La sera del 24 maggio il parco vicino al parlamento turco è avvolto nell’oscurità e nel silenzio. Ha smesso di piovere, le persone sono tornate a casa. “Erano stanche”, esclama una donna che proviene dall’edificio del parlamento. “Completamente fradice”, aggiunge il suo accompagnatore. In effetti quel giorno c’era stato un diluvio.

Ma la data richiama alla memoria dei veterani dell’opposizione uno dei momenti più duri nella storia turca, il colpo di stato militare del 1960. I più giovani, invece, dicono di non aver mai visto niente del genere: poliziotti in tenuta d’assalto che irrompono nella sede del più grande partito d’opposizione, il Partito popolare repubblicano (Chp), e costringono il suo presidente ad abbandonarla. È stato un giudice a ordinare la sua rimozione. Così voleva il capo dello stato. Perché per Recep Tayyip Erdoğan l’opposizione non può nutrire l’ambizione di vincere le elezioni.

Secondo la sentenza del tribunale la carica di presidente del Chp deve tornare a Kemal Kılıçdaroğlu, che ne è stato leader per anni. E così Özgür Özel, che si considera il legittimo capo del partito, ha lasciato il suo ufficio. È successo di pomeriggio, mentre la polizia lanciava gas lacrimogeni entrando nell’edificio. Un ufficiale gli ha consegnato l’ordinanza del tribunale e lui l’ha strappata davanti alle telecamere.

A quel punto Özel – un farmacista fino a questo momento considerato un noioso tecnocrate – si è messo in cammino. Ha percorso a piedi i sette chilometri fino al parlamento, o per l’esattezza fino al parco adiacente, circondato da amici, sostenitori e giornalisti. Ha dovuto abbandonare la sede del partito, ha detto. Ma la democrazia si difende in strada, non in un ufficio. Perciò ha invitato tutti ad andare verso il parlamento perché in ballo c’era la democrazia, che è nell’interesse di tutto il popolo, non di un solo partito.

Ha cominciato a piovere, ma Özel ha continuato a marciare. Ha fatto gli auguri a una coppia di sposi novelli che gli passava davanti in auto. Ha superato i blocchi della polizia, che lo ha lasciato passare. A un certo punto, con la camicia bianca resa quasi trasparente dalla pioggia, Özel è salito sulla scaletta di un idrante della polizia e ha alzato il pugno. Un’immagine diventata subito un simbolo.

Come si salva una democrazia? Con i gesti iconici? È quello che ci si chiede in Turchia. Ancora una volta. Il candidato del Chp alla presidenza della repubblica, Ekrem İmamoğlu, è in carcere da più di un anno. Il leader politico del movimento curdo, Selahattin Demirtaş, è in prigione dal 2016. Ora che sulla carta Özel non può più essere il leader del Chp, è crollato anche l’ultimo barlume di speranza. Forse era una speranza ingenua, ma era importante per tanti e tante. Speravano, alla fine, di poter scegliere.

Nonostante gli arresti, le proteste represse nella violenza, le chiusure di giornali e televisioni in Turchia si continuava a sperare che ci sarebbero state delle vere elezioni. E che Erdoğan non sarebbe riuscito a evitare una disfatta.

Cosa resta

Ora, in effetti, sembra che le elezioni si terranno davvero, forse anche prima del previsto, magari il prossimo autunno. Ma Erdoğan vuole decidere chi sarà il suo avversario. Non İmamoğlu né Özel. Piuttosto Kılıçdaroğlu, 77 anni, fino a ieri considerato semplicemente insignificante e ora visto dall’opposizione come un traditore. Perché ha accettato di stare al gioco di Erdoğan solo per tornare alla guida del partito. Due anni e mezzo dopo aver perso le elezioni interne contro Özel.

A quanto pare Kılıçdaroğlu ha dato il suo consenso all’irruzione della polizia nella sede del Chp, il partito fondato da Mustafa Kemal Atatürk, il padre della repubblica turca. È come se il 24 maggio Erdoğan avesse seppellito la vecchia repubblica.

Un’ora dopo il discorso di Özel davanti al parlamento, il parco è già vuoto. La marcia dalla sede del Chp fino a qui è terminata in fretta. Özel si è ritirato nel suo ufficio, si è cambiato e ora, probabilmente, pianifica le prossime mosse: come si salva una democrazia, soprattutto se non è più tale?

Se lo chiede, nel parco ormai buio, uno sparuto gruppo di studenti. Gli ultimi rimasti dopo l’intervento di Özel: sono arrivati tardi e non volevano andarsene subito. “E così siamo rimasti solo noi”, dice un ragazzo con la camicia a quadri, ridacchiando.

Non è ancora “abbastanza coraggioso”, esclama un altro del gruppo riferendosi a Özgür Özel. Però c’è quella foto, che ha visto pure lui. “Dove porterà tutto questo? Özel crede di poter resistere, ma è chiaro che non finirà bene”.

“Ci vorrebbe il coraggio di una volta, quello degli attivisti degli anni settanta”, dice un terzo studente. Intende gente pronta alle battaglie di strada, non solo alle marce simboliche. “Gli scioperi generali”, continua, “una vera lotta”.

La Turchia si prepara a una settimana di festività religiose: il 26 maggio era l’Eid al Adha, la festa del sacrificio islamica, e il presidente si è preso tutta la settimana libera. Özgür Özel dovrà assicurarsi che la gente scenda comunque in piazza a manifestare. Non solo ad Ankara, Istanbul o Smirne, ma in tutto il paese.

Ora, calata la sera, nella quiete dopo una giornata di tumulti, resta una domanda: come si salva una democrazia?

Özgür Özel chiede un congresso del partito in tempi rapidi per potersi ricandidare, aggrappandosi alla solita speranza che ci siano elezioni libere e legittime. Potrebbe fondare un nuovo partito, ma cosa impedirebbe a Erdoğan di trattarlo come il Chp?

Nel parco non ci sono altre risposte, se non quelle di sempre: scendere in piazza, far sentire la propria voce. Le risposte di una società civile. Fino all’ennesima manifestazione, in un futuro indefinito, con un presidente che ancora risponderà al nome di Erdoğan: poi tutti rientreranno a casa e tornerà ancora una volta la quiete.

“Andrà così”, dice lo studente con la camicia a quadri. “Andrà sempre così”. E nessuno dei suoi amici prova a dissentire. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1667 di Internazionale, a pagina 114. Compra questo numero | Abbonati