Splendori e inquietudini del Cinéma du réel, festival del documentario che dà ampio spazio alla sperimentazione di cui il 28 marzo a Parigi si è chiusa la 48a edizione. I visitatori alla prima esperienza dovranno familiarizzare con il gergo locale, un invito a perdersi davanti a film che sono anche “dispositivi”, “gesti”, “un cinema su ciò che ci circonda”, “sogni a occhi aperti” (con le loro asperità, questi gesti sognanti o dispositivi su ciò che ci circonda possono diventare anche delle “meditazioni spettrali”!). Dopo di che si sorprenderanno, come la nostra inviata, a trattenere le lacrime davanti a una stalla filmata con un’inquadratura fissa, o ad annuire di fronte alla saggezza di James Benning, grandissimo osservatore del paesaggio statunitense: “Sembra arrivato il momento d’interessarsi ai ponti”.

Scherziamo ovviamente, ma dopo alcune delusioni (come direbbero gli anglofoni: “Let’s be real”, parliamoci chiaro), certe forme non narrative, refrattarie ai personaggi e sensibili all’assenza, a volte finiscono per confermare questa constatazione elementare: anche la presenza ha una sua bellezza.

Una vita nelle note

Segno che il reale “è quando ci sbatti contro”, ed è sul terreno concreto che si prova la maggiore emozione del festival. La dobbiamo al commovente _Retour avant 15 heures _di Gaël Lépingle, evocazione degli ultimi anni di vita di un padre che annotava, con cura meccanica, il resoconto delle sue attività quotidiane, tra lavori di giardinaggio, passeggiate e aperitivi con i vicini.

È un intero romanzo dell’iper-ordinario, una poesia del prosaico che il regista fa interpretare all’attore Serge Renko, con quella serietà che hanno i clown per far ridere prima di far piangere.

In scena dà corpo e voce a centinaia di testi ritrovati in un computer, oltre ai promemoria scarabocchiati su post-it, tradotti in altrettanti sketch. Da qualche parte nella Francia delle villette unifamiliari, nei pressi di Orléans, la casa di famiglia diventa teatro. E le battaglie combattute giorno dopo giorno contro un nido di vespe, le piastrelle del terrazzo da sostituire, un albero recalcitrante, formano un simbolo che racconta la finitezza delle cose, il confronto tra la vita di un uomo, di un luogo e degli oggetti – quei sacchetti di plastica che si ripongono in altri sacchetti di plastica, quelle tute protettive acquistate da Leroy Merlin…

Matter of Britain (Peter Treherne)

In tutto ciò la musica prende importanza e Lépingle dà l’impressione di sacralizzare la sua fantasia di villette residenziali. Questa litania pragmatica di constatazioni e gesti, di attrezzature e lavoretti, non deve finire mai: ancora una passeggiata nel bosco per respingere la morte, ancora un’alba rosa sullo stagno. Non si dovrebbero mai buttare le liste della spesa né i post-it.

Cavalieri a corto di avventure

Non possiamo inoltre non citare due incredibili film in costume, _Matter of Britain _del britannico Peter Treherne e _Rebelote _del francese Skander Mestiri. Il primo, realizzato da un appassionato di storia medievale, fa indossare armature e cotte di maglia agli abitanti del suo paese d’infanzia, trasformati in personaggi della leggenda arturiana in cerca del sacro Graal. Intorno a un fuoco dove si aprono birre, o sotto la volta mistica di una chiesa, un’intera comunità si presta al gioco senza alcun sorriso ironico. Come se si trattasse di recuperare vite del passato, di cadere nella finzione appena si pensa ad altro, in una sorta di sonno febbrile.

Si parla di cavalieri a corto di avventure, di gente alla ricerca di ciò che non trova. Forse, quindi, dell’assoluto. Chissà? In realtà le forze contrapposte del mito e della vita materiale, del sacro e del profano scandiscono questo “fantasy etnografico” che naviga tra due correnti contrastanti, cullato dal canto delle onde.

Perché, in contrappunto alla chimera del passato, il regista filma la modernità del lavoro agricolo e dell’allevamento industriale. È più dolce e contemplativo di una delle provocazioni di Bruno Dumont, ma con quell’umorismo all’inglese un po’ sopra le righe.

I film premiati

◆ La giuria del festival, formata dai registi José Luis Guérin, Alain Kassanda, Bani Khoshnoudi, dalla compositrice Félicia Atkinson e dal curatore Julian Ross, ha assegnato il Gran prix Cinéma du réel 2026 al film London dell’austriaco Sebastian Brameshuber, “ritratto dell’Europa contemporanea” tratteggiato viaggiando avanti e indietro tra Vienna e Salisburgo. Premiati anche Levers di Rhayne Vermette **e A blind song di **Stefano Canapa e Natacha Muslera. Al film _The rib of the greater bay area _di Tao Zhou **è stata assegnata una menzione speciale. Il premio del pubblico è andato a Todas las manos que solté di **Laura Chará, mentre una giuria dei detenuti dell’istituto penitenziario di Bois-d’Arcy ha premiato _Hasta mañana si dios quiere _di Alejandro Egido.


In Rebelote, una coppia s’infiltra in una comunità di appassionati della seconda guerra mondiale. Questi “rievocatori” giocano agli “alleati” contro i “crucchi” precisando però che non fanno in alcun modo politica. Il contrasto comico e la carica ambigua del film si fondano su questa atmosfera da campeggio tra amici, balera e grigliata di salsicce. Uno descrive l’addestramento militare che gli ha fatto “scoprire il proprio corpo”, un altro insiste sulle differenze tra i suoi distintivi e quelli della Germania nazista.

“È solo una piccola recita”, tutto qua, si sente in una scena, mentre in un’altra un bambino con la divisa delle Ss gioca a fucilare un partigiano. Dietro la macchina da presa, Skander Mestiri si lascia intervistare dai soggetti che filma per ridurre la diffidenza, lasciando che la curiosità documentaria coinvolga anche lui stesso. Una piccola recita quindi, per chiedersi di cosa siano fatte le fascinazioni per i travestimenti, dove cominci e dove finisca l’innocenza di questi grandi bambini in mimetica che partono per un’occupazione nazista che dura solo un weekend.

Uno sguardo all’apocalisse

Non sorprende che, dopo tutta questa abbuffata di reale, spesso sia rimasto un sapore di apocalisse: l’imminenza di un’estinzione (Relicto di Guillermo Quintero, sulla scomparsa dell’ultimo rappresentate della sua tribù nell’Amazzonia colombiana, vittima di un etnocidio coloniale); il sole che si spegne (Levers della québécoise Rhayne Vermette, esercizio di stile in un chiaroscuro nebuloso), raffiche diluviane e così via.

“Hanno parlato di una tempesta ma nessuno è preparato”, riassume la voce fuori campo di un giovane dal sonno agitato in The longest night _di Phuong Thao Nguyen, mentre un tifone tropicale si scatena su Hanoi. I film capiscono sempre più cose di noi. ◆ _adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1659 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati