Quando l’autista di jeepney (jeep a più posti usate come autobus) Toni Prado ha raccontato ai giornalisti a Manila che i suoi guadagni giornalieri erano crollati da mille a duecento pesos, non parlava di sfortuna ma dell’esito prevedibile di una vulnerabilità strutturale che il governo filippino aveva documentato da tempo senza riuscire a risolverla. Prado è tra le migliaia di persone che hanno partecipato agli scioperi nazionali dei trasporti del 19 marzo contro i prezzi del diesel, più che raddoppiati dopo l’intensificarsi del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran.
La causa immediata, cioè la nuova instabilità legata ai rischi per le petroliere nello stretto di Hormuz, è reale. Ma per le Filippine è quasi secondaria. Il dipartimento per l’energia, con le statistiche del 2024, aveva già descritto con una precisione quasi matematica quale sarebbe stato l’impatto di un blocco dello stretto di Hormuz. I responsabili politici avevano il documento. Avevano i dati. Ciò che è mancato è stata una maggiore urgenza nel prendere provvedimenti.
Diverse vulnerabilità
Innanzitutto più del 95 per cento delle importazioni di greggio proveniva dal golfo Persico, principalmente da Arabia Saudita (più della metà), Emirati Arabi Uniti e Iraq. La produzione nazionale di greggio è praticamente inesistente. In secondo luogo, il settore dei trasporti assorbe quasi due terzi di tutto il petrolio consumato al livello nazionale: i jeepney – i caratteristici e spesso colorati mezzi di trasporto pubblico che affollano le strade delle Filippine – e le navi cargo che collegano tra loro le isole dell’arcipelago funzionano quasi interamente con carburante importato. In terzo luogo, il settore dei trasporti non è solo il principale consumatore di petrolio del paese: è il sistema che fa muovere la vita economica, trasportando ogni giorno quasi quaranta milioni di passeggeri e impiegando circa due milioni di persone, che per guadagnarsi da vivere dipendono quasi tutte dal diesel importato. Nel loro insieme, questi dati descrivono un paese strutturalmente esposto a ogni variazione significativa dell’offerta proveniente dal Golfo con un impatto diretto e immediato sui prezzi al distributore.
Lo stretto di Hormuz veicola una quota rilevante, pari a circa un quinto, del petrolio trasportato via mare al livello globale. I premi assicurativi contro i rischi di guerra per le petroliere sono aumentati bruscamente e i prezzi al barile hanno seguito la stessa tendenza. In un’economia che si affida a un unico corridoio per gran parte del suo approvvigionamento di greggio e lo destina al suo settore economico più essenziale, i segnali del mercato globale si trasmettono con rapidità ai prezzi del carburante.
A ciò si aggiunge la situazione delle riserve strategiche. Come ha confermato la segretaria all’energia Sharon Garin, le Filippine hanno scorte di diesel per circa 45 giorni, ben al di sotto dei 90 giorni di copertura delle importazioni nette raccomandati dall’Agenzia internazionale dell’energia per i principali importatori di petrolio. Le misure previste dallo stato d’emergenza energetica dichiarato dal governo il 24 marzo seguono una logica chiara: l’uso temporaneo di carburanti Euro 2 per veicoli più vecchi e impianti di produzione elettrica è un adattamento pragmatico dell’offerta; i sussidi per gli autisti, gli sgravi fiscali e l’estensione dei programmi di trasporto gratuito contribuiscono ad attenuare le ricadute sociali immediate; le discussioni sulla diversificazione energetica con India, Giappone, Corea del Sud e Brunei, insieme a una prima valutazione di importare greggio russo grazie alla temporanea deroga alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro Mosca, riflettono uno sforzo nel breve periodo per ampliare le opzioni di approvvigionamento. Questi però sono interventi di pronto soccorso per una patologia già da tempo visibile nei dati ufficiali. La situazione delle riserve era nota. Eppure, il giorno prima che il presidente Ferdinand Marcos Jr. dichiarasse lo stato di emergenza energetica, il governo aveva ribadito che non era in corso “alcuna crisi petrolifera”.
Il caso filippino ha implicazioni che vanno al di là di Manila. Il sudest asiatico continua a dipendere dal Medio Oriente per più della metà delle sue importazioni di petrolio, mentre la domanda energetica della regione cresce più rapidamente degli sforzi di diversificazione. Il Vietnam e la Thailandia hanno una modesta produzione interna che offre un certo margine aggiuntivo rispetto a eventuali interruzioni nello stretto di Hormuz. L’Indonesia mantiene una buona capacità di raffinazione. Ma il quadro generale – forte dipendenza dalle importazioni, riserve limitate e un settore dei trasporti che dipende dal petrolio – è simile per molti importatori netti della regione.
La strada è chiara
Il caso delle Filippine dimostra che tra il riconoscere una vulnerabilità nei dati ufficiali e l’intervento tempestivo ci può essere uno scarto. Questo scarto riflette una mancanza politica e istituzionale più che una carenza di informazioni. La strada da seguire è chiara. Accelerare la creazione di riserve strategiche di petrolio ridurrebbe il divario nell’immediato, anche se il costo finanziario è ingente, stimato in più di 150 miliardi di pesos filippini (circa 2,1 miliardi di euro). Un meccanismo di condivisione delle riserve petrolifere tra i paesi dell’Asean (Associazione delle nazioni del sudest asiatico) in caso di emergenza potrebbe offrire una copertura più ampia che i singoli importatori netti difficilmente riuscirebbero a sostenere da soli. Le Filippine dispongono inoltre di infrastrutture fotovoltaiche tra le più uniformemente distribuite della regione. Eppure il solare oggi rappresenta solo il 3 per cento della produzione di elettricità, mentre il settore dei trasporti continua a dipendere quasi completamente dal petrolio.
Per affrontare questo squilibrio è necessaria un’attenzione politica costante di tutt’altro livello, che non si limiti a misure tampone. Agli autisti filippini come Toni Prado non serve uno stato di emergenza energetica, gli serve un governo che tratti i dati a propria disposizione come una guida per agire in modo tempestivo e non come una mera formalità. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1659 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati