Agli occhi dei politici occidentali la Giordania è un paese arabo stabile e progressista. La monarchia al potere è vicina agli Stati Uniti e appoggia gli interessi occidentali in Medio Oriente in cambio di una generosa dose di aiuti e assistenza militare. Da quando ha preso il potere nel 1999, il re Abdallah II è spesso apparso nei programmi d’informazione di tutto il mondo per presentare la Giordania come un paese moderato, che resiste alle congiunture economiche negative, alle guerre regionali e ai flussi di rifugiati. Un’oasi di stabilità senza rivoluzioni o conflitti, una società tranquilla, felice di ospitare i turisti negli scintillanti hotel a cinque stelle di Amman prima di portarli nei famosi siti turistici di Wadi Rum e Petra.

Quest’immagine così curata però dice poco della politica interna giordana. La monarchia hashemita e le sue istituzioni repressive, esercito e forze di sicurezza, si aggrappano al potere in quello che è da tempo un sistema autoritario. Questo duopolio – non il parlamento, eletto ma impotente – nomina il governo, mentre una burocrazia enorme applica le sue politiche e leggi. Lo stato soffoca la libertà di espressione, censura i mezzi d’informazione, arresta i dissidenti e fa in modo che nessun vero movimento di opposizione possa minacciare la sua autorità.

La piccola comunità di esperti giordani nel mondo accademico e negli istituti di ricerca internazionali è consapevole della struttura autoritaria del regno. Eppure, portare alla luce questo dominio non basta per capire la complessità della vita sociale giordana. Tre ottimi libri usciti di recente, di Jillian Schwedler, José Ciro Martínez e Jessica Watkins, affrontano questo vuoto per rivelare una realtà spesso trascurata: la vita sotto un sistema autoritario si fonda non solo sulla paura o sulla violenza, ma sull’adattamento creativo del potere statale. L’autorità del regime hashemita controlla i giordani non solo con la repressione ma anche attraverso strumenti ordinari.

Questi tre libri importanti mostrano la politica dell’autoritarismo, concentrandosi su episodi comuni di vita quotidiana: le proteste, il prezzo del pane e il rapporto con la polizia. Tre momenti che hanno una notevole importanza simbolica e politica, in cui i cittadini e lo stato si confrontano, in modi a volte produttivi e a volte conflittuali.

Mettere in discussione

Emergono due temi ricorrenti. Innanzitutto i cittadini fanno i conti con lo stato autoritario nella vita quotidiana. In secondo luogo, questo dominio non produce una cittadinanza obbediente e senza autonomia. I giordani mettono spesso in discussione le politiche del re o del governo, se queste si scontrano con il loro senso di giustizia. Manifestano in strada contro la corruzione e la disoccupazione, criticano l’aumento del prezzo del pane e del gas causato dalla cancellazione dei sussidi governativi, e si lamentano dell’inettitudine della polizia. Non si ribellano, ma cercano di dare un senso al sistema che li governa, a cui obbediscono per la maggior parte del tempo, ma che suscita anche insoddisfazione. La supremazia dello stato non è mai assoluta. Le persone trovano modi disordinati e creativi per sabotarne la sfera d’influenza o ottenere soddisfazione per le loro richieste.

La monarchia scelse la piccola Amman come capitale perché era un posto facile da isolare

Nel libro Protesting Jordan, Jillian Schwedler mostra che le proteste sono fondamentali per capire il rapporto tra il regime hashemita e i suoi cittadini. I giordani manifestano, e le manifestazioni plasmano lo stato. Come nota la studiosa, la maggior parte degli osservatori s’interessa alle proteste solo quando crescono e finiscono sulle prime pagine dei giornali. In Giordania però tendono a essere piccole e isolate. Raramente producono cambiamenti politici significativi perché sono ignorate o contenute. Anche quelle più grandi durante la primavera araba, che radunarono decine di migliaia di persone, furono eclissate dalle rivolte in Tunisia, Egitto e Siria.

Schwedler esorta i lettori a concentrarsi non sui risultati delle proteste ma sui processi interni. Nelle manifestazioni “i flussi, le pratiche, le affinità, le interpretazioni e le storie” dello stato nazionale diventano visibili. Storicamente i giordani si sono mobilitati per richieste di ogni tipo: diritti politici, terra, lavoro. Le reazioni delle autorità sono andate dagli arresti mirati a modeste riforme per disinnescare le tensioni. Non ci sono stati quasi mai spargimenti di sangue, e la maggior parte delle proteste è stata dimenticata. Ma ripetendo questa scena decine di migliaia di volte nel corso dell’ultimo secolo – con il coinvolgimento di tutti i settori della società: lavoratori, tribù, islamisti, studenti, rifugiati – il risultato è un calderone di contestazione sociale. I cittadini e lo stato si confrontano nei luoghi della mobilitazione per affermare la propria identità, immaginare il futuro e avanzare varie rivendicazioni.

Attraverso la documentazione storica, l’analisi interpretativa e decenni di ricerche sul campo, Schwedler descrive come le proteste hanno plasmato la popolazione, il paesaggio, le istituzioni e lo sviluppo politico della Giordania. Molte storie occidentali trascurano il periodo coloniale tra gli anni venti e quaranta del novecento, quando la monarchia hashemita sostenuta dai britannici avrebbe forgiato un ordine politico stabile in questa sterposa distesa sulla riva orientale del fiume Giordano. In realtà, come chiarisce Schwedler, la costruzione coloniale dello stato è stata tormentata da “atti di resistenza e ribellione”. In tutto l’Emirato di Transgiordania appena creato le tribù rifiutarono il dominio hashemita, come avevano respinto il governo ottomano nel periodo precedente la prima guerra mondiale. Le tribù locali inizialmente rifiutarono “l’immaginario spaziale” dello stato hashemita e le sue leggi, che improvvisamente suddividevano quello che era stato un entroterra senza confini. In risposta ai disordini lo stato nascente disciplinò e assorbì i nuovi sudditi. Per esempio, usò la leva militare e lo stato sociale nelle aree rurali per legare i destini economici di alcune tribù alla sua sopravvivenza.

Solo i giordani delle tribù erano autentici. La polizia ha sancito questa identificazione

Il timore delle proteste ha influenzato anche la geografia urbana della Giordania. La monarchia scelse la piccola Amman come capitale perché era scarsamente popolata, un posto facile da isolare se fossero scoppiati disordini. I successivi modelli di sviluppo urbano hanno seguito “le concezioni moderniste europee su come ordinare gli spazi urbani”. Dalla disposizione delle strade all’organizzazione dei quartieri, le autorità hanno progettato Amman per limitare il movimento delle persone, con un duplice risultato: traffico cronico, ma pochi spazi aperti che possano accogliere proteste di massa.

Le manifestazioni riguardano lo spazio tanto quanto le persone e si relazionano con l’ambiente urbano. Luoghi come strade, parcheggi e rotatorie possono ospitare le mobilitazioni, influenzando anche il modo e i motivi per cui i cittadini partecipano. Le questioni dello spazio e della spazialità hanno influenzato le più importanti rivolte in Giordania dagli anni quaranta fino alla primavera araba e all’ondata di malcontento contro l’austerità del 2018.

Schwedler osserva che le proteste sviluppano delle “routine spaziali”, cioè regole di comportamento per adeguarsi all’ambiente circostante. I manifestanti delle tribù rurali bruciano pneumatici sulle autostrade, mentre i Fratelli musulmani si specializzano nei cortei del venerdì nella capitale: ciascun gruppo ha un repertorio tattico adatto al contesto. Le proteste sono anche molto diverse: trasgressive, come quelle in cui si insulta il re, o così ordinate e regolari da diventare quasi rituali, come quelle contro l’occupazione israeliana della Palestina.

I regimi autoritari temono le conseguenze delle manifestazioni incontrollate. Il modo in cui la monarchia hashemita e le sue istituzioni repressive limitano le contestazioni dipende “non solo dalle rivendicazioni, da chi le fa e da come sono espresse, ma anche dagli spazi in cui avvengono”, scrive Schwedler. Il regime giordano protegge la sua immagine di amico dell’occidente tollerando molti grandi cortei, ma agisce con il suo repertorio di tattiche di controllo per assicurarsi che non si inaspriscano. Per esempio, le autorità sanno come posizionare gli agenti intorno a una folla per intimidire i manifestanti. Ad Amman hanno sventrato gli spazi pubblici circondandoli con “sinistri recinti, gabbie e veicoli militari”. Nella rotatoria vicino alla presidenza del consiglio dei ministri le alte recinzioni e le postazioni della gendarmeria hanno reso difficile il ritorno delle grandi folle che si radunavano qui durante la primavera araba.

Schwedler spinge il lettore a ripensare la politica della protesta moderna, sostenendo che non si tratta di un attacco alla normalità, ma di un’espressione di lotte ordinarie. Le manifestazioni permettono ai giordani di far valere le rivendicazioni e di sfidare le regole del regime, ma suscitano anche risposte autoritarie. Rappresentano frontiere in cui il potere statale è esercitato e negoziato, e lo stato diventa visibile.

L’importanza del pane

Ai giordani non serve scendere in strada per vedere la reazione dell’autorità. I sussidi per il pane, argomento di States of subsistence di José Ciro Martínez, sono uno degli esempi più evidenti di come anche le politiche sociali rappresentino un’interazione tra stato e società. Molti analisti studiano il meccanismo dei prezzi dei prodotti alimentari, perché un loro aumento può provocare malcontento popolare. Eppure, il cibo ha valore anche culturale e politico, rivelando come una società interagisce con il suo governo, soprattutto quando questo promette di sovvenzionare i prodotti alimentari per rafforzare la sua legittimità.

In Giordania nessun altro bene di consumo influenza le chiacchiere e i dibattiti politici quanto il pane. Per quasi cinquant’anni i sussidi statali hanno permesso anche ai giordani poveri di comprarlo. Il pane rappresenta non solo un elemento fondamentale della dieta ma anche un “oggetto sociale” attraverso il quale il regime assolve il suo ruolo di tutore per “gestire la vita della popolazione”, scrive Martínez. È uno specchio ideale della politica nazionale, e i forni sono luoghi fondamentali in cui lo stato e i cittadini si guardano a vicenda. Smontare questo “campo di forze fatto di esperienze, promesse e obblighi” è alla base dello studio di Martínez, che combina osservazioni storiche sull’economia politica della Giordania con analisi etnografiche sul campo, tra cui mesi trascorsi a lavorare nei forni.

Martínez mostra che il potere autoritario deve attuare delle politiche che lo facciano apparire ragionevole ai suoi beneficiari. Tra queste ci sono i sussidi per il pane. Nel 1974 lo stato cominciò a metterli in campo attraverso un complesso sistema d’importazione dei cereali, distribuzione della farina e controlli sui prezzi in risposta all’iperinflazione e a un ammutinamento nell’esercito. Il risultato fu una “grande espansione dell’intervento centralizzato” dello stato nella vita pubblica. I sussidi per il pane e per altri beni come il carburante hanno accompagnato l’espansione della pubblica amministrazione e dell’esercito, che cominciarono ad assumere un gran numero di giordani delle tribù, invece di cittadini di origine palestinese, che dal 1948 erano tra i gruppi più numerosi della popolazione.

Considerato il valore attribuito ai sussidi per il pane è facile capire perché i giordani abbiano protestato animatamente contro le politiche economiche neoliberiste sostenute dal re Abdallah II. Per esempio quella del 2018, quando le prestazioni universali sono state sostituite con interventi mirati alle famiglie sotto una certa soglia di reddito, ispirati al sistema statunitense. L’avversione dei giordani nasceva dai sussidi per il pane, che per due generazioni avevano trasformato “i cittadini in consumatori e i diritti in merci”.

Martínez mostra che i forni non sono solo banali esercizi commerciali, ma istituzioni culturali che veicolano il potere dello stato. All’interno di ognuno c’è l’ombra della monarchia: l’odore del pane appena sfornato ricorda ai giordani l’impatto sociale e la presenza politica del regime. Le ispezioni ufficiali permettono ai lavoratori di avere un contatto ravvicinato e spesso rituale con lo stato. Fornai e ispettori giocano sugli “obblighi imprecisi” degli standard di sicurezza alimentare. Gli ispettori puniscono i forni che violano gli standard ministeriali, ma i fornai sanno che chiudere troppe panetterie ridurrebbe alla fame le famiglie. Così, gli angoli si smussano e si scambiano sorrisi ironici mentre si raggiungono accordi silenziosi per mantenere lo status quo nel bene dell’interesse pubblico.

Tuttavia, questo sistema alimenta le tensioni interne. Le politiche sociali in un regime autoritario sono sempre progetti incompiuti. Chi ne beneficia si muove tra obbedienza e disobbedienza, a seconda della convenienza. Per esempio, alcuni fornai corrompono i funzionari per assicurarsi una quantità di farina maggiore della quota che gli spetta, per timore di non riuscire a soddisfare la domanda. Secondo Martínez, queste azioni non segnalano un’opposizione politica ma una capacità di risposta sociale. I forni, dunque, sono luoghi paradossali: confermano la capacità del potere hashemita, ma offrono anche spazio e sostegno ai cittadini per mettere in discussione quel potere.

Su un treno partito da Amman, 4 giugno 2022 (Laura Boushnak, The New York Times/Contrasto)

Martínez considera il consumo e la produzione di pane come un microcosmo che illustra il modo in cui i giordani convivano con il potere. Uno stato autoritario non esiste nel vuoto. Deve compiere azioni precise per far sentire la sua presenza nella popolazione.

Creare il consenso

Dove i giordani sperimentano in modo più viscerale l’autorità dello stato è nell’ordine pubblico quotidiano. Anche se il regime ha altri organi repressivi, come l’esercito, la gendarmeria e il dipartimento d’intelligence, la polizia civile (il dipartimento di pubblica sicurezza, Dps) con i suoi circa sessantamila dipendenti incarna il potere dello stato. Il Dps partecipa alla repressione arrestando i dissidenti o contenendo le proteste, ma queste azioni rappresentano delle intromissioni relativamente rare nella vita pubblica. I giordani incontrano la polizia ovunque: alle rotonde, negli edifici pubblici, negli uffici governativi, negli hotel, nei paesi di campagna, nei luoghi turistici e all’aeroporto.

La tesi di Creating consent di Jessica Watkins è che l’attività di controllo poliziesco produce il dominio autocratico, perché la routine quotidiana di gestione della pubblica sicurezza incide più di ogni altra cosa sul modo in cui i giordani vedono il loro stato. L’attività di “bassa sorveglianza” sui reati non politici, come i furti, l’eccesso di velocità, le aggressioni e gli omicidi, permettono al Dps di ottenere un “consenso egemonico integrale”. La polizia plasma le narrazioni popolari della giustizia: risolve crimini, tutela la legge e garantisce la fiducia pubblica nella monarchia. Il Dps interviene anche nelle comunità tribali per risolvere le dispute personali, ricorrendo alla mediazione informale per assicurare la pace. Secondo molti cittadini queste azioni fanno sì che lo stato appaia al tempo stesso comprensibile e saggio.

Attraverso ricerche storiche, documenti e interviste, Watkins mostra come il Dps ha raggiunto un’influenza così importante. La polizia ha contribuito a formare il vincolo tra stato e tribù che è alla base dello sviluppo politico della Giordania. Quest’alleanza, che dagli anni trenta ha dato alla monarchia una base di sostenitori, poggiava non solo sulla protezione data alle tribù più grandi ma anche sul privilegio accordato al tribalismo come “caratteristica distintiva dell’ordine” e dell’identità nazionale. Solo gli appartenenti alle tribù erano giordani autentici. L’attività di polizia ha sancito questa identificazione. Le comunità tribali rurali hanno fornito la manodopera per la polizia, e la polizia ha rispecchiato queste origini adottando una posizione conservatrice che considerava qualunque disordine pubblico come una minaccia intollerabile. Questo modello si è riprodotto anche dopo la creazione del Dps nel 1956: i giordani-palestinesi erano esclusi dai suoi ranghi, mentre il nuovo dipartimento aveva licenza illimitata di “adottare un approccio pervasivo e intensivo nei confronti della sicurezza”.

Sicurezza, tuttavia, è un termine vago. In Giordania nel periodo della legge marziale (1957-1989) era interpretata come la necessità di arrestare tutti i dissidenti per eliminare l’opposizione dalla sfera pubblica. Ma, come mostra Watkins, ha significato anche garantire un senso di equilibrio nelle comunità tribali, così che i crimini sono rapidamente risolti e i conflitti non degenerano. Questa forma di sicurezza richiede il pluralismo giuridico, o la decisione di non applicare il diritto penale, così da permettere alle parti – individui, famiglie e tribù – di risolvere le controversie in modo informale e discreto invece che attraverso la polizia o il sistema giudiziario.

Questa fluidità opera in vari modi. Anche se il governo ha abolito le corti tribali nel 1976, il Dps promuove ancora le “tradizioni per la gestione delle controversie”. Dopo gli incidenti stradali, le aggressioni e perfino gli omicidi, la polizia cerca di prevenire le ritorsioni tra le parti dialogando con i capi locali, che avviano il processo per negoziare una tregua o un risarcimento. Queste soluzioni producono accordi vincolanti e “sono spesso molto più veloci rispetto alle cause penali”. Un simile ricorso all’informalità riguarda anche la gestione della violenza domestica. Il dipartimento di protezione della famiglia, un’unità specializzata del Dps, preferisce affrontare gli abusi coniugali incoraggiando le vittime a partecipare a “comitati di riconciliazione” con i loro mariti gestiti dal governo, invece di sporgere denuncia. Il tabù sugli abusi domestici è ancora molto forte e l’adesione ai codici sociali prevale sull’applicazione di quelli legali.

Watkins sostiene che la polizia si è evoluta per stare al passo con le mutevoli strategie dello stato e il Dps è in grado di cambiare rotta quando necessario. Per esempio, negli anni dieci del duemila ha applicato un programma di gestione della sicurezza finanziato dall’occidente nei campi di profughi siriani con un modesto successo. Desideroso di difendere la reputazione della Giordania come rifugio umanitario meritevole di aiuti stranieri, il governo ha ordinato al Dps di allinearsi ai nuovi principi di “polizia accessibile e di prossimità”. In alcune zone gli agenti trattavano i rifugiati non come soggetti da controllare ma come parti interessate.

Secondo Watkins più che essere il custode del potere autocratico, la polizia è un attore sociale che integra quel potere nella società. La sorveglianza ordinaria, non solo la repressione e la violenza più ampie, rende quel potere visibile. Ma lo rende anche contestabile. Come Schwedler e Martínez, Watkins mostra che “privilegiando il quotidiano rispetto al drammatico” si può capire come i giordani vedono e percepiscono lo stato, e come ci interagiscono.

Questi tre libri offrono resoconti ineguagliabili della vita sociale sotto un potere autoritario, senza chiedersi, come fanno di solito gli scienziati politici, se lo stato hashemita collasserà o si democratizzerà. Fanno altro: riflettono su come il potere di uno stato autoritario possa sembrare imponente e limitato allo stesso tempo. In questo modo, Schwedler, Martínez e Wat­kins mostrano che la politica del quotidiano si può trovare ovunque: nelle proteste dimenticate, nei forni di quartiere e perfino nell’applicazione del codice stradale. Queste sono le lezioni che offre la Giordania. ◆ fdl

Sean Yom insegna scienze politiche alla Temple university, negli Stati Uniti. Sta scrivendo un libro sulla Giordania intitolato Politics in an accidental crucible. Il Middle East research and information project (Merip) è un’organizzazione indipendente fondata nel 1971 per occuparsi di politica, economia e società in Medio Oriente. Pubblica un trimestrale online che si chiama Middle East Report, oltre ad articoli e saggi online.

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Questo articolo è uscito sul numero 1510 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati