Alla fine di gennaio del 2020, in una fascia orbitale a circa 640 chilometri dalla Terra, due veicoli spaziali russi senza equipaggio si sono mossi in direzione dello Usa-245, un satellite di ricognizione statunitense. Da quell’altezza un viaggiatore avrebbe visto il nostro pianeta come un pendio tondeggiante verde e marrone. Avrebbe potuto distinguere i bordi frastagliati delle montagne, i contorni dei laghi, l’atmosfera che si scurisce un po’ alla volta fino a diventare azzurra e poi nera. Da un telescopio piazzato in un cortile sulla Terra i satelliti sarebbero sembrati piccoli barlumi nella notte, con la luce del Sole che si riflette sul loro rivestimento metallico come su un parabrezza lontano.

L’Usa-245 è costato miliardi di dollari ed è dotato di sistemi di imaging (produzione d’immagini) molto avanzati. I veicoli russi gli si erano posizionati molto vicini e avevano sincronizzato il loro percorso con il suo. Uno dei due era arrivato a meno di venti chilometri di distanza varie volte in un solo giorno. Può capitare che i satelliti sullo stesso piano orbitale passino a meno di cento chilometri l’uno dall’altro, ma non con quella frequenza. A quanto pare i russi stavano pedinando il satellite spia statunitense.

Il più grande dei due veicoli russi, il Kosmos-2542, era entrato per la prima volta nel piano orbitale dello Usa-245 alla fine di novembre del 2019, lanciato da un razzo Soyuz. Di per sé non era un avvenimento significativo, e i due mezzi si erano incrociati solo una volta in undici giorni. Ma il 6 dicembre l’astronave russa si è divisa in due, liberando un’altra navicella, più piccola. “Una specie di matrioska”, l’avrebbe definita in seguito il generale John W. Raymond, capo della forza spaziale statunitense.

Secondo Mosca, il Kosmos-2542 era un “satellite ispettore”, un tipo di veicolo usato anche dagli Stati Uniti e dalla Cina. Si tratta di macchine piccole e agili, con navigazione e controlli precisi, usate generalmente per avvicinare o agganciare veicoli amici e fare controlli di manutenzione. Secondo il ministero della difesa russo anche il satellite nato dal Kosmos-2542, chiamato Kosmos-2543, era un ispettore, pensato per migliorare la manutenzione della flotta. I russi hanno anche fatto notare che il 2542 era equipaggiato con videocamere abbastanza potenti da fotografare la superficie della Terra.

Lo Usa-245 ha lentamente raggiunto un’orbita più alta, lontana dai satelliti russi. Il Kosmos-2543 intanto sfrecciava nel cielo e, come spiega un rapporto di valutazione della minaccia spaziale pubblicato in seguito dal Centro per gli studi strategici e internazionali (Csis), cambiava la sua orbita “costantemente”. Un comportamento insolito nello spazio, dove il combustibile è prezioso.

Astronauti cinesi prima di un lancio spaziale a Jiuquan, ottobre 2021 (Kevin Frayer, Getty Images)

Poi, il 22 gennaio, entrambi i veicoli russi si sono sensibilmente avvicinati a quello statunitense e lo hanno seguito per due mesi. Uno dei due, in particolare, è rimasto sempre entro i mille chilometri di distanza. Un osservatore ha notato che i loro percorsi erano sincronizzati in modo da essere vicini quando lo Usa-245 era illuminato dal Sole: la coreografia ideale per scattare foto.

Proiettile in orbita

Quando il generale Raymond ha parlato per la prima volta di questo episodio, in un’intervista al settimanale Time, ha definito l’attività dei russi “insolita e inquietante”, e ha osservato che è impossibile distinguere “l’ispezione” di un satellite da parte di un veicolo dall’avvicinamento che precede un attacco. La manovra russa era chiaramente ostile. Kaitlyn Johnson, vicedirettrice del progetto di sicurezza aerospaziale al Csis, mi ha detto che quel comportamento era “veramente insolito, chiaramente intenzionale e fatto per forzare i limiti”. Ma non era illegale.Alla metà di aprile la Russia ha testato poi un’arma antisatellite con un missile ad ascesa diretta (direct-ascent anti-satellite weapon, da-asat), che può essere lanciato dalla Terra invece che da un veicolo in orbita. Mosca aveva già provato molte volte questo sistema d’attacco – chiamato Nudol, come un fiume vicino a Mosca – e anche Stati Uniti, Cina e India avevano condotto test con missili di questo tipo negli anni precedenti, demolendo ogni volta un loro satellite fuori uso. L’arma russa sembrava destinata a un bersaglio nello spazio aperto: ha attraversato l’atmosfera e poi è ricaduta sulla Terra, atterrando probabilmente nel mare di Laptev. Lo stesso giorno il comando spaziale statunitense ha rilasciato una dichiarazione sostenendo che il test russo era la prova delle minacce crescenti ai sistemi spaziali degli Stati Uniti. Accusava la Russia di essere ipocrita, visto che in precedenza aveva chiesto la “piena demilitarizzazione” dello spazio. La criticava per aver “fatto manovre vicino a un satellite del governo statunitense che in qualunque altro ambito sarebbero giudicate irresponsabili e potenzialmente minacciose” e affermava che Washington avrebbe fatto il possibile per impedire “ogni aggressione e per difendere la nazione, gli alleati e gli interessi statunitensi da atti ostili compiuti nello spazio”.

Ma i russi non avevano ancora finito. Il 15 luglio 2020 Kosmos-2543, il più piccolo dei due veicoli russi, ha rilasciato un oggetto ancora più piccolo. È rimasto lontano dallo Usa-245, ma i militari statunitensi e britannici lo hanno definito un’arma. La Russia, secondo loro, aveva lanciato un proiettile in orbita. Il comando spaziale statunitense non ha fornito dettagli sull’accaduto. Ne ho parlato con Jonathan McDowell, un astrofisico di Harvard che osserva i satelliti. Per lui era chiaro che era stato lanciato un oggetto ad alta velocità, ma era difficile dire se lo scopo fosse provare un’arma o un sistema di difesa, una distinzione che nello spazio è particolarmente complicata.

Gli Stati Uniti sostenevano che la Russia aveva fatto qualcosa di simile nel 2017, e come allora anche in questo caso non credevano alla versione degli ispettori satellitari. Mosca ha risposto dicendo che il nuovo oggetto rientrava semplicemente in un’“ispezione ravvicinata” e che la manovra “non violava nessuna norma o principio del diritto internazionale”. Inoltre rispediva al mittente l’accusa di ipocrisia, visto che Stati Uniti e Regno Unito tacevano sulle loro attività e sulle loro armi antisatellite.

Una tuta spaziale persa dall’equipaggio della Stazione spaziale internazionale nel 2006 (Nasa/Science photo library/Agf)

Doug Loverro, ex direttore esecutivo del centro per i sistemi spaziali e missilistici dell’aeronautica statunitense ed ex viceassistente del segretario alla difesa per la politica spaziale, mi ha detto che il proiettile era “una chiara provocazione”. Eppure la Russia aveva ragione: nessuna legge era stata violata. Non c’erano regole precise su come gli Stati Uniti o altre potenze militari avrebbero dovuto reagire in casi del genere, non c’era un codice in base al quale poter dire che i satelliti russi si erano avvicinati troppo, nulla per stabilire che l’uso non distruttivo di un’arma era una violazione. E non c’erano manovre militari che gli Stati Uniti avrebbero potuto compiere per contrastare la Russia senza rischiare una grave escalation. La fonte primaria del diritto internazionale nello spazio è il Trattato sullo spazio extra-atmosferico, un documento scritto nel 1967, per un contesto molto più semplice di quello attuale. Il generale Raymond ne ha parlato così in un intervento a una conferenza sulla sicurezza aerea, spaziale e cibernetica: “Il trattato si limita a dire che non si possono avere armi nucleari nello spazio. Questo è tutto. Il resto è il selvaggio west”.

Test pericolosi

L’8 luglio 1962, poco dopo le undici di sera, il cielo sopra le Hawaii si incendiò all’improvviso. I lampioni si spensero tutti insieme, le radio smisero di funzionare. Per molti minuti una sfera rossa orlata di porpora e con un nucleo giallo splendente illuminò a giorno la notte. Poi lentamente la luce si attenuò per passare alle sfumature dell’aurora. Svanendo, lasciò dietro di sé un bagliore spettrale che durò per ore. Si scorgeva in tutto il Pacifico.

Gli Stati Uniti avevano appena fatto esplodere nello spazio una testata nucleare da 1,4 megatoni. Lanciata dall’atollo Johnston, un’isola remota nel Pacifico, la bomba all’idrogeno esplose quattrocento chilometri sopra la superficie della Terra. La bomba, nome in codice Starfish Prime, era cento volte più potente di quella sganciata su Hiroshima diciassette anni prima, e produsse un immediato picco di tensione seguito da una lenta distorsione del campo magnetico della Terra e da un fascio di radiazioni che si propagò nello spazio e durò per mesi. L’impatto elettromagnetico fu più forte di quanto avevano previsto gli scienziati, e le radiazioni danneggiarono vari satelliti, statunitensi e sovietici.

La competizione per le fasce orbitali utili ormai è intensa. E questa competizione è di per sé un segnale di rischio

Ma quell’anno Washington e Mosca testarono diverse bombe nucleari nello spazio, tra cui una, lanciata dai sovietici, che provocò un incendio in una centrale elettrica del Kazakistan. L’esplorazione dello spazio era appena cominciata, ma la sua militarizzazione era già in atto. Alcuni di quei test furono condotti a ottobre del 1962, durante la crisi dei missili di Cuba, quando il pericolo di una guerra nucleare sembrava intollerabilmente vicino. Nell’agosto dell’anno seguente Stati Uniti, Regno Unito e Unione Sovietica firmarono un trattato che vietava ulteriori test di armi atomiche nell’atmosfera, sott’acqua e nello spazio. Ma Stati Uniti e Unione Sovietica pensavano al cosmo anche per altri motivi: uno dei due paesi sarebbe arrivato per primo sulla Luna e avrebbe potuto avanzare delle rivendicazioni creando lì una base militare. Per cautelarsi i due governi cominciarono a lavorare a un secondo trattato in cui stabilire che lo spazio sarebbe stato libero da competizioni territoriali.

Quel documento, il Trattato sullo spazio extra-atmosferico, fu firmato da Stati Uniti, Unione Sovietica e altri sessanta paesi la sera del 27 gennaio 1967, nella sala est della Casa Bianca. Appena un’ora e un quarto dopo la cerimonia, a Cape Canaveral, in Florida, scoppiò un incendio nella cabina del modulo di comando dell’Apollo 1. I primi tre astronauti statunitensi del programma lunare morirono in pochi minuti.

Intanto la più grande offensiva di terra dell’esercito statunitense in Vietnam era culminata nell’incendio e nella distruzione del villaggio di Bên Súc. Il 14 gennaio a San Francisco ventimila giovani avevano manifestato al Golden Gate park. Il trattato rifletteva una politica radicata nella guerra ma anche disgustata dai conflitti, e un’idea dello spazio come una tela – pericolosa ma immacolata – dove la politica terrestre poteva essere ridisegnata. Il primo articolo affermava che l’esplorazione dello spazio “deve essere condotta per il bene e nell’interesse di tutti i paesi ed è una prerogativa dell’intera umanità”. L’accordo stabiliva anche che la ricognizione doveva essere guidata “dalle norme di cooperazione e assistenza reciproca”. Tutti gli astronauti dovevano essere considerati “ambasciatori del genere umano” e ricevere assistenza in caso di difficoltà e di atterraggio in territorio nemico o in alto mare. Il trattato dichiarava inoltre che ogni paese era responsabile per eventuali danni causati dai suoi veicoli e per tutti gli oggetti lanciati dal suo territorio (un’affermazione che era il risultato di un duro negoziato perché i sovietici inizialmente si erano opposti a entità private nello spazio). Cosa importante, nessun paese poteva rivendicare la sovranità sullo spazio, la Luna e altri corpi celesti.

Oltre mezzo secolo dopo, questo documento della guerra fredda rimane la base di tutto il diritto extraterrestre. Vieta di mettere in orbita armi nucleari e armi di distruzione di massa ma non dice niente sulle armi Terra-spazio o spazio-spazio, né su quelle a energia cinetica o sulle molte, più sottili forme di attacco messe a punto negli anni successivi. L’accordo non spiega cosa costituisce un comportamento ostile. Afferma che il diritto internazionale si estende allo spazio, ma non chiarisce come si possono applicare le normative terrestri a un contesto senza confini nazionali, senza forza di gravità e con infiniti piani potenziali di conflitto. Con il passare degli anni altri paesi sono arrivati nello spazio, le tecnologie sono diventate enormemente più sofisticate e le lacune del Trattato sullo spazio extra-atmosferico sono emerse in tutta la loro pericolosità.

Corsa agli armamenti

A dicembre del 2019, durante la cerimonia per creare la nuova forza spaziale statunitense, l’allora presidente Donald Trump aveva spiegato il suo punto di vista sulla competizione spaziale: “Siamo in testa, ma non abbastanza. Molto presto, però, saremo in testa di moltissimo”. A giudicare dalle valutazioni degli esperti di sicurezza e dalle ambizioni dei militari, Trump aveva ragione. Nella primavera del 2020 il Csis e la Secure world foundation, un organismo che si occupa di sicurezza nello spazio, hanno pubblicato alcuni rapporti in cui sostenevano che la stabilità nello spazio, a lungo garantita dall’assoluto dominio degli Stati Uniti, stava per finire. “Altri paesi stanno guadagnando terreno”, ha detto Kaitlyn Johnson del Csis.

Dal 2015 a oggi sette paesi hanno creato i loro programmi militari spaziali: Russia, Cina, India, Iran, Israele, Francia e Corea del Nord. Cina e Russia hanno ridotto il divario con gli Stati Uniti. Negli ultimi due anni la corsa agli armamenti oltre l’atmosfera è cresciuta in modo notevole, e tutti gli esperti con cui ho parlato mi hanno detto che le tensioni tra i paesi stanno aumentando.

A marzo del 2019 l’India ha sperimentato il suo primo missile antisatellite ad ascesa diretta, facendo esplodere uno dei suoi apparecchi in un’orbita terrestre bassa. Ad aprile del 2020, mentre annunciava il suo programma militare spaziale, l’Iran ha lanciato in orbita il primo satellite di ricognizione, Noor 1. A settembre dello stesso anno la Cina ha lanciato con successo un veicolo riutilizzabile, soprannominato lo “spazioplano”, che naviga in un’orbita terrestre bassa e torna sul nostro pianeta integro, atterrando orizzontalmente. A maggio del 2021 Pechino ha fatto atterrare un rover su Marte e ha annunciato di voler stabilire sul pianeta una presenza umana a lungo termine. Nel 2007, quando la Cina aveva provato con successo un missile antisatellite ad ascesa diretta, per il Pentagono era stato un campanello d’allarme.

E anche se per ora solo Cina, Russia e Stati Uniti hanno dimostrato di avere capacità antisatellitari cinetiche, i satelliti possono essere attaccati anche in modi meno spettacolari. È noto che la Corea del Nord sta sviluppando disturbatori di segnale per bloccare le trasmissioni satellitari, e l’Iran ha la capacità per interrompere i segnali emessi dallo spazio e compromettere i dati. Perfino il Giappone, un paese con una costituzione pacifista che proibisce azioni militari offensive, sta preparando strumenti di difesa per i combattimenti spaziali, come armi robotiche per proteggere i satelliti. Il generale Raymond ha detto – e gli analisti sono d’accordo – che la Cina sta costruendo laser ad alta potenza per colpire i sensori sui satelliti, di fatto accecandoli. Pechino ha anche dimostrato di avere una tecnologia spoofing, per falsificare il segnale di un satellite. A luglio del 2019 una nave container statunitense – la MV Manukai – e diverse altre imbarcazioni nel porto di Shanghai ricevettero falsi segnali gps (secondo gli esperti inviati dai militari cinesi), per esempio notifiche di navi che si stavano avvicinando rapidamente. Il capitano della Manukai riuscì a capire che il gps si sbagliava, ma l’inganno avrebbe potuto avere conseguenze disastrose.

Nella nuova dottrina statunitense lo spazio diventa uno specifico campo di guerra che deve essere presidiato da una forza militare distinta

Interesse commerciale

Secondo gli esperti è impossibile dire qual è la probabilità di una guerra cinetica nello spazio, ma in forme meno aperte il conflitto è già in atto. “Per certi aspetti”, mi ha detto Loverro, “abbiamo già avuto una guerra nello spazio”. Nel 2007 e nel 2008 alcuni hacker – probabilmente cinesi – hanno attaccato satelliti gestiti dall’Istituto geologico degli Stati Uniti e dalla Nasa. Nel secondo caso hanno preso il controllo dell’apparecchio ma senza dargli ordini. Il governo russo, nel frattempo, è stato accusato di fare ampio ricorso all’oscuramento o al disturbo dei segnali, interrompendo tra l’altro le trasmissioni gps durante un’esercitazione Nato in Scandinavia, nel 2017, e disattivando i droni di sorveglianza statunitensi in Siria.

Tutto questo mentre l’uso commerciale dello spazio cresce in modo esponenziale. Quando la Russia lanciò lo Sputnik 1, nel 1957, la piccola sfera di alluminio entrò in una sorta di abisso. Oggi invece le fasce orbitali che circondano la Terra sono un’autostrada affollata dove circa settemila satelliti si muovono a velocità che raggiungono i 27mila chilometri all’ora.

Molte di queste macchine sono usate per scopi sia civili sia militari. Tremila non sono più in funzione e viaggiano accanto a 15mila rottami spaziali abbastanza grandi da essere visibili dalla Terra: frammenti di satelliti colpiti, vecchi razzi ausiliari, anche gli oggetti persi durante le passeggiate spaziali (una videocamera, una coperta, una spatola). Il comando spaziale statunitense tiene traccia di questi detriti, insieme ai satelliti, e avverte gli operatori di tutto il mondo quando gli oggetti rischiano di collidere. Anche se gli incidenti sono rari, i militari oggi lanciano più di centomila di questi avvisi ogni giorno. Chi studia la questione di solito descrive lo stato attuale dello spazio come “congestionato, conteso e competitivo”.

La grande maggioranza dei satelliti è divisa tra le due zone più utili che circondano la Terra: l’orbita terrestre bassa (Leo), più accessibile, che comincia a circa cinquecento chilometri dalla superficie del pianeta ed è ideale per le telecomunicazioni e la realizzazione di immagini; e l’orbita geosincrona (Geo), a 36mila chilometri di distanza, dove i satelliti si muovono più lentamente e in sincrono con la rotazione terrestre, cosa che li rende stazionari rispetto a determinati punti sul pianeta e ideali per la meteorologia. Starlink, il progetto di banda larga lanciato da Elon Musk, prevede la creazione di una megacostellazione di nuovi satelliti. A maggio ne aveva già lanciati nell’orbita terrestre bassa più di 1.700, cioè più di un quarto di tutti i satelliti funzionanti che girano intorno alla Terra. Secondo il ricercatore britannico Hugh Lewis questi apparecchi sono coinvolti in circa la metà dei casi in cui gli oggetti si sono mancati per meno di un chilometro.

Turismo cosmico

La compagnia di Musk, la SpaceX, ha lanciato il suo primo volo con passeggeri civili a settembre del 2021, raggiungendo un’altitudine di quasi 580 chilometri sul livello del mare, molto superiore a quella delle spedizioni di altri due miliardari, Richard Branson e Jeff Bezos, che mesi prima avevano viaggiato ai confini dell’atmosfera terrestre. Branson è decollato per primo, sullo spazioplano VSS Unity, raggiungendo una quota di ottanta chilometri sulla superficie del pianeta, la distanza stabilita dall’aeronautica militare per distinguere un viaggiatore da un astronauta. Bezos è partito per secondo con un razzo riutilizzabile, il New Shepard, arrivando a cento chilometri sul livello del mare (quella che viene chiamata linea di Kármán, un altro confine comunemente usato tra atmosfera terrestre e spazio cosmico). La Blue Origin, l’azienda di Bezos, dovrebbe riuscire a portare altri turisti nello spazio alla fine di quest’anno; la Virgin Galactic, di Branson, vuole farlo nel 2022.

La competizione per le fasce orbitali utili ormai è alta. Ed è di per sé un segnale di rischio, dice Jack Beard, ex avvocato del dipartimento della difesa statunitense ed esperto di diritto spaziale. “Non c’è mai stato un momento nella storia dell’umanità in cui tutte queste possibilità di procurarsi nuove risorse non abbiano portato a disaccordi tra gli stati”, ha detto. “E purtroppo di solito c’è stato un coinvolgimento militare”.

Questo rischio arriva in un momento in cui la dipendenza civile dai satelliti – per servizi internet, segnali cellulari, monitoraggio meteorologico, geolocalizzazione – è più forte che mai. E la dipendenza del settore militare statunitense da questi strumenti è totale: dalle comunicazioni alla sorveglianza, dalle munizioni guidate al comando e controllo nucleare. Gli Stati Uniti – che gestiscono più della metà di tutti i satelliti in orbita intorno al pianeta – sono di gran lunga il paese più esposto. Laura Grego, un’astrofisica della Union of concerned scientists, mi ha detto che al Pentagono sono tutti molto nervosi per questo. “Dipendono da qualcosa che è difficile proteggere”.

La Terra fotografata dalla Stazione spaziale internazionale, il 6 febbraio del 2012 (Nasa)

Gli attacchi cinetici diretti a dispositivi spaziali, e i rottami che producono, potrebbero avere un effetto a cascata, distruggendo i satelliti da cui dipendiamo. Un attacco di ampia portata potrebbe bloccare i sistemi per il tracciamento degli uragani, i localizzatori per la ricerca e il salvataggio, le transazioni finanziarie e i messaggi d’emergenza. I satelliti più importanti, come quelli che comunicano direttive ai militari, sono stati rafforzati con scudi protettivi e speciali capacità di manovra ed eventualmente ce ne sono altri che possono fare da backup, sostituendoli. “È piuttosto semplice far saltare un singolo satellite”, ha detto Loverro, “ma è difficile far saltare una missione”. Nel caso del gps, per esempio, ci vorrebbero una quindicina o una ventina di colpi ben assestati per mettere fuori uso il sistema. Ma tutti i satelliti sono vulnerabili. “Non è una vera difesa contro un grosso rottame che ti colpisce a velocità orbitale”, dice McDowell, l’astrofisico di Harvard.

È vero anche per i satelliti di comando e controllo nucleare. Loverro mi ha detto che questi dispositivi ruotano nella meno affollata e più lontana orbita geostazionaria e hanno una certa ridondanza delle reti, ma la loro maggiore difesa è di gran lunga la deterrenza: “Noi sappiamo, e lo sanno anche i russi e i cinesi, che se attacchi uno di quei satelliti probabilmente stai per scatenare una guerra nucleare”.

Joan Johnson-Freese, che ha scritto il libro Space warfare in the 21st century (La guerra spaziale nel ventunesimo secolo) e insegna al college della marina del Rhode Island, spiega che tutte le risorse militari si basano sull’idea “lo usi o lo perdi”. Significa che quando il conflitto comincia tutte le armi sono a rischio: devi lanciare un missile prima che sia distrutto. “Ai militari si insegna a pensare al peggio e rispondere”, dice Johnson-Freese. “Dal momento che le risorse spaziali sono lontane ed è molto difficile capire cosa sta succedendo, bisogna dare per scontato che il livello di rischio sia alto”. Si parla di “tirannia della distanza”.

Quando le regole non sono chiare, sia in tempo di pace sia in guerra, la situazione è “esponenzialmente” più pericolosa. “I governi cominciano a chiedersi” se e quando combattere, dice Grego. “Quanto devi avvicinarti al mio satellite prima che io possa difendermi? Quanto vicino è troppo vicino? Cosa si può considerare un’intimidazione? Cosa costituisce una minaccia? Ogni paese sta trovando risposte per conto suo”. Grego fa parte del Woomera manual, un gruppo indipendente di studiosi, funzionari pubblici ed esperti di diritto che sta mettendo per iscritto delle norme sulla condotta militare nello spazio, anche in tempo di guerra.

La Cina e la Russia hanno proposto bozze di un trattato noto come Ppwt, che in teoria vieterebbe ogni tipo di armi nello spazio

Il documento chiarirebbe come conciliare il Trattato sullo spazio extraterrestre e il diritto internazionale, rendendo più netta la linea di demarcazione della guerra e delineando regole d’ingaggio per lo spazio.

Un’altra organizzazione, il progetto Milamos, sta redigendo un sistema di norme per la politica spaziale in tempo di pace. Nessuno dei due documenti è un trattato. Non saranno ratificati o adottati formalmente, ma diventeranno risorse comuni.

Il gruppo Woomera prende il nome da una struttura aerospaziale statunitense, che a sua volta prende il nome da una parola aborigena che indica il bastone usato per scagliare una lancia. Ne fanno parte australiani, statunitensi, britannici, canadesi, francesi, israeliani, olandesi, svedesi e cinesi. Non ci sono russi, anche se gli esperti del Woomera con cui ho parlato mi hanno detto che è solo per motivi logistici.

La chiave dell’esistenza

L’attuale opacità del diritto spaziale, si legge nella dichiarazione d’intenti del gruppo, favorisce equivoci pericolosi e consente “agli stati che potrebbero voler condurre operazioni spaziali ostili di agire in una zona d’incertezza”. E questo complica le risposte degli altri paesi. “Non è solo la mancanza di leggi a provocare l’incertezza”, spiega Grego. “È la mancanza di esperienza”. Nello spazio una crisi è possibile perché non sappiamo come i paesi reagiranno a comportamenti diversi. Per questo i due documenti descrivono nel dettaglio i pochi incidenti internazionale nello spazio che ci sono stati in passato, con l’idea di usarli come precedenti per interpretare il diritto esistente, codificando il comportamento tenuto in quelle situazioni in un nuovo insieme di norme.

Beard, l’ex avvocato del dipartimento della difesa, dirige il Woomera. Sostiene che nello spazio ci sono azioni militari palesi: il diritto, e il passato, non hanno bisogno d’interpretazioni. Alcuni satelliti “hanno la chiave dell’esistenza della Terra”: tutti capiscono che qualunque minaccia al comando e al controllo nucleare è intollerabile. Ma l’articolo 9 del Trattato sullo spazio extraterrestre introduce un concetto poco chiaro, affermando che gli stati devono “procedere a opportune consultazioni internazionali” se un’azione nello spazio può provocare “un’interferenza dannosa” con le attività pacifiche di altri stati. Cos’è una “interferenza dannosa”? Woomera, dice Beard, cerca anche di rispondere a questa domanda.

Se le minacce ai satelliti di comando nucleare sono così gravi da essere considerate assolutamente inaccettabili, il discorso è diverso per le azioni di disturbo dei segnali, che sono fatti spiacevoli ma spesso non hanno ripercussioni. Beard non si spinge a dire che siano comportamenti accettati, ma li definisce “una routine”. Tra questi due estremi c’è un ampio e torbido spazio intermedio: “l’accecamento” dei satelliti (la temporanea messa fuori uso attraverso i laser), “microonde, manipolazione di armi robotiche, spray chimici, cibernetica e altro”, dice Beard.

Dale Stephens, esperto di diritto internazionale che lavorava le per forze armate australiane e tra i principali collaboratori di Woomera, pone la questione in questi termini: “Cosa succede se manovro il tuo satellite? Non sto distruggendo niente, mi limito ad allontanarlo da quello che sta facendo. Bisogna considerarlo uso della forza?”.

Quando il manuale sarà pronto, a tutti i paesi interessati sarà chiesto di mandare delegati – diplomatici, funzionari militari e rappresentanti dei programmi spaziali – per rivederlo e discuterlo, probabilmente all’Aja nel 2022. Grego spera che una copia del manuale finisca “sulla scrivania di ogni avvocato militare”.

Da sapere
Corsa ai satelliti
Numero di satelliti nello spazio, per paese (Fonte: Union of concerned scientist)

Pezzi di Luna

A metà settembre del 2020 il generale Raymond ha tenuto un discorso al Pentagono davanti agli ufficiali dell’aeronautica militare, durante la cerimonia per il trasferimento di trecento piloti alla forza spaziale. “I nostri avversari si stanno muovendo con decisione e rapidità per ridurre il nostro vantaggio”, ha detto. “Non sono certo che potremo vincere, e forse nemmeno competere, senza una forza spaziale. E non sono disposto a perdere per imparare”.

Raymond stava anche presentando ufficialmente la prima dottrina militare per lo spazio. La nuova “architettura” mondiale per combattere la guerra, dichiarava Raymond, esige “una nuova concezione” e i militari statunitensi devono “essere in grado di affrontare la minaccia e allo stesso tempo ridurre il vantaggio di chi fa la prima mossa”. Gli Stati Uniti, ha aggiunto, devono avere “la capacità di contrattaccare”.

La nuova dottrina, chiamata Spacepower, vede lo spazio come un campo di guerra distinto e la potenza militare spaziale come una forza a sé. Tra gli obiettivi di questa forza militare c’è quello di “distruggere, annientare o ridurre” le minacce avversarie, soprattutto attraverso la deterrenza. Il documento si attiene al Trattato sullo spazio extra-atmosferico e del diritto internazionale, e dice che “le forze armate spaziali devono fare il possibile per promuovere comportamenti responsabili che mantengano lo spazio come ambiente sicuro e aperto”. Ma nella sostanza la dottrina si oppone allo scopo principale del Trattato: definire e preservare lo spazio come luogo di pace. E si mette esplicitamente al riparo dalle promesse dell’accordo del 1967 dicendo che “nessuna sfera della storia in cui gli esseri umani si contendono obiettivi politici è mai stata libera da potenziali conflitti”. Gli Stati Uniti devono “riconoscere” che lo spazio “è per fini di pace” e al tempo stesso prepararsi a difenderlo, non da chi sconvolgerebbe quella pace ma da chi “cercherà di minare gli obiettivi statunitensi nello spazio”. Tra le “responsabilità fondamentali” della forza spaziale c’è “la salvaguardia della libertà di azione” e la combinazione di “letalità ed efficacia”.

Da sapere
Per tutti gli usi
Uso dei satelliti attualmente nello spazio (Fonte: Union of concerned scientist)

Ad agosto ho chiesto al maggiore Brian Green, avvocato della forza spaziale statunitense, come si può colmare il divario tra la dottrina della potenza spaziale e il Trattato sullo spazio extra-atmosferico. Non ha risposto direttamente alla domanda, ma ha detto che la nuova dottrina “sicuramente non ha forza di legge”, quindi non dovrebbe prevalere sul Trattato. Alcuni princìpi del Trattato – come la libertà di esplorazione spaziale e il principio di non appropriazione – sono stati accettati “piuttosto in fretta”. Ma secondo lui sarà più difficile capire come applicare quei termini alla Luna e ad altri corpi celesti. Il secondo articolo del Trattato dice che quei corpi “non sono soggetti in nessun modo ad appropriazione da parte degli stati”. Ma ha continuato Green, “gli Stati Uniti sono convinti che l’estrazione e l’uso di risorse sulla Luna e altri corpi celesti non violi il principio di non appropriazione”. Inoltre Washington non crede che quelle risorse – di fatto pezzi della Luna – vadano “trattate come proprietà dell’intera comunità internazionale”.

Le discrepanze tra la dottrina statunitense e il Trattato sullo spazio extra-atmosferico mostrano che l’equilibrio del rischio internazionale si è spostato. Come durante la guerra fredda, gli Stati Uniti sono coinvolti in una “competizione tra grandi potenze” in cui i paesi proiettano la forza militare in molte sfere. Ma come mi ha detto Oriana Skylar Mastro, esperta di relazioni internazionali all’università di Stanford e all’American enterprise institute, negli anni sessanta i rischi di guerra nucleare erano equamente divisi tra Stati Uniti e Unione Sovietica. “Oggi invece c’è un’enorme asimmetria nella vulnerabilità”, ha detto, con la potenza della Cina che si sta rafforzando e gli Stati Uniti che hanno più da perdere.

Francesi contro russi

Gli esperti che si dedicano soprattutto a conservare la pace nello spazio, o quanto meno la sicurezza, individuano due strade per raggiungere l’obiettivo: una passa per ulteriori sforzi diplomatici e il controllo degli armamenti; l’altra prevede una nuova affermazione della supremazia militare. Ma quasi tutti mi hanno detto che non c’è interesse ad approvare nuovi trattati internazionali vincolanti. “Manca la volontà di limitare il proprio arsenale per ottenere una migliore stabilità globale”, dice Kaitlyn Johnson del Csis. “E manca la fiducia reciproca”. Ogni paese vede le operazioni degli altri come gravi minacce, e al tempo stesso considera innocue le sue azioni, per quanto bellicose. A una riunione della Secure world foundation, a maggio del 2019, un diplomatico indiano ha approfittato dello spazio riservato alle domande e risposte per dire che il test antisatellite condotto dal suo paese era solo difensivo ed era stato fatto in modo responsabile.

Da sapere
Ultime schermaglie

◆ Il 15 novembre 2021 la Russia ha condotto un test con un’arma antisatellitare, distruggendo un suo satellite fuori uso. L’impatto e l’esplosione hanno prodotto migliaia di frammenti che continueranno a orbitare intorno alla Terra per molti anni. La questione dei rifiuti spaziali è particolarmente preoccupante, perché basta un frammento vagante anche piccolo per distruggere veicoli costosissimi e per mandare fuori uso i satelliti che fanno funzionare i sistemi di comunicazione usati in tutto il mondo. Di recente la Stazione spaziale internazionale ha dovuto eseguire una manovra per ridurre i rischi di entrare in collisione con frammenti di un satellite distrutto dalla Cina nel 2007. A essere preoccupati sono soprattutto gli Stati Uniti, che sono proprietari di più della metà dei satelliti attualmente attivi nello spazio. Il governo di Washington, che ha criticato duramente l’esperimento russo, sta cercando soluzioni per rendere le sue risorse nello spazio meno vulnerabili: nuovi sistemi di avvistamento, satelliti più piccoli, armi laser per eliminare eventuali minacce. Bbc


Nel 2017, quando il veicolo russo Luč-Olymp si è avvicinato molto a un satellite francoitaliano per le comunicazioni sicure, l’Athena-Fidus, i francesi hanno accusato i russi di voler mettere in scena Star wars. A luglio del 2019, quando la Francia ha annunciato il suo nuovo comando militare spaziale e ha dichiarato di voler aggiungere mitragliatrici ai suoi satelliti, la ministra degli esteri Florence Parly ha detto che il suo paese non desiderava imbarcarsi in una corsa alle armi spaziali ma stava solo attuando una “arsenalizzazione ragionata”.

“Mi faccio sempre una domanda”, dice Johnson-Freese. “Quali azioni della Cina nello spazio non sarebbero considerate una minaccia dagli Stati Uniti? E la risposta che mi do tutte le volte è: nessuna”. Pechino, da parte sua, pensa che la creazione di una nuova forza spaziale da parte di Washington sia “una grave violazione del consenso internazionale sull’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico”. I russi hanno insinuato che la forza spaziale americana potrebbe essere un primo passo verso la rottura del trattato. I due paesi definiscono “necessità difensive” le loro forze spaziali.

La Cina e la Russia hanno proposto la bozza di un trattato sul controllo delle armi spaziali noto come Ppwt (Trattato per prevenire il posizionamento di armi nello spazio extra-atmosferico e la minaccia o l’uso della forza contro oggetti nello spazio extra-atmosferico), che in teoria vieterebbe ogni tipo di armi nello spazio. Un diplomatico statunitense ha commentato dicendo che entrambe le versioni hanno “difetti fondamentali”, citando la mancanza di strumenti di verifica e l’implicita ammissibilità di armi antisatellite come i missili ad ascesa diretta. Secondo Tom Ayres, ex consigliere generale dell’aeronautica statunitense, che ha supervisionato la stesura delle norme per creare la nuova forza spaziale, trattati di questo tipo danneggerebbero gli Stati Uniti. “Noi rispetteremo la legge”, ha detto. “Ma ci sono paesi a cui piacerebbe far adottare queste severissime regole per lo spazio e poi ignorarle completamente, proprio come fanno con le leggi internazionali sulla proprietà intellettuale o con la legge del mare”.

Il comitato dell’Onu sugli usi pacifici dello spazio extra-atmosferico è attualmente impegnato a fissare norme per limitare i rottami spaziali. Secondo Niklas Hedman, segretario del comitato, l’attuale contesto geopolitico rende impossibile approvare qualunque trattato.

Green, l’avvocato della forza spaziale statunitense, è d’accordo. Mike Hoversten, il primo consigliere per il diritto spaziale, internazionale e per le operazioni militari presso il comando statunitense, mi ha detto che secondo lui “dovrà esserci un evento significativo” nello spazio perché la comunità internazionale accetti un nuovo trattato.

Pochi minuti

Loverro teme che queste dichiarazioni diventino una profezia che si autoavvera: “Se dici che non c’è possibilità di accordo, allora un accordo è impossibile”. È convinto che un nuovo trattato per vietare le armi cinetiche sia “nell’interesse nazionale degli Stati Uniti” e che “non dovremmo mai dimenticare il diritto, e la necessità, di negoziare trattati che sono nel nostro interesse. Per quanto possa essere difficile”. Nel suo discorso di settembre 2020 ai nuovi soldati della forza spaziale statunitense, il generale Raymond ha detto: “Se la deterrenza fallisce, una guerra nello spazio verrà combattuta su grandi distanze con velocità eccezionali. I missili antisatellite ad ascesa diretta possono raggiungere l’orbita terrestre bassa in pochi minuti; gli attacchi elettronici e le armi a energia diretta si muovono alla velocità della luce, e in orbita si muovono a velocità superiori ai 28mila chilometri orari. Per pianificare una guerra a queste velocità e a queste distanze dobbiamo essere snelli, agili e rapidi”. Ma lo scopo di questi preparativi era preciso. In un altro discorso, un anno prima, Raymond lo aveva enunciato in termini molto espliciti: “Vogliamo vincere questa battaglia prima che la battaglia cominci. Nessuno vince questa battaglia se comincia o si estende nello spazio”. ◆ gc

Questo articolo è uscito sul numero 1437 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati