Una donna torna a Goma, una città nell’est della Repubblica Democratica del Congo (Rdc), insieme al corpo del marito, un commerciante che si spostava spesso tra Goma e Bunia, nella vicina provincia dell’Ituri, dov’era morto. Lo riporta in una città di 1,5 milioni di abitanti, vicino alla frontiera con il Ruanda, una zona sotto il controllo del gruppo armato M23 dall’inizio del 2025. Qualche giorno dopo anche lei presenta dei sintomi. I test realizzati dal laboratorio locale dell’Istituto nazionale di ricerca biomedica (Inrb) sono positivi: è il virus ebola, della specie Bundibugyo.

Settimane prima, il 24 aprile, un infermiere aveva sviluppato dei sintomi a Bunia, capoluogo dell’Ituri: febbre, vomito e forte malessere. È morto il 27 aprile, ma nessuno nella comunità ha avvertito le autorità sanitarie. Anzi, girava voce che un pastore avesse bruciato dei feticci provocando la propria morte e quella di sua moglie. La malattia era percepita come qualcosa di mistico. Ai funerali le persone in lacrime avevano toccato i corpi.

Il cadavere dell’infermiere è stato rimpatriato nel distretto sanitario di Mongwalu, una città mineraria a 80 chilometri da Bunia. Durante i funerali i partecipanti sono stati inconsapevolmente esposti al contagio. In una sola famiglia sono morte quindici persone. Per tutto il mese di aprile il virus si è propagato in silenzio. La prima allerta ufficiale è arrivata solo dopo quattro settimane. Intanto sono stati registrati 131 morti e almeno 513 casi sospetti. Jean-Jacques Muyembe, uno dei medici che scoprirono il virus ebola nel 1976, avverte: “Nessuno ha piena contezza delle cifre”.

Il paradosso dei laboratori

Il 5 maggio esplode un’allerta sui social media. Si parla di circa cinquanta morti a Mongwalu. Le autorità sanitarie avviano verifiche. A Bunia si conducono dei test con i macchinari GeneXpert disponibili sul posto, ma i risultati sono negativi per il ceppo Zaire.

Ma secondo una fonte dell’Inrb i primi risultati negativi sarebbero stati causati da un problema tecnico: i campioni erano di scarsa qualità, perché non era stata rispettata la catena del freddo e il materiale biologico era stato alterato nella manipolazione.

È il paradosso al cuore di quest’epidemia, spiega Jean Kaseya, direttore generale dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa Cdc). Da quando ha assunto l’incarico, nel 2023, nella Rdc i laboratori sono aumentati da due a 42, una rete che copre quasi tutte le province del paese. Quelli dell’Inrb sono tra i più avanzati del continente. Ma i primi campioni erano in cattivo stato e non si è potuto analizzarli correttamente.

Tredici campioni di qualità accettabile sono arrivati a Kinshasa solo il 14 maggio. Gli scienziati ci hanno lavorato tutta la notte e al mattino erano risultati tutti positivi al ceppo Bundibugyo.

È la terza epidemia causata da questa variante. La prima è stata in Uganda nel 2007, la seconda a Isiro, nella Rdc, nel 2012. Florent Uzzeni, della sezione svizzera dell’ong Medici senza frontiere (Msf), riassume i problemi: “Conosciamo l’ebola, sappiamo come può progredire l’epidemia, ma in termini di letalità, di cure, questo è un ceppo per il quale non abbiamo terapie approvate. Non c’è nemmeno un vaccino, strumento che è stato fondamentale per limitare le ultime epidemie”.

Delle 17 epidemie di ebola scoppiate nella Rdc dal 1976, 15 sono state causate dal ceppo Zaire e due dal Bundibugyo, precisa Muyembe. I vaccini e le terapie di questi anni sono stati concepiti per il primo. Tuttavia, il dottore invita alla calma: il paese ha saputo gestire 15 epidemie affidandosi solo a misure di salute pubblica. Interrompere la catena del contagio basta a fermare il virus. “Ci vorrà tempo. Ma lo sconfiggeremo”, assicura.

Tra i primi 13 casi confermati, quattro erano operatori sanitari, morti nel giro di quattro giorni all’ospedale di Mongwalu. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) punta il dito contro alcune lacune critiche nei protocolli di prevenzione e controllo delle infezioni. Secondo Uzzeni, a Mongwalu “manca tutto. Ci sono pochi farmaci, è raro che i malati stiano in isolamento e il personale non ha abbastanza dispositivi di protezione”. E il numero di epidemiologi è “sproporzionatamente basso” rispetto a quello dei casi.

Da sapere
Alla ricerca del vaccino

◆ Il 19 maggio 2026 il capo dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha espresso preoccupazione per la velocità e la scala raggiunte dall’epidemia scatenata dal virus ebola del ceppo Bundibugyo, nell’est della Repubblica Democratica del Congo (Rdc) e in Uganda, che ha fatto registrare più di 500 casi (di cui 33 confermati) e 131 morti. Un comitato dell’Oms si è riunito lo stesso giorno per raccomandare i vaccini a cui dare la priorità nei test clinici, visto che non ce n’è ancora uno approvato per questa variante. La decisione si baserà su un’analisi della Coalition for epidemic preparedness innovations (Cepi), un ente creato dopo le carenze riscontrate nella risposta internazionale alle precedenti crisi dell’ebola. La ricerca del vaccino potrebbe essere aiutata dall’intelligenza artificiale, sulla base di farmaci già esistenti come quello contro la variante Zaire. I virus ebola, che si ritiene siano trasmessi dai pipistrelli della frutta, causano febbre emorragica e sono letali in almeno il 30 per cento dei casi. Si trasmettono per contatto diretto tra gli esseri umani, attraverso lesioni cutanee o delle mucose, con fluidi corporei o oggetti contaminati. Financial Times


L’infermiere morto a Bunia, i corpi riportati a Mongwalu, i funerali, l’aumento dei casi: così è cominciata l’epidemia. Poi un congolese di 59 anni si è messo in viaggio verso la capitale ugandese Kampala, dov’è stato ricoverato l’11 maggio ed è morto tre giorni dopo. La salma è stata rimpatriata il giorno stesso in Rdc. In meno di ventiquattr’ore a Kampala sono stati confermati due casi, senza apparenti connessioni tra loro, entrambi di persone ricoverate in terapia intensiva.

E infine c’è la moglie del commerciante, rientrata a Goma con il corpo del marito. Muyembe conferma che il caso è legato ai morti di Bunia. La catena di trasmissione del contagio è così completa.

Un contesto particolare

Goma non è una città come le altre in questa crisi. Capitale economica dell’est della Rdc, è amministrata dall’inizio dell’anno scorso dai ribelli dell’Alleanza fiume Congo/Movimento 23 marzo (Afc/M23). Per un’équipe medica di Kinshasa entrare in città, lavorare e coordinare da qui una risposta all’epidemia significa destreggiarsi tra due amministrazioni parallele che non si riconoscono a vicenda. Secondo fonti interne alle organizzazioni internazionali è un rompicapo politico, oltre che sanitario.

Ma non è impossibile creare dei ponti. Un comandante dei ribelli cita l’esempio degli esami di maturità, che quest’anno sono stati organizzati anche nelle zone controllate dall’Afc/M23 insieme al governo centrale. Se ha funzionato per le scuole, può funzionare pure per la risposta sanitaria. Dal punto di vista tecnico, l’Inrb ha un laboratorio a Goma collegato a quello di Kinshasa, in grado di confermare l’eventuale positività alla variante Bundibugyo. Un laboratorio mobile è in viaggio verso Bunia, in una zona controllata dal governo, per coprire le tre aree colpite nell’Ituri. Due laboratori, due zone di crisi, una sola istituzione che deve lavorare su entrambi i lati di una linea del fronte.

Il 17 maggio l’Oms ha dichiarato quest’ultima epidemia di ebola un’emergenza sanitaria pubblica di portata internazionale, obbligando i 194 paesi che fanno parte dell’organizzazione a rafforzare la sorveglianza e la preparazione. Il Regno Unito ha versato un milione di sterline all’Oms, gli Africa Cdc hanno sbloccato due milioni di dollari per l’emergenza, la missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione dell’Rdc (Monusco) sta inviando diciotto tonnellate di forniture mediche dagli hub di Dakar e Nairobi. Anche l’ong Msf sta preparando un intervento su vasta scala.

Ma la realtà sul campo non cambia grazie a un’allerta dell’Oms. All’aeroporto di Bunia i kit per lavarsi le mani sono insufficienti, i dispositivi per lo screening sono inadeguati, le misure di prevenzione non sono rispettate. Mancano i vaccini e le terapie. Mentre due autorità si sfidano da fronti opposti, il virus continua a viaggiare insieme ai corpi. ◆ fdl

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1666 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati