Con il referendum del 25 ottobre in Cile è morta la costituzione scritta durante la dittatura di Augusto Pinochet. A vincere, però, non è stato nessuno dei partiti politici che si contendono il potere dal 1990, quando il generale uscì dalla scena politica e nel paese tornò la democrazia.
L’affluenza del 50,8 per cento, anche se minore rispetto a quanto ci si aspettava guardando le file all’entrata dei seggi elettorali (forse il distanziamento fisico imposto dalla pandemia le faceva sembrare più lunghe), è stata la più alta dal 2012. Il 78,3 per cento dei votanti si è espresso a favore di una nuova costituzione, e tra questi il 79 per cento ha manifestato il desiderio che il testo sia scritto da una convenzione costituzionale, un’assemblea composta da cittadini (non solo politici di professione) eletti specificamente per questo compito. La possibilità che un incarico così importante fosse affidato ai parlamentari è stata quindi esclusa.
Se c’è una cosa che tutti i cittadini scesi in piazza nell’ultimo anno hanno chiarito è sicuramente l’immensa distanza che percepiscono dalla classe politica, sia al governo sia all’opposizione. Nelle manifestazioni l’indignazione si è concentrata sul presidente Sebastián Piñera (centrodestra), simbolo non solo del potere politico ma anche di quello economico. Piñera è un milionario in un paese in cui la ricchezza è concentrata nelle mani di pochissime persone. Questa disuguaglianza è un altro dei grandi temi che hanno portato il paese a ribellarsi e a ottenere la convocazione del referendum per riscrivere la costituzione.
Un compito difficile
Il risultato del voto del 25 ottobre rappresenta una sfida immensa che metterà alla prova la capacità di aprirsi di un sistema partitico invecchiato, delegittimato e scollegato dal dibattito nella società. Infatti i cileni non chiedono solo la fine del sistema neoliberista imposto durante la dittatura di Pinochet dai Chicago boys (un gruppo di economisti cileni che negli anni settanta si era formato all’università di Chicago) e addolcito più tardi dai governi della Concertación (un’ampia coalizione di partiti di centrosinistra che guidò il paese dal ritorno alla democrazia fino al 2013). I cittadini del Cile vogliono un aggiornamento democratico in senso più ampio, con una ridistribuzione del potere che riconosca i cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni.
È un compito difficile, perché sono proprio i partiti tradizionali ad avere le maggiori probabilità di portare i loro rappresentanti nella futura assemblea costituente. In base alla legge attuale è quasi impossibile che una figura indipendente possa arrivarci contando solo sulle sue forze. Questo significa che tocca ai partiti compiere gli sforzi necessari per far sì che questo succeda.
Durante la giornata elettorale ci sono stati pochi incidenti, a differenza della settimana precedente quando, in occasione del primo anniversario del estallido (il movimento nato nell’ottobre del 2019), erano state incendiate due chiese a Santiago.
Un anno fa furono date alle fiamme una ventina di stazioni della metropolitana e più di quaranta furono danneggiate. Pochi giorni dopo quella prima protesta, scatenata dall’aumento del biglietto del trasporto pubblico, Sebastián Piñera dichiarava: “Siamo in guerra contro un nemico potente e implacabile, che non rispetta nessuno ed è disposto a usare la violenza e la delinquenza senza limiti, un nemico pronto a distruggere i nostri ospedali, la nostra metropolitana e i nostri supermercati con l’unico obiettivo di arrecare il maggior danno possibile”. Secondo uno studio recente del giornale El Mostrador, quella dichiarazione di guerra sarebbe stata motivata da un rapporto del ministero della difesa secondo cui “l’intellighenzia venezuelana e cubana” aveva “preparato un’offensiva insurrezionale in Cile”. Ma il 25 novembre il milione di persone scese per le strade della capitale dimostrò che il malessere della popolazione andava al di là di qualsiasi teoria del complotto.
◆ Il 25 ottobre 2020 in Cile si è svolto un referendum per decidere se riscrivere la costituzione in vigore dal 1980. Il testo fu approvato durante la dittatura del generale Augusto Pinochet ed emendato varie volte, ma l’impianto di base è sempre rimasto lo stesso. Il 78,3 per cento di chi è andato ai seggi ha approvato la proposta di cambiare la nuova costituzione, mentre il 21,7 per cento l’ha rifiutata. L’affluenza alle urne è stata del 50,8 per cento degli aventi diritto, quindi non molto alta. Una legge del 2012 ha stabilito che in Cile il voto non è obbligatorio, a differenza di quasi tutti i paesi sudamericani. Gli elettori erano chiamati a decidere anche chi dovrà scrivere la nuova carta. Il 78,9 per cento si è espresso a favore di una convenzione costituzionale, cioè un’assemblea costituente formata da 155 persone che saranno elette l’11 aprile 2021, lo stesso giorno in cui si svolgeranno le elezioni regionali e comunali.
◆Il lavoro di stesura della costituzione durerà nove mesi, prorogabili per altri tre. Se si raggiungerà un consenso, il testo sarà sottoposto a un referendum confermativo (questa volta la partecipazione al voto sarà obbligatoria e la nuova costituzione del Cile entrerà in vigore nel 2022). Se l’assemblea non raggiungerà un accordo, resterà in vigore la costituzione attuale. Tele 13, Bbc mundo
Sull’onda di quelle manifestazioni – in cui confluivano proteste pacifiche e rumorose ma anche atti vandalici contro edifici pubblici – il 15 novembre del 2019 i partiti politici (con alcune eccezioni che però in seguito si sono accodate) promisero un Accordo per la pace e una nuova costituzione. Anche se non hanno un grande sostegno nel paese, questi partiti avevano capito che l’avvio di un processo costituente era la soluzione migliore per placare un malcontento su cui non avevano alcun controllo.
Soluzione partecipativa
Il 25 ottobre i cileni hanno dato prova di un senso civico che ha smentito le divisioni emerse sui social network e ha isolato le violenze dei delinquenti che nell’ultima settimana avevano nuovamente monopolizzato l’attenzione dei notiziari e dei giornali. I giovani hanno recuperato il protagonismo perso dopo il ritorno della democrazia nel 1990. I festeggiamenti, una volta annunciati i risultati del referendum, hanno ricordato quelli dei decenni passati, quando la posta in gioco alle elezioni sembrava ancora importante.
I cileni ora sanno che possono farsi ascoltare superando i vecchi controlli istituzionali e la volontà delle élite. Nessun partito, nessun leader e nessuna organizzazione ha preso in mano la gestione delle proteste. Il voto a cui abbiamo appena assistito è stato forzato dalle gente, attraverso meccanismi figli del nostro tempo e delle nuove tecnologie.
Il “no” alla nuova costituzione ha prevalso solo in tre zone di Santiago, dove si concentrano i redditi più alti e in cui vive la grande maggioranza della classe dirigente. E a Colchane, un piccolo centro nel nord del paese con poco più di 1.500 abitanti, e in Antartica, dove risiede una decina di militari. Se l’assemblea costituente sarà monopolizzata da queste persone e non sarà fatto uno sforzo radicale per rappresentare i cileni che sono scesi in piazza per mesi, tutta la felicità che si respira in questi giorni potrebbe trasformarsi in frustrazione. La democrazia rappresentativa è in crisi ovunque, ma nulla lascia pensare che ci sia un’alternativa valida. Per questo motivo il Cile sarà osservato con attenzione da tutti i paesi di un mondo che in modi diversi s’interrogano sulle istituzioni del potere e sui processi decisionali.
La sfida è immensa e appassionante: trovare una soluzione democratica, partecipativa e inclusiva per contribuire alla convivenza delle molteplici culture e realtà rimaste inascoltate. L’assemblea costituente sarà paritaria, ma non sono state ancora assegnate le quote per i popoli nativi. Non si tratta solo di un problema di giustizia, perché anche la stabilità, lo sviluppo e il progresso futuri dipendono dal fatto che le grandi maggioranze nazionali si sentano partecipi e responsabili in un contratto sociale che le coinvolga e le tenga in considerazione.
Sarà compito della società civile mantenere alta l’attenzione e la partecipazione. Così come la popolazione ha saputo rompere l’inerzia di un modello politico e sociale che la emarginava, in futuro dovrà costringere i partiti a darle lo spazio che merita, all’interno di questo nuovo accordo comunitario che ha chiuso una pagina della nostra storia piena di dolori e carenze, ma anche di risultati. ◆ as
Patricio Fernández è uno scrittore e giornalista cileno. Nel 1998 ha fondato il settimanale satirico The Clinic, che ha diretto fino al gennaio del 2020. Il suo ultimo libro è Sobre la marcha. Notas acerca del estallido social en Chile (Debate 2020).
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Questo articolo è uscito sul numero 1382 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati