I numeri speciali sul sesso si moltiplicano sugli scaffali delle edicole accanto ai cruciverba da fare in spiaggia per ingannare la noia e ai Topolino, che occupano i bambini durante i lunghi viaggi. Con le loro prime pagine suggestive, le proposte di acrobazie sempre nuove per rendere più piccante l’intimità e i consigli di vario genere, sono un elemento fisso dell’estate. E ricordano a tutti che in questo periodo bisogna abbronzarsi, bere vino rosé e mangiare melone ma anche fare sesso, soprattutto se si ha meno di 25 anni.

Tuttavia un dato del barometro annuale realizzato dall’istituto di sondaggi Ifop per Sidaction, un’associazione francese impegnata nella lotta all’aids, ha catturato la nostra attenzione. Nel febbraio del 2022 l’Ifop ha chiesto a un migliaio di ragazzi e ragazze francesi tra i 15 e i 24 anni cosa pensavano del virus dell’hiv e della sua pericolosità. In mezzo a domande sulla prevenzione ce n’era una sul numero di partner: negli ultimi dodici mesi il 43 per cento dei giovani intervistati non aveva avuto rapporti sessuali e il 44 per cento li aveva avuti con un solo partner, cifre in leggero aumento in questi ultimi anni.

Rebekka Deubner

Lontano dagli stereotipi sui giovani – ammesso che i giovani siano una categoria – pieni di ormoni e con interazioni sociali non ancora vincolate agli imperativi professionali e coniugali, gli adolescenti e post-adolescenti sembrano in piena recessione sessuale.

La statistica dell’Ifop sorprende le altre generazioni, ma non i diretti interessati. La maggior parte di chi ha più di trent’anni rimpiange la libertà delle feste in mutande fatte fino ai 25. Qualcuno è addirittura sconvolto: “Ti rendi conto? Quasi un ragazzo su due non fa l’amore!”. Mentre i diretti interessati sembrano dire: “E allora?”.

Almeno quelli che hanno accettato di rispondere alle nostre domande. Per convincerli a parlare della loro libido in letargo abbiamo provato a usare vari sotterfugi. Per esempio, ci siamo ritrovati sulle spiagge vicino a Marsiglia una domenica di elezioni per intervistarli sull’astensione alle urne e poi, attraverso un sottile slittamento semantico, affrontare il tema dell’astinenza. Ogni volta abbiamo ricevuto lo stesso sorriso imbarazzato. Così siamo passate ai mezzi pesanti: abbiamo usato alcuni account Instagram molto noti per chiedere e raccogliere delle testimonianze e ci siamo presentati alle feste degli studenti.

Una sera di giugno dieci ragazzi sono riuniti intorno a un tavolo nel giardino della piccola casa dei genitori di uno di loro, nell’Alta Savoia. Sono amici d’infanzia, hanno tra i 21 e i 22 anni e festeggiano un compleanno. Bevono molte birre, si fanno le canne e ridono in modo fragoroso. Sono belli, con la pelle abbronzata dai primi giorni d’estate, e loquaci. Il genere di ragazzi che uno s’immagina a loro agio nel rimorchiare.

Dietro l’aspetto spavaldo a volte ci sono ragazzi pieni d’angoscia. Hanno paura dell’idea associata alla virilità e dell’umiliazione

Andare in bicicletta

“Chi si alza per andare a dire alla giornalista che non ha fatto sesso?”. Ma poco dopo sulla terrazza della casa, quando ormai comincia a far buio e lontano dal gruppo, le lingue si sciolgono. Dietro l’aspetto spavaldo a volte ci sono ragazzi pieni di angoscia. Hanno paura dell’umiliazione, dell’idea associata alla virilità e di quello che comporta, del poco desiderio che rimane.

Tutti più o meno confessano che in fin dei conti il sesso non è così importante, a volte non hanno neanche voglia di farlo. C’è chi è rimasto a lungo disgustato dopo una prima volta “fallimentare”, chi non ha libido, chi è ancora vergine.

Léo, 21 anni, studente dal conservatorio, ha avuto la nausea per due anni quando pensava ai rapporti sessuali, dopo una prima volta “traumatica”. Non ci è riuscito e la sua compagna “lo ha chiarito, con violenza”. “In quanto maschi ci sentiamo responsabili della prima volta, dobbiamo saper gestire la cosa, mentre in realtà siamo disorientati come le ragazze”, dice. Da un po’ di tempo Léo, cresciuto da donne da cui ha imparato “il rispetto e la pazienza”, ha una ragazza e con lei si capisce bene. “Ci siamo presi il tempo necessario e poi siamo stati sinceri, preferiamo dormire tranquilli insieme invece di farlo per forza”.

Accanto a lui Nathan ha scoperto la sessualità a 16 anni e l’ha trovata “molto fica”. Ma poi ha cominciato ad avere la sgradevole impressione di dover “raggiungere una quota”. Oggi tra lo studio, lo sport e gli amici non ha più molta voglia di fare sesso: nella geografia della sua vita, è un territorio arido che non gli va di esplorare. E la “quota” gli pesa ancora di più, perché non riesce a raggiungerla. “Questo aspetto quantitativo” pesa sulla sua immagine di adolescente e rovina la sua relazione. La sua ragazza, come le sue ex, non accetta che lui abbia una libido timida. A volte è “lei a cominciare a fare delle cose anche se io non voglio”. Un giorno è andata così lontano che Nathan ha pensato di essere arrivato al “punto di rottura”. In nome della “normalità” di avere rapporti regolari, le aggressioni coniugali non sono mai lontane.

Usciti dall’effervescenza del gruppo i ragazzi parlano abbastanza liberamente, senza mai usare le parole che fanno male. “Nei film e nelle serie tv è l’uomo che comincia a fare sesso. Ma a volte è il contrario, e non sempre finisce bene. Però sui social network non ci sono uomini che si lamentano per questo tipo di cose”, dice il ragazzo. “Si ha l’impressione che un uomo non possa subire una cosa del genere, che sia capace di difendersi”.

Gawayn, 22 anni, studia ingegneria a Lione ed è ancora vergine. All’inizio parla della sua “paura di non essere all’altezza” e delle pressioni che circondano questo rito di passaggio. Ma subito dopo si concentra sul fatto che lui non vuole fare sesso. La sua verginità sembra imbarazzare più gli altri che lui. Vorrebbe che lo “lasciassero in pace”: all’università, dove “questo genere di cose è ancora un argomento tabù”; alle feste, dove gli mostrano le ragazze da lontano aggiungendo “quella è libera”. Non gli va di svendere la sua prima esperienza. Gli amici più intimi cercano di rassicurarlo dicendogli che “non è la fine del mondo”, ma questo lo fa arrabbiare: “A forza di ripetere che va tutto bene, la mia condizione comincia a diventare strana. La gente ha paura che io possa perdere qualcosa, ma in realtà non m’interessa più di tanto”.

Davanti alle ragazze bisogna fare bella figura, così Gawayn fa fatica a confessare di “non averlo mai fatto”. A suo padre non osa parlarne per paura che “sia preso dal panico chiedendosi cos’ha sbagliato come genitore”. Ma in fin dei conti è “come andare in bicicletta. Anche se hai imparato due o tre anni dopo gli altri”, dice il ragazzo, “non significa che hai avuto un’infanzia terribile. Nessuno si ricorda di aver imparato a pedalare più tardi degli altri bambini”.

Sulla terrazza di un locale nel nono arrondissement di Parigi, Camille Aumont Carnel, 25 anni e creatrice dell’account Instagram @jemenbatsleclito (me ne sbatto il clitoride), che ha migliaia di _ follower_, non è sorpresa dalla statistica dell’Ifop. Ha da poco pubblicato il libro #Adosexo, per il quale ha realizzato quasi 1.200 interviste. Porta un vestito arancione e grandi occhiali, e mentre sgranocchia un dolce al cioccolato dice: “Si dovrebbe accogliere con la stessa energia una persona che dice di avere avuto quindici rapporti la settimana scorsa e un’altra che afferma di non averne avuto neanche uno nell’ultimo anno. L’astinenza sarà molto di moda”. Aumont Carnel ha scritto una guida per rispondere alle domande che riceveva su Instagram e per compensare i corsi di biologia, incentrati più su come “far germogliare le lenticchie nell’ovatta che sulla sessualità”.

Il materiale che ha raccolto fa emergere delle costanti sul rapporto dei giovani con la sessualità. In particolare la nozione di “precarietà relazionale”: “Gli adolescenti si sentono soli, sono molto sensibili ai giudizi. La famiglia gli mette l’ansia, così restano gli amici, che sono disorientati quanto loro e con cui parlano in modo vago e impreciso”, dice Aumont Carnel sorridendo.

Angoscia per il futuro

Il sesso rimane un argomento “sporco”, l’unico affidato a genitori che rivendicano il diritto di parlare di tutto. “E frasi come ‘sarai sempre il mio bambino’ fanno ridiventare gli adolescenti degli asessuati. La difficoltà nel parlare di questi temi con dei sessuologi è simile, perché queste figure rappresentano l’autorità”. Un altro punto importante per Aumont Carnel è la dittatura della prestazione. I ragazzi si sentono oppressi dalla missione di andare a letto con una ragazza. Le ragazze invece pensano: “Devo depilarmi, non devo avere le mestruazioni, devo essere profumata e così via. Di fatto il sesso si trasforma in una cosa faticosa, come occuparsi di questioni amministrative e pratiche. E questo provoca un distacco. Fare sesso diventa tutt’altro che divertente, una specie di dovere”, spiega.

I modelli suggeriti dal porno gratuito (Youporn, Pornhub) e il movimento #MeToo hanno lasciato un segno. “Le ragazze hanno paura. Perché tre quarti delle nostre amiche sono state violentate?”, si chiede Camille Aumont. “Si sente parlare di violenza sessuale in continuazione. Così molte di noi si concentrano su se stesse. Si prendono un anno sabbatico dal sesso”. Sotto le lenzuola succede la stessa cosa che nelle grandi aziende: gli studenti rifiutano i modelli prestabiliti, e si dimettono per concedersi il tempo di inventare qualcos’altro.

Rose ha 26 anni e un ragazzo. Nel 2021 non ha avuto rapporti sessuali. “All’inizio ho pensato a un semplice disinteresse. Poi ho capito che era per l’ansia”. La preoccupazione per la pandemia, lo stress legato al lavoro e alla crisi climatica hanno minato la sua libido e le hanno provocato un vaginismo che le impedisce di avere rapporti. “Il controllo maniacale della distanza di sicurezza, l’analisi di ogni cosa, in ogni momento… il mio cervello non si lascia mai andare. Invece la sessualità è proprio lasciarsi andare”.

Il sesso rimane un argomento “sporco”, l’unico affidato a genitori che rivendicano il diritto di parlare di tutto

Parte della sua angoscia, dice Rose, dipende dai timori per l’ambiente. “Penso che l’impulso sessuale nasca anche dall’istinto di riproduzione. E quando mi chiedo se voglio davvero far nascere un bambino in questo mondo capisco che non mi va. Non ho preso una decisione consapevole, ma rispondo inconsciamente e questo m’impedisce di provare desiderio”.

Rose si sente sola. “I miei genitori non capiscono l’intensità di quello che racconto. A volte mi chiedo a cosa serva vivere in questo mondo se tutto va in malora. E loro mi dicono: ‘È vero, gli orsi polari muoiono’. Avrei voglia di gridargli in faccia che io parlo di uno stress onnipresente, quando mi sveglio, quando mi addormento, sui social network”.

Rose, che ha una relazione da tre anni, si sforza di dimenticare quello che una volta gli aveva detto un ex: “Il sesso è il fondamento di una coppia”. “Significa che spetta a me tenerla insieme, che ne ho tutta la responsabilità. Rinunciando al sesso, sono responsabile del suo fallimento. È un’idea che ci è stata così tanto ripetuta in quanto donne, che devo fare uno sforzo costante per razionalizzare”.

Un giorno, durante una delle rare discussioni sulla sessualità, Rose ha spiegato a sua madre che il concetto di “vaginale o clitorideo”, un vecchio retaggio freudiano, è un mito. Tutte le donne provano piacere attraverso il clitoride, che del resto è molto più grande di quello che si crede: considerando la parte interna può arrivare anche a 14 cm. “Hai messo al mondo tre figli e non sai queste cose?”, si è stupita Rose. Poi ha confessato alla madre di non avere rapporti dall’inizio della pandemia. “Mi ha risposto che non era normale, che alla mia età lei era molto attiva e ha ancora una vita sessuale intensa”, racconta. “Ero arrabbiata. Io le insegno le dimensioni del suo clitoride e lei mi dice che a letto si diverte più di me”.

Rebekka Deubner

Scontro generazionale

Così Rose ha smesso di parlare con i genitori e si è rivolta alle pubblicazioni femministe e ai podcast. Pensando alla paura di sua madre per le “ragazzine ipersessuate” con cui si confronta in continuazione, capisce che teme meno di lei l’idea di essere abbandonata da un uomo. “Oggi siamo più libere di non fare l’amore. Siamo più legittimate a rifiutare le imposizioni, non condizioniamo il nostro corpo per sedurre. Rispetto alla generazione di mia madre, non consideriamo tanto il sesso un mezzo per tenersi stretto un uomo”.

La recessione sessuale sta provocando scontri generazionali, perché i genitori di oggi hanno creduto alla famosa rivoluzione sessuale del dopo sessantotto, con la legalizzazione della pillola e dell’aborto. Ma per Tal Madesta, militante femminista trans e giornalista indipendente, è un sogno irrealizzabile.

Madesta è autore di Désirer à tout prix (Desiderare a ogni costo), un saggio molto forte sul sesso diventato un mercato e sulla non sessualità come malattia da curare. “Chi ha liberato questa presunta ‘liberazione sessuale’? Nessuno. Cos’ha di rivoluzionario questa autoproclamata rivoluzione sessuale? Niente”, scrive. Poi cita Michel Bozon, ricercatore dell’Istituto nazionale di studi demografici: “Si potrebbero invece descrivere le trasformazioni contemporanee, come il passaggio da una sessualità costruita su ruoli e discipline esterne agli individui a una sessualità basata su discipline interne. Non sarebbe una rivoluzione, ma un’interiorizzazione, un approfondimento delle esigenze sociali. Oggi, come in passato, non c’è un’autonomia della sessualità”.

Madesta denuncia anche i danni dello sviluppo personale e dei venditori di sex toy, che trasformano la sessualità in un metro per misurare il valore di una persona e nell’unico vettore dei legami intimi. Le app d’incontri sono l’apice di questo fenomeno.

Rebekka Deubner

Jeanne, 24 anni, racconta la sua esperienza. “Le app sono un po’ l’Uber Eats del sesso. Ci si stanca presto. Se mangiamo thailandese tutti i giorni, probabilmente ci passerà la voglia di farlo. Sappiamo che c’è, per ogni evenienza”. All’inizio Jeanne trovava l’abbondanza di carne disponibile “molto eccitante” e consultava l’app diverse volte al giorno. Molti giovani confermano che i lockdown del 2020 hanno reso gli scambi più intensi. “Non avevamo altro da fare, così abbiamo parlato a lungo, di tutto”, ricorda Jeanne. “Crediamo che con le app si possa fare sesso a piacimento, ma non è vero. Ora cerchiamo di nuovo la magia. Se ricevo un messaggio banale non rispondo. Cerco la scintilla, la rarità. E a forza di cercare l’eccezione non succede più nulla”.

Meno ma meglio: sembra essere questa la strategia di Cameron, un uomo gay di 23 anni, che vorrebbe ricominciare tutto da capo. Studente universitario a Clermont-Ferrand, nel centro della Francia, era un grande consumatore di sesso. Ma nel 2021, dopo la laurea, ha fatto il servizio civile per un anno. Con i suoi colleghi, innamorati di diverse persone e pansessuali, ha dato un taglio netto al passato e ha scoperto un nuovo copione della sessualità. Da più di un anno e mezzo non ha rapporti sessuali.

La sera, quando esce, il padre gli dice scherzando che forse non tornerà da solo. “Forse ai suoi tempi lui pensava alle serate in questi termini”, dice Cameron. “Secondo lui, è come se non potessi uscire senza rimorchiare qualcuno”.

Oggi Cameron vorrebbe ricominciare la sua vita sessuale da zero, lontano dagli scenari abituali (“l’uomo penetra e domina”) e dagli obblighi sulla virilità. “Ho voglia di una seconda prima volta. Ma ora sarò più attento a me stesso, mi darò il tempo per conoscere la persona, avere degli appuntamenti e raccontarle quello che mi piace. E faremo qualcosa che riguarda solo noi”.

Con o senza sesso, si tratta soprattutto di vivere emozioni e relazioni che non sono necrotizzate dalle norme sociali. Tal Madesta ha un’idea per questo: consiglia di andare al cinema. Per lui ci sono molti altri mezzi per impegnare il proprio corpo, per esempio lo sport. E per costruire delle relazioni intime Madesta suggerisce di riabilitare l’amicizia, “quest’altra forma di amore a cui diamo il beneficio dell’incostanza”.

L’amicizia è criticata rispetto al rapporto di coppia perché non produce nulla: nessun appartamento di proprietà, niente figli né pranzi dai suoceri, nessuna vetrina sociale. Invece è il contrario: un vero e proprio scudo sociale e politico.

“Le relazioni più fertili sono anche le meno redditizie”, dice Madesta. ◆adr

Questo articolo è uscito sul numero 1476 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati