L’Italia soffre per lo stallo del suo sistema politico. Non funziona più niente, nemmeno l’influenza del presidente della repubblica. Finora, nella turbolenta storia della repubblica italiana, gli appelli al senso di responsabilità arrivati dal Quirinale avevano sempre avuto l’effetto di ordini dall’alto. I partiti in genere trovavano un accordo perché in gioco c’era il bene del paese. Ora è tutto diverso.

Dopo il fallimento anche del terzo e ultimo giro di consultazioni per trovare una maggioranza parlamentare che sostenga un nuovo governo, il presidente della repubblica Sergio Mattarella ha fatto un appello ai partiti che è durato sette minuti. Le consultazioni sono andate avanti per due mesi. In questo periodo il capo dello stato ha interpretato il suo ruolo di arbitro con imperturbabile classe e molta pazienza. Mattarella, un siciliano, è un uomo leale, laconico e poco incline alla teatralità. Ma nel suo appello ha rivolto ai partiti parole insolitamente drammatiche: li ha esortati a risparmiare al paese il rischio di nuove elezioni a breve termine, proprio ora che l’Italia si sta finalmente risollevando da una lunga crisi, anche se il suo cammino è ancora incerto.

Mattarella ha annunciato la formazione di un governo “neutrale”, un esecutivo di servizio con personalità esterne ai partiti che si dovrebbe occupare di poche questioni e guidare il paese fino a dicembre del 2018. Dopo sette mesi i cittadini tornerebbero alle urne, possibilmente con una nuova legge elettorale. È una proposta ragionevole, perfino innovativa: il capo dello stato ha promesso che i tecnici si farebbero da parte anche prima, se nel frattempo si trovasse una maggioranza di governo.

Da sapere
Una possibile soluzione

◆ Il 7 maggio il presidente della repubblica Sergio Mattarella ha detto che senza un’intesa tra i partiti avrebbe proposto un governo “neutrale”. Il 9 maggio la Lega e il Movimento

5 stelle hanno chiesto al capo dello stato ventiquattr’ore di tempo per trattare e cercare di formare un governo politico. Il leader dei cinquestelle, Luigi Di Maio, ha detto di non avere veti su Silvio Berlusconi, ma di voler trattare solo con la Lega. Ansa


Ma il presidente stava ancora pronunciando il suo appello quando è tuonato un netto “no”. I due i vincitori a metà delle elezioni, Lega e Movimento 5 stelle, avevano già deciso che per loro l’unica opzione è tornare a votare subito, l’8 luglio. Ma dal punto di vista istituzionale è un’assurdità. La costituzione italiana prevede che sia il presidente della repubblica a sciogliere le camere. La data delle elezioni invece è stabilita dal governo. Forse i populisti e quelli che si sono autoproclamati superdemocratici non conoscono queste regole o le considerano addirittura un intralcio.

Maestri del possibile

All’epoca della tanto disprezzata prima repubblica, tra il 1948 e il 1994, quando i governi sopravvivevano qualche mese e le crisi si susseguivano, le alleanze nascevano nel giro di una notte. Non tutte erano sante: dopotutto la politica può esserlo? Il mondo sorrideva della cronica instabilità italiana, ma il caos era solo apparente. In sé il sistema era stabile. Viveva della cultura politica dei suoi protagonisti, maestri del possibile. I vecchi partiti sapevano di non poter essere autonomi in un parlamento fortemente frammentato e contrattavano, si corteggiavano a vicenda, arrivando a dei compromessi. Un tempo era così.

I nuovi protagonisti della politica invece ringhiano uno contro l’altro, a ogni minima difficoltà minacciano la sollevazione del loro popolo di elettori. E ora ignorano perfino il Quirinale. ◆nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1255 di Internazionale, a pagina 33. Compra questo numero | Abbonati