante, “se ne vantavano”, dice Eleonora Di Giulio, candidata sindaca a Marino con il centrosinistra. “La esibivano come il loro trofeo”. Ma c’era qualcos’altro che univa i cinquestelle: Carlo Colizza, “il sottoscritto”, il capo, un marinese che viene da una famiglia di viticoltori.
Si alzano i toni
Riunione del consiglio comunale a palazzo Colonna. Con le sue pareti pastello, la sala del consiglio sembra una taverna greca illuminata da lampade al neon. Si discute il bilancio, e presto si alzano i toni. I cinquestelle s’incensano da soli, l’opposizione s’innervosisce e a un certo punto decide che ne ha sentito abbastanza e si sposta nell’atrio, i giornalisti locali la seguono. “Che arroganza”, dice un dirigente dell’opposizione. È sempre la stessa storia: “Si sentono le uniche persone rispettabili, gli unici puliti e bravi mentre tutti gli altri per loro sono idioti. O ladri”. Un atteggiamento che sta diventando insopportabile.
Nel frattempo dentro si vota, solo tra i consiglieri comunali del movimento. Uno di loro dice: “Avete visto, anche i giornalisti hanno lasciato la sala”. Tutti sotto lo stesso tetto. Loro, noi. La formula velenosa.
Nell’ufficio del sindaco, è passato un anno dalla predica nel ristorante. Colizza è di ottimo umore, la questione dell’amore tradito è superata. “Va benissimo”, dice. Il tempo delle lezioni è finito, ora fare il sindaco è divertente. “Quando capisci come funziona l’apparato la frustrazione scompare”. Con i dirigenti è venuto a patti. Adesso c’è un po’ di “loro” anche in “noi”. O viceversa. Il progetto del “Divino amore” non è stato bloccato, ma si è in attesa di alcune richieste di modifiche. Marino ha di nuovo un bilancio in pareggio, è rimasto anche qualche milione di euro per la ristrutturazione degli impianti sportivi e dei parchi giochi.
“Scandali? Nessuno”, dice Cortelletti del periodico Il Caffè. “Governano senza dare nell’occhio”.
Anche l’opposizione è diventata più moderata. Eleonora Di Giulio racconta che per un po’ i cinquestelle si sono resi la vita difficile da soli, perché non conoscevano le procedure. Comunque, spiega, si vedeva che facevano sul serio, che s’impegnavano, e alcuni assessori sono davvero competenti. Per esempio quello all’urbanistica e ai lavori pubblici, il professore venuto apposta da Panamá. Anche quello alle finanze pubbliche è “bravo”. Di Giulio ha una parola buona perfino per il sindaco che l’ha battuta alle elezioni amministrative.
Avanguardia in provincia
Dal nulla è spuntato qualcosa. Il caso è stato fortunato questa volta, come in un gioco d’azzardo. Ora Colizza vuole introdurre a Marino il reddito di cittadinanza. Se ci riuscisse sarebbe un pioniere: l’avanguardia in provincia, nel piccolo. Il reddito di cittadinanza è anche nel programma di Luigi Di Maio, il candidato dei cinquestelle a guidare il governo, la giovane stella del movimento. Colizza lo chiama semplicemente Luigi.
Anche Di Maio, 31 anni, è un fratello. Mezzo mondo e tutti i mercati temono che questo ragazzo dall’esile curriculum un giorno diventi presidente del consiglio. “Perché Luigi non dovrebbe essere in grado di governare il paese?”, chiede Colizza.
Forse gli servirà solo un po’ di tempo per capire come funziona l’apparato, per trovare le persone giuste a cui assegnare i ministeri e avere il controllo sulla spesa pubblica. Un po’ come è stato per lui a Marino. Solo tutto più in grande. Molto, molto più in grande. ◆ nv
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Questo articolo è uscito sul numero 1244 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati