Al ventiquattresimo piano le porte hanno appiccicati sopra dei bigliettini con il nome dei compratori. Gli appartamenti sono pronti, basta togliere la plastica dai lampadari e pulire il pavimento dalle impronte polverose degli operai. Alla parete è già appeso un paesaggio fluviale sui toni del giallo e del blu e sul balcone c’è un regalo di benvenuto del costruttore, il gigante immobiliare Evergrande: un tradizionale nodo portafortuna rosso.

L’edificio è completato. Dall’appartamento dell’ultimo piano si può vedere l’intero terreno sui cui l’Evergrande sta costruendo 56 condomini. Con campi sportivi, negozi, ristoranti, un asilo e una scuola elementare bilingui, gli abitanti non avranno più bisogno di mettere piede fuori dal quartiere. Tutt’intorno il gigantesco cantiere è circondato da prati curati e parcheggi. Ma più ci si allontana dal centro più la pavimentazione si fa sconnessa, le facciate diventano spoglie, le strutture di cemento vuote, fino a che rimane solo qualche palo che spunta dal fango come le canne in una palude. Gli uccelli ci hanno fatto il nido e il loro cinguettino echeggia tra le decine di gru ferme. Un operaio solitario stucca l’ingresso del garage. Lo pagano ancora, racconta. A quanto pare, quello è un lavoro che va finito.

Jurong, Cina, 20 novembre 2018 (Lam Yik Fei, The New York​ Times/Contrasto)

Alla fine di ottobre l’Evergrande ha ripagato in extremis gli 83,5 miliardi di dollari di interessi su un prestito evitando per un soffio il fallimento. Ma è stato solo un palliativo: le casse dell’azienda sono vuote. Non ci sono soldi per finire di costruire il nuovo quartiere della città di Jurong, vicino a Nanchino. Il debito totale, impossibile da saldare, supera i trecento miliardi di dollari. Nei quasi ottocento cantieri del gruppo i lavori sono fermi da agosto, duecentomila appartamenti non sono ancora stati completati. La bolla immobiliare cinese è sul punto di scoppiare. L’Evergrande, infatti, è solo una delle tante imprese che non riescono a rispettare le rigide condizioni di Pechino per il finanziamento dei progetti. Tutt’a un tratto nessuno vuole più comprare una casa, tantomeno se costruita per metà, come a Jurong. Lo sviluppo immobiliare di questi 134 ettari è cominciato nel 2017 e doveva terminare quest’anno.

Sembra che non sarà completata in tempi brevi neanche la casa di Gan Jinxin, 29 anni, che l’ha già registrata al catasto. “L’ho fatto perché altrimenti, quando l’Evergrande crollerà, l’appartamento non risulterebbe di mia proprietà”. In questo modo lo stato gli fornisce una sorta di garanzia. La casa l’ha comprata due anni fa, spendendo 1,2 milioni di yuan (166mila euro) per 127 metri quadrati. Che non sia ancora finita non è una tragedia: Gan non ha fretta, visto che in realtà non sa ancora cosa ne farà. “Potrebbero viverci i miei genitori o potrei andare ad abitarci io con i miei figli, se ne avrò”. Dà le chiavi della macchina alla moglie mentre lui continua a parlare. Tra i capelli ha delle ciocche rosse e indossa una giacca nera con inserti dorati di una marca costosa. Gan ama la bella vita. L’anno scorso si è licenziato per mettersi in proprio. “Amo investire in prodotti di lusso, soprattutto nel Moutai”. Proprio come il costoso distillato di cereali, anche una casa può essere un buon investimento. Quand’era piccolo, i suoi genitori gliene hanno comprata una nel centro di Jurong. Ora è il momento d’investire nel nuovo quartiere. “So che il mercato immobiliare è un’enorme bolla, ma ho comunque la sensazione che sia relativamente sicuro. Anche se non mi aspettavo che un’azienda tanto grande potesse andare in crisi così in fretta”.

Un cantiere a Jurong, Cina, 20 novembre 2018 (Lam Yik Fei, The New York​ Times/Contrasto)

Il parco divertimenti

Nel piccolo ufficio amministrativo del condominio il signor Xu aspetta, nel suo completo nero, i nuovi inquilini. “Ma in realtà qui non vive nessuno”, dice. “In questi palazzi gli appartamenti sono tutti venduti, ma molti sono vuoti perché sono stati comprati da gente di fuori, come investimento”. Non nasconde che il suo datore di lavoro, il gruppo Evergrande, ha dei problemi, ma spera che si risolveranno. “Ora sembra un posto desolato, ma appena sarà finito il parco dei divertimenti la gente verrà a viverci”.

Il parco dei divertimenti. Come molti altri conglomerati cinesi, l’Evergrande è attiva praticamente in tutti i settori dove si può guadagnare denaro. Acqua minerale, petrolio, streaming video, software, auto elettriche, gestione immobiliare o centri benessere: dove c’è profitto, l’Evergrande c’è. Per questo l’affiliata Kids World Group dovrebbe realizzare un “villaggio turistico e culturale” in quindici località cinesi. Per il momento è stato completato solo il parco sull’isola di Hainan. Fa parte dell’Ocean­ Flower Island della Evergrande che, con i suoi parchi a tema, hotel e auditorium è costata cento miliardi di yuan (13,45 miliardi di euro).

Il piano di sviluppo è lo stesso anche a Jurong. Proprio accanto al nuovo quartiere della città comincia una sfilza di casette in un mix di stili che ricorda le atmosfere del pittore olandese Anton Pieck. L’unica attrazione completata è un albero di plastica il cui tronco è ricoperto di specchi deformanti opacizzati. I ristoranti hanno aperto nel 2019 per poi richiudere in agosto, racconta la commessa dell’unico negozietto ancora in funzione. Gli scaffali di dolci non sono pieni neanche per metà, e tra poco dovrà abbassare la serranda anche lei. Il plastico esposto al centro commerciale promette un parco grande una volta e mezza Disneyland. Le attrazioni porteranno i visitatori alla scoperta di tutto il mondo, ma la metà del parco sarà dedicata allo “splendore della Cina”. Per il momento la struttura si limita a occupare un piccolo lembo dell’area ed è popolata da un’accozzaglia di copie di personaggi dei cartoni animati famosi. La famiglia di Peppa Pig suona e canta, uno scoiattolo fa un pisolino sull’erba e un dinosauro invita i piccoli visitatori a sedersi sulla sua schiena. Pulcini, cervi, ghiaccioli e altre figure indefinite se ne stanno sul prato.

Case vuote

Una bolla cresce solo finché tutti credono che continuerà a farlo. Nel sistema socialista la crescita andava in un’unica direzione. Le autorità locali non possono vendere le terre di loro competenza perché in realtà sono dello stato. Però possono affittarle. E visto che il terreno non cambia mai proprietario, ci si può speculare a piacimento. L’anno scorso, per esempio, dalla “cessione” di terreni Jurong ha guadagnato 8,2 miliardi di yuan (1,1 miliardi di euro), corrispondenti al 63 per cento del bilancio annuale del comune.

Per i cinesi gli investimenti nel mercato immobiliare sono stati per anni più sicuri e redditizi. Investire sul mercato privato è difficile e rischioso. Le banche sono aziende statali e dipendono dalla imprevedibile politica economica di Pechino. Così la gente preferisce spendere il ricavato della vendita di una casa nell’acquisto di nuove case. L’80 per cento dei risparmi delle famiglie finisce nel mattone.

Per anni i compratori hanno avuto la certezza che il valore del loro investimento sarebbe aumentato. Il monito di Xi Jinping sul fatto che le case servono per viverci e non per speculare entrava da un orecchio e usciva dall’altro. La domanda di case era enorme. E così è successo che ne sono state costruite troppe. In Cina è vuota una casa su cinque. Se non altro, dicono gli esperti, chi possiede una casa ha qualcosa di concreto su cui fare affidamento. I colossi di cemento non perderanno mai del tutto il loro valore, anche se il mese scorso gli affitti sono calati per la prima volta in sei anni. A Jurong quasi del 17 per cento. E le cose potrebbero peggiorare, dice Gan Jinxin. Per il suo appartamento ha pagato 9.500 yuan al metro quadrato, mentre ora le case si vendono a seimila yuan al metro quadrato. Più del 30 per cento in meno. Nel parcheggio un venditore apre la portiera di una Bmw nera a dei potenziali clienti a caccia di occasioni. Una signora che ha una figlia a Jurong spiega che preferirebbe un appartamento finito. Per il momento non prende decisioni. Aspetta di vedere cosa succede.

Negli showroom ai compratori vengono decantati tutti i vantaggi del riscaldamento a pavimento, del servizio di portineria e dei gabinetti giapponesi. La venditrice Hu Cui nasconde la rabbia dietro alle lunghe ciglia finte. Guadagna la metà rispetto al passato. “Oggi nessuno compra casa. Ad agosto e a settembre era già così. E io guadagno con le commissioni sulle vendite”. Dal completo di jeans fa capolino un Budda azzurro appeso a una catenina. Ai tavoli rimanenti siedono gli altri venditori che bevono tè mentre giocano con il cellulare. Una donna si presenta alla scrivania di Hu per firmare le carte di un acquisto fatto qualche tempo prima. Mentre la cliente preme il pollice su un cuscinetto d’inchiostro rosso, Hu dice la sua sulla situazione: “Penso che l’intero sistema abbia un problema. Il mercato immobiliare è una grande bolla, ci sono troppi appartamenti e i rischi della prevendita sono esagerati. Ma l’azienda garantisce che le case saranno consegnate”. Dalla tasca dei pantaloni tira fuori un fazzoletto sui cui la cliente si pulisce il pollice. “A volte va bene, e a volte no. Questo quartiere è in un’ottima posizione, la metropolitana per Nanchino aprirà entro fine anno. Credo che l’azienda possa superare le difficoltà. E poi il paese è molto forte”.

Da sapere
Effetto domino

◆ La Evergrande, azienda immobiliare che fa parte dell’omonimo gruppo, è stata fondata nel 1996. Oggi, con 1.300 progetti in più di 280 città cinesi, è il gigante delle costruzioni più indebitato al mondo. È cresciuta in modo aggressivo fino a diventare una delle maggiori aziende cinesi grazie a più di 300 miliardi di dollari presi in prestito. Le nuove regole adottate nel 2020 dal governo di Pechino per contenere i debiti dei grandi costruttori hanno spinto l’azienda a offrire le sue proprietà a prezzo scontato per avere più liquidità. Ora, però, fatica a ripagare gli interessi sui debiti. Se fallisse, gli acquirenti delle case in costruzione perderebbero le caparre già versate, le ditte coinvolte nei progetti rischierebbero perdite enormi e le 171 banche cinesi e le 121 compagnie finanziarie a cui la Evergrande deve soldi potrebbero limitare i prestiti alle altre aziende. Bbc


Nel frattempo sul sito di microblogging cinese Weibo i fornitori della Evergrande si lamentano di fatture non pagate. Un’impresa edile dello Hubei deve avere ancora 627mila yuan, un fornitore di materiale edile del Guangdong aspetta 920 mila yuan, un giardiniere dello Zhejiang ha un conto aperto di 300mila yuan e il termine di pagamento per una fattura di 485 mila yuan per l’impermeabilizzazione di alcuni appartamenti nella città di Beng­bu è scaduto ormai a maggio.

Sullo sfondo, le autorità finanziarie lavorano per trovare dei modi per attutire la caduta della Evergrande, così da limitare i danni per partner, cittadini e finanziatori. Il settore immobiliare rappresenta quasi il 30 per cento dell’economia cinese. Non è ancora chiaro quali saranno le conseguenze di questa bolla che si sta sgonfiando, ma è certo che saranno enormi. La rabbia può trasformarsi facilmente in mobilitazioni sociali, e per mantenere la fiducia dei cittadini il Partito comunista ha bisogno di una costante crescita economica.

Le autorità locali provano ovunque ad attenuare il calo dei prezzi. L’ente di ricerca Rhodium Group ha osservato le transazioni sui terreni in cento città arrivando alla conclusione che a settembre i ricavi sono calati del 43 per cento. Per frenare questa situazione tragica, le città offrono sussidi e sconti a chi compra immobili. A volte facilitano il compito alle banche che vogliono prestare denaro per nuovi progetti. E raccomandano ai costruttori di mantenere i prezzi nella media. Ma il mercato immobiliare non è più sacro. La Cina deve creare un nuovo modello economico in cui i cittadini possano spendere i propri soldi e in cui la crescita sia vera crescita.

Quando fa buio, i palazzi di Jurong si stagliano come ombre di giganti contro il cielo terso. In un angolo del nuovo quartiere pronto per essere abitato, brilla un’unica piccola luce. ◆ vf

Questo articolo è uscito sul numero 1437 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati