Lo scorso aprile, durante le processioni del Ram navami, la festa induista che celebra la nascita del dio Rama, in molti stati dell’India ci sono state esplosioni di violenza tra comunità religiose diverse. Quasi tutti gli scontri hanno avuto una dinamica simile: le folle indù hanno invaso i quartieri musulmani impugnando spade e bastoni, gridando slogan e suonando musica ad alto volume. Le persone, donne e bambini compresi, hanno ballato davanti alle moschee mentre gli altoparlanti diffondevano canzoni provocatorie con contenuti islamofobi. Nella maggior parte dei casi succedeva nel tardo pomeriggio, quando i musulmani erano raccolti in preghiera o stavano interrompendo il digiuno del ramadan.

Tra le due comunità sono scoppiati scontri che hanno provocato incendi, lanci di pietre e atti vandalici. Molte persone sono rimaste ferite e ci sono stati anche alcuni morti. A Muzaffarpur, nel Bihar, e a Khargone, nel Madhya Pradesh, uomini con sciarpe color zafferano (il colore dell’induismo) si sono arrampicati sulle moschee e hanno cercato di alzare bandiere dell’hindutva, l’ideologia fondamentalista indù. Diverse abitazioni sono andate in fiamme. A Mumbai sono state saccheggiate e danneggiate molte auto. Subito dopo le violenze, le autorità statali o locali controllate dal Bharatiya janata party (Bjp, il partito nazionalista indù al governo) hanno mandato i bulldozer per radere al suolo le case in operazioni definite “antisconfinamento”. Case e negozi appartenevano per lo più a musulmani.

Nei ricordi degli indiani abbondano gli esempi di processioni religiose seguite da violenze tra le comunità. Nel 1990 il famigerato corteo Ram rath yatra ad Ayodhya, guidato dall’organizzazione della destra indù Vishva hindu parishad e da altri affiliati al Rashtriya swayamsevak sangh (Rss), un’organizzazione paramilitare di estremisti indù, portò, due anni dopo, alla demolizione della moschea di Babri Masjid. La processione fu infiammata dallo slogan mandir vahin banayenge, è lì che costruiremo il tempio.

I raduni sfociati in violenze sono stati un fenomeno frequente anche negli ultimi anni, soprattutto in occasione del Ram navami. Ma i commentatori hanno notato che stavolta c’è qualcosa di diverso. Un importante catalizzatore della violenza sono state le canzoni diffuse dagli altoparlanti. Ci sono molti video di queste processioni che mostrano l’atmosfera carica di tensione e la provocazione evidente nelle canzoni.

A Raichur, nel Karnataka, il brano Banayenge mandir (Costruiremo il tempio) è risuonato davanti alla moschea di Osmania mentre la folla sventolava bandiere color zafferano. Il video originale del brano di Tarun Sagar ripropone immagini della demolizione della Babri Masjid. In un villaggio dell’Uttarakhand, un corteo ha attraversato un quartiere musulmano suonando Jo Ram ko laye hain, hum unko layenge (Porteremo al potere chi ci ha portato Rama) di Kanhiya Mittal, seguita da Mullon jao Pakistan (Mullah, andate in Pakistan) di Prem Krishnavanshi. A un raduno per il Ram navami a Hyderabad, il deputato T Raja Singh, del Bjp, ha cantato Jo Ram ka naam na le, usko bharat se bhaganba hai (Quelli che non hanno il nome di Rama dobbiamo cacciarli dal paese). In una zona di New Delhi, ragazzi e giovani adulti hanno marciato impugnando spade e fucili sulle note di un ritornello dell’artista pop Laxmi Dubey dedicato all’unità indù. Nel distretto di Karauli, nel Rajasthan, ha risuonato un pezzo di Sandeep Chaturvedi, Topi wala bhi sar jhuka kar Jai Shri Ram bolega (Anche chi indossa lo zuccotto musulmano piegherà il capo e dirà “Gloria a Rama”).

Ritornelli velenosi

Queste canzoni sono parte di un ecosistema culturale permeato dall’ideologia hindutva e cresciuto nell’era di Narendra Modi, primo ministro dal 2014. Appartengono a un genere conosciuto come “pop hindutva” o “dj hindutva”. Uniscono il formato tradizionale dei canti devozionali con il beat elettronico e l’autotune. Il risultato sono brani con ritornelli velenosi ma orecchiabili, che ripropongono i temi di maggiore successo della politica del Bjp: nazionalismo estremo, bellicismo, tutela delle vacche (sacre per gli induisti), provocazioni nei confronti del Pakistan e islamofobia.

Non è esagerato dire che in India i musulmani sono ormai stretti all’angolo, sottoposti a perverse prove di lealtà. Da quando nel 2019 Modi è stato rieletto, una serie di provvedimenti ha spinto i musulmani sempre più sull’orlo dell’abisso. Basti ricordare la modifica della legge sulla cittadinanza, che ha causato una crisi di fondo per le minoranze del paese; la sentenza della corte suprema che ha permesso la costruzione di un tempio indù sul sito della demolita Babri Masjid; e le leggi anticonversione, usate per colpire cristiani e musulmani.

“In India potrebbe facilmente avvenire un genocidio”, ha detto a gennaio Gregory Stanton, fondatore dell’organizzazione non profit Genocide watch. Un organismo statunitense indipendente ha raccomandato in un rapporto all’amministrazione Biden di dichiarare l’India “paese particolarmente preoccupante” per le pessime condizioni in cui versa la libertà di religione. “Il governo ha continuato a imporre la sua visione ideologica di uno stato induista a tutti i livelli dell’amministrazione, usando leggi già esistenti, nuove norme e facendo cambiamenti strutturali ostili alle minoranze religiose del paese”, sostiene il rapporto, pubblicato nello stesso mese delle violenze del Ram navami.

Quando sono andata a Roorkee e Karauli, nei giorni successivi agli scontri, ho constatato che gran parte dei partecipanti ai raduni sapeva a memoria le canzoni. Bambini e anziani conoscevano bene i titoli dei brani e i nomi dei loro artisti preferiti. Tra questi, Sandeep Acharya, Laxmi Dubey, Prem Krishnavanshi e Kanhiya Mittal, che avevo intervistato prima delle elezioni nell’Uttar Pradesh dello scorso marzo per capire il loro ruolo nel promuovere l’estremismo induista. Prima del voto, che ha riportato al potere il religioso militante Adityanath, il ricorso a queste canzoni nei raduni elettorali era diventato molto frequente. Sono brani straordinariamente popolari e hanno milioni di visualizzazioni su YouTube. Si suonano nei templi, agli eventi politici e culturali.

I musulmani con cui ho parlato hanno espresso il loro disagio per i testi. “Non capisco perché non siano censurati”, dice Faiz, un abitante di Roorkee. Gli estremisti indù hanno provato a dire che la violenza era stata alimentata dai musulmani che lanciavano pietre contro le processioni. “Riconosciamo che anche i musulmani devono aver partecipato alle violenze, ma il problema è la provocazione”, dice Abrar Ahmed, un attivista di Karauli, ribadendo che il vero problema sono i testi. “E soprattutto, chi sono le persone che scrivono questi brani? Cosa ci guadagnano questi cantanti a seminare odio contro di noi?”.

L’astro nascente

Nell’industria pop hindutva sono molte le persone interessate a proteggere l’India da quelli che chiamano “terroristi”, “jihadisti”, “sostenitori della cultura occidentale” e gente che cerca di “distruggere” l’induismo e il suo stile di vita braminico. Al successo di queste canzoni contribuisce la sezione del Bjp dedicata alla tecnologia dell’informazione, che le promuove sui canali ufficiali del partito. Molti cantanti, quasi tutti appartenenti alle caste superiori, hanno legami personali con i leader del Bjp. Ho passato mesi cercando di capire questo fenomeno e quali sono le motivazioni dei musicisti. Il sostegno dei leader del Bjp e la grande popolarità tra i giovani, che spesso usano le canzoni come suoneria del telefono, impediscono di liquidare questo genere musicale come la semplice espressione di una sottocultura.

Il 13 febbraio Kanhiya Mittal ha tenuto un concerto al tempio di Tridev, a Varanasi. Era in ritardo di due ore e il pubblico lo aspettava impaziente, stringendosi per fare spazio alle persone che continuavano ad arrivare. Fuori, la strada era bloccata dal traffico. Sui manifesti c’era l’immagine di Mittal accanto a quella del dio Rama. Intorno alle dieci di sera un fremito ha percorso la folla all’arrivo del cantante. Era circondato da una quindicina di uomini della sicurezza e si è diretto verso un backstage improvvisato. Indossava la tradizionale camicia bianca a maniche lunghe con una sciarpa zafferano intorno al collo e un grande medaglione d’oro, così scintillante che si vedeva anche da lontano. “È il mio abbigliamento per tutti gli spettacoli”, mi ha detto mentre si preparava per l’esibizione.

Quando è uscito tra il pubblico – non c’era un palco – è stato accolto da applausi e grida degne di una rockstar. Ha guardato il mare di volti e si è girato verso una statua di Shyam, una divinità regionale, alle sue spalle. Poi ha incrociato le mani, dando il via alla sua band. Le prime canzoni erano brani devozionali dedicati a Shyam. A differenza del bhajan (canto religioso) tradizionale, avevano un ritmo pop. Mittal ha cominciato a dondolare la testa e a muovere il corpo, imitato dalla folla.

S​anjay Faizabadi nello studio di registrazione a New Delhi, 2019 (Smita Sharma, The New York ​Times/Contrasto)

Quando si esibisce, Mittal ha una personalità accattivante. Intervalla le canzoni con commenti sul suo rapporto con la divinità, catturando l’attenzione del pubblico. Il suo messaggio non è sempre spirituale. Mentre si preparava a cantare il suo brano più famoso, che da quando è uscito, nell’ottobre 2021, ha totalizzato quasi dieci milioni di visualizzazioni su YouTube, ha parlato delle elezioni generali che si sarebbero tenute a marzo. “Quando voterete, pensate a quale governo volete per i prossimi cinquant’anni”.

Astro nascente del pop hindutva, Mittal è stato definito “re del bhajan. Si è esibito in vari stati indiani, tra cui tutti e cinque quelli in cui quest’anno si sono svolte le elezioni. Il suo cavallo di battaglia è risuonato in diversi raduni del Bjp. Mittal dice di non essere iscritto al partito, ma il suo feed di Twitter è pieno di foto in cui appare insieme a politici del Bjp. Ha collaborato con il cantante e attore Manoj Tiwari, che è anche un deputato del Bjp. Nell’ultima strofa del suo brano più famoso il ritornello dice Yogiji aye hain, Yogiji ayenge: Adityanath è arrivato, Adityanath arriverà. Ha invitato spesso i suoi follower a votare per Adityanath, sostenendo in un tweet precedente alle elezioni che la popolarità del suo brano più famoso era un indicatore della sicura rielezione di Adityanath. Ha anche condiviso un video in cui il primo ministro dell’Uttar Pradesh cita la sua canzone. Durante il concerto Mittal ha abilmente lanciato i suoi messaggi politici, pur attenendosi ai canti religiosi. Ogni dichiarazione di appoggio ad Adityanath sembrava casuale. “Non sostengo nessuno schieramento, ma sono favorevole a qualunque partito difenda la mia religione”, ha detto al pubblico. Mittal è cresciuto in una famiglia molto religiosa, senza una particolare inclinazione per la musica. Non l’ha studiata. “Canto da quando avevo sette anni e ho imparato guardando le grandi star e i sacerdoti del paese”, mi ha detto. “È un dono di dio”. Mentre le altre pop star hindutva che ho intervistato si vantavano dei loro legami con il Bjp e vari leader politici di destra, Mittal tende a minimizzare quei rapporti. A differenza degli altri, nei cui brani il fanatismo e l’odio per i musulmani sono evidenti, Mittal mette l’accento sul suo amore per l’induismo. Il suo suprematismo è più velato. “Noi che apparteniamo all’ordine eterno non abbiamo bisogno di mostrare la carta d’identità”, ha detto durante il concerto di Varanasi. “I segni che abbiamo sulla fronte dicono qual è la nostra religione”. Il sottinteso è che il paese appartiene agli indù, mentre gli altri devono dimostrare la loro cittadinanza. Quando gliel’ho chiesto, la sua risposta è stata chiarissima: “L’India è già un paese hindutva”.

Sandeep Acharya aveva otto anni quando la moschea Babri Masjid fu demolita. Era cresciuto ad Ayodhya, nell’atmosfera politicamente tesa del movimento per la costruzione del tempio indù nel posto in cui sorgeva la moschea, sul presunto luogo di nascita del dio Rama. “Fin dall’infanzia”, mi ha detto, “avevo ascoltato il ritornello ‘È lì che sarà costruito il tempio; piccolo Rama, stiamo arrivando’”. La sua musica, apertamente islamofoba, risente dell’influenza di quei sentimenti.

Acharya fa parte dell’Hindu yuva vahini, un’organizzazione militante fondata da Adityanath e tristemente nota per istigare alla violenza tra le comunità. Quando l’ho intervistato, Acharya era in compagnia di Mahesh Mishra, coordinatore nazionale della Vishva hindu parishad. “L’odio esisteva anche prima che cominciassi a cantare”, dice Acharya. “Ricordo che mia madre era malata e aveva bisogno urgente di una trasfusione. Ma anche in quella situazione, non voleva che il sangue fosse di un musulmano”.

Acharya è considerato l’iniziatore del pop hindutva. Ci tiene a sottolineare di averlo creato già prima del 2014, quando “la situazione è cambiata”. Oggi molti cantanti devozionali che in passato non avevano in repertorio brani politici, dice, hanno intravisto un mercato e stanno approfittando dell’opportunità offerta dal governo Modi. Secondo lui, però, quasi nessuno dei nuovi artisti si spinge abbastanza avanti. “In un’esibizione di un paio d’ore interpretano uno o due brani politici in un repertorio prevalentemente devozionale”, spiega. “Ma se io avessi uno spettacolo di due ore canterei per tutto il tempo del massacro delle vacche, della costruzione del tempio Ram mandir, del tempio Krishna Janmabhoomi, della mancanza di unità degli indù”.

Acharya si lamenta che pur avendo anticipato i tempi, il suo è un successo tardivo. “Canto da più di sette o otto anni, ma sono riuscito a conoscere Adityanath solo due mesi fa, e con fatica”, dice aggiungendo che l’incontro era stato organizzato da Mrityunjay Kumar, consulente per la comunicazione del primo ministro dell’Uttar Pradesh, dopo l’uscita del brano Gorakhpur wale baba, dedicato ad Adityanath.

Laxmi Dubey spicca in un genere musicale dominato dagli uomini

Acharya è cresciuto con due fratelli. La madre amava cantare e lui ha studiato musica per sei anni. La sua carriera è stata resa possibile da YouTube. Attribuisce a Modi e al provider Jio il merito di aver creato condizioni favorevoli al successo di musicisti come lui. “Immagina come sarebbe stato difficile comporre, editare e pubblicare album con un solo gigabyte al mese di traffico internet”, dice. La prima cosa che ha fatto è stata lanciare un canale con il suo nome su cui ha caricato brani religiosi. YouTube l’ha sospeso per violazione delle linee guida, la prima di tante sospensioni. Anche l’ultimo canale che ha lanciato, Rudra music, è stato sospeso. “Non faccio discorsi d’odio, è la verità”, afferma, “e la verità è amara”. Quando ai musulmani fu “permesso” di restare in India dopo la partizione (la creazione nel 1947 del Pakistan musulmano, distinto dall’India), era giusto aspettarsi che “rispettassero i loro limiti”, sostiene. “Sono discorsi d’odio? Ci avevano detto che queste persone sarebbero rimaste con noi, non che cinquant’anni dopo ci avrebbero camminato in testa”.

Ingaggiati dal partito

Prem Krishnavanshi era destinato a una carriera nell’informatica. Come Mittal, nella sua famiglia nessuno aveva una formazione musicale. Il padre era un dipendente pubblico. Krishnavanshi gli fece promettere che una volta completati gli studi avrebbe sostenuto la sua carriera musicale. Nel 2017 ha conosciuto San­deep Acharya. “È il mio guru”, dice Krishnavanshi. “Sotto la sua guida ho cominciato a interpretare brani scritti da lui”. E le canzoni sono diventate più estremiste. Krishnavanshi racconta che la sua prima canzone per il Bjp, scritta da Acharya, illustra le condizioni che Modi deve soddisfare per ottenere voti e invita il partito a mantenere le sue promesse. I primi versi dicono “Modi, vieni ad Ayodhya e costruisci il tempio”. Nel video del brano Krishna­vanshi indossa una camicia tradizionale color zafferano, canta e muove il dito mentre si alternano immagini di Modi, Rama, raduni del Bjp e della distruzione della moschea Babri Masjid. È stato il primo successo di Krishnavanshi, con più di quattro milioni di visualizzazioni. Da allora lavora con diverse case discografiche e oggi il suo canale YouTube ha più di settantamila iscritti.

Durante la nostra conversazione, Krish­navanshi dice di non odiare i musulmani, sottolineando che ha amici islamici. Ma quando è in gioco la religione, aggiunge, lui è sempre pronto a schierarsi con gli indù. Il 17 febbraio ha messo in rete una canzone intitolata Ek din wo hijab pehenaenge (Un giorno ti faranno indossare l’hijab). Alludendo a una recente controversia sul divieto d’indossare l’hijab a scuola imposto dal governo del Karnataka, la canzone mette in guardia gli indù dall’islamismo strisciante: “Oh indù, continuate a dormire e vi faranno pregare il namaz (preghiere musulmane)”.

Krishnavanshi si vanta di aver fatto campagna elettorale per il Bjp nell’Uttar Pradesh, invitando per circa sei mesi gli indù a votare per Adityanath. Il suo feed di Twitter è pieno di canzoni a favore del Bjp e islamofobe. Uno dei suoi brani più discussi, Mullon jao Pakistan, è stato rimosso da YouTube. Krishnavanshi dice che aveva avuto più di dieci milioni di visualizzazioni. “Difendo ancora la mia canzone”, insiste. “Non ho detto una sola parola sbagliata. Il Pakistan è diventato uno stato islamico, perché l’India non può diventare una nazione indù?”.

Qualche mese prima delle elezioni, mi racconta Krishnavanshi, lui e altri cantanti hanno ricevuto una telefonata dall’ufficio del primo ministro Aditya­nath che li sollecitava a comporre delle canzoni per celebrarlo. Quando scrive brani per lui, dice, si fa pagare meno del solito. Krishnavanshi spiega che le sue canzoni sono immediatamente riprese e rilanciate sui social network dal dipartimento di tecnologia dell’informazione del Bjp, che è “direttamente collegato al mio profilo YouTube”. In media, aggiunge, le sue canzoni raggiungono più di cinquantamila persone al giorno. Sono anche condivise sulle pagine del Bjp, con milioni di follower. Quando ha cominciato a comporre brani per Adityanath, dice, la sua popolarità è andata alle stelle e il suo telefono ha preso a squillare di continuo.

La predicatrice

I mezzi d’informazione hanno dedicato molta attenzione a Laxmi Dubey, anche perché la cantante spicca in un genere musicale dominato dagli uomini. Nei suoi video Dubey appare con turbanti dai colori vivaci, un puntino rosso sulla fronte, rossetto scuro e abiti viola o arancioni, dando l’impressione di un’ardente predicatrice religiosa. I suoi brani sono provocatori e incendiari, incitano spesso alla violenza tra le comunità e risuonano frequentemente nei raduni politici. Al telefono, invece, Dubey ha una voce calma, sommessa. Facendo eco ad Acharya e Krishnavanshi, continua a citare la partizione e mi fa la solita domanda: “Se il Pakistan può essere una nazione musulmana, perché l’Industan non può diventare una nazione indù?”.

Dubey e altri del suo stampo trascurano il fatto che l’India abbia scelto di essere un paese laico e quindi il paragone è sbagliato. Serve solo ad alimentare la paura e l’odio per i musulmani. “I musulmani insegnano ai figli a uccidere gli indù, che considerano infedeli”, mi dice Dubey. “E grazie a questo vanno in paradiso. Gli indù devono restare uniti. I giovani oggi sono molto attivi da questo punto di vista. Niente mi rende più felice che vederli così entusiasti e pieni di energia”.

È pronta a sventagliare una serie di aneddoti sul pericolo rappresentato dai musulmani. “Una delle mie sorelle minori aveva un’amica che è caduta nella trappola di un uomo innamorato del jihad e l’ha sposato”, racconta. “Lui le aveva nascosto la sua vera identità e dopo il matrimonio l’ha uccisa. Questi episodi mi hanno scosso profondamente ed è così che ho cominciato a lavorare per la causa hindutva”. In molte dirette su Facebook e su altri social network, Dubey ha criticato il laicismo, schernendo chi lo sostiene. Prima di diventare una vendicativa pop star hindutva, racconta, ha fatto la giornalista. Si rifiuta di dirmi per quali testate ha lavorato, ma sostiene di essere stata attratta dalla professione perché è sempre alla ricerca della verità. Il suo brano più famoso, Har ghar bhagwa chhayega (Tutte le case diventeranno color zafferano), che lei definisce “l’inno devozionale nazionale”, conta più di sessanta milioni di visualizzazioni. Il testo dice, tra l’altro, “impugnando le spade, siamo venuti con bandiere zafferano” e “chi vuole restare in India dovrà dire Vande mataram, madre India m’inchino a te”. Racconta che spesso si esibisce per il Bjp. “Sono stata invitata per le elezioni nel Chhattisgarh e poi per quelle nell’Uttar Pradesh. Ricevo tanti inviti che ho dovuto tralasciare un paio di stati”. Anche il suo canale YouTube è stato sospeso più volte, ma il partito ha continuato a far circolare le sue canzoni.

Una politica grottesca

Praveen Dubey, che gestisce il settore tecnologia dell’informazione del Bjp ad Ayodhya, mi spiega che le canzoni che promuovono il nazionalismo aggressivo e sono in linea con il modello hindutva del Bjp sono proposte più delle altre, facendo in modo che siano ampiamente condivise. “Per due ragioni”, dice. “In primo luogo, le canzoni sono un facile strumento per diffondere il messaggio che vogliamo promuovere. In secondo luogo, generano energia come nessun altro mezzo. Aiutano a diffondere il messaggio molto facilmente”. Gli avevo parlato prima delle elezioni nell’Uttar Pradesh e gli avevo chiesto qual era la loro priorità in quel momento. “Per quanto riguarda le canzoni”, aveva risposto, “una cosa è molto chiara: dobbiamo diffondere il messaggio che Adityanath vincerà di nuovo”.

“La sezione tecnologica lavora su più fasce orarie”, mi spiega Lovekush Tiwari, responsabile dei social network del Bjp ad Ayodhya. “Il contenuto va in diretta alle nove del mattino, poi ancora alle undici, intorno all’una del pomeriggio, poi alle quattro, alle sei e infine alle otto di sera”. Dice che per lui e molti altri suoi colleghi la pop star hindutva di riferimento è Acharya. È difficile dire in che misura la popolarità del pop hindutva sia cresciuta spontaneamente e quanto invece sia stata alimentata dalla propaganda della destra induista. Ma è innegabile che questo genere sia penetrato saldamente nel tessuto culturale indiano. Tuttavia, la musica imbrigliata dal partito al potere e basata sui sentimenti violenti della maggioranza è l’espressione culturale perversa di una politica grottesca. ◆ gc

Questo articolo è uscito sul numero 1476 di Internazionale, a pagina 62. Compra questo numero | Abbonati