Così come si guarda allo stretto di Hormuz per prevedere l’evoluzione dei costi dell’energia o a Francoforte per capire cosa succederà ai tassi d’interesse della Banca centrale europea, bisogna seguire quello che succede a Kaub, una piccola città nell’ovest della Germania, per capire come andrà l’economia europea quest’anno e negli anni a venire.
Kaub è bagnata dal Reno, uno dei più grandi corsi d’acqua navigabili d’Europa, che nasce nelle Alpi svizzere e sfocia nel mare del Nord nei Paesi Bassi; qui si può intuire la traiettoria dell’economia tedesca ed europea nei prossimi mesi. Nelle ultime settimane, a causa delle ondate di calore e delle scarse precipitazioni in molti paesi europei, tra cui la Germania, il livello dell’acqua del Reno è sceso molto al di sotto dei 40 centimetri, considerati il minimo per la navigazione.
Perché questo è grave per l’economia tedesca, la più grande dell’eurozona, e di conseguenza per l’intera economia europea? Perché il Reno, oltre a essere un’importante fonte di reddito turistico grazie alle crociere, è anche una delle principali vie di trasporto per l’industria. Circa il 5 per cento delle merci e delle materie prime – come ferro, carbone, sabbia e prodotti petroliferi – è trasportato via fiume; se questi corsi d’acqua diventano impraticabili l’impatto sulla crescita economica sarebbe inevitabile. L’Istituto per l’economia mondiale di Kiel ha calcolato che per trenta giorni in cui la portata del Reno scende in modo significativo, la produzione industriale in Germania diminuisce dell’1 per cento. In una nota pubblicata a metà agosto, la società di consulenza Oxford Economics afferma che “il maggiore impatto negativo sull’attività (nell’eurozona) potrebbe derivare dai bassi livelli idrici”, e “le aziende dei settori chimico, metallurgico e delle costruzioni risulteranno le più vulnerabili. L’accumulo di riserve attenuerà lo shock iniziale, ma una siccità prolungata potrebbe costare alla crescita tedesca 0,2 punti percentuali nel terzo trimestre”. Assorbire questo shock sarà difficile, ed è un pegno che la Germania paga per i lunghi anni di scarsi investimenti pubblici.
Effetti collaterali
Ma le difficoltà di navigazione sul Reno non sono l’unico effetto delle ondate di calore sull’attività economica in Europa.
Uno dei più evidenti sono gli incendi boschivi, che hanno colpito in particolare i paesi dell’Europa meridionale, soprattutto Spagna e Francia. I costi per l’economia sono significativi, data la perdita di risorse forestali e infrastrutture, anche se l’impatto a breve termine sui pil nazionali non è tra i più rilevanti. Una delle conseguenze economiche negative degli incendi, tuttavia, è lo sforzo richiesto ai bilanci statali per rafforzare le capacità di risposta alle emergenze.
Le ondate di calore estreme e i periodi di siccità sono poi un problema per la produzione di energia, soprattutto idroelettrica, perché fanno scendere il livello dell’acqua immagazzinata nelle dighe. Anche quando gli inverni sono molto piovosi, i ripetuti periodi di caldo intenso fanno sì che non sia possibile aumentare significativamente la produzione per un periodo prolungato. Allo stesso tempo aumenta anche il consumo di energia, per esempio a causa di un maggiore uso dei condizionatori.
Quest’anno c’è stato poi un altro impatto negativo sulla produzione energetica. La riduzione della portata del Danubio, un altro importante fiume europeo, ha costretto l’Ungheria a sospendere le attività della centrale nucleare di Paks, che ha bisogno di un livello minimo d’acqua per funzionare. Il governo ungherese stima che la chiusura dell’impianto costi fino a 50 miliardi di fiorini (circa 136-158 milioni di euro) al mese.
La combinazione tra le crescenti difficoltà nella produzione di energia e l’aumento dei consumi implica che ci sarà un incremento dei prezzi dell’energia. In un momento in cui i consumatori stanno già risentendo dell’impatto del conflitto in Medio Oriente sui prezzi dell’energia, questo potrebbe limitare i consumi delle famiglie e l’attività economica.
Un altro aspetto da considerare è il fatto che lavorare in condizioni di caldo estremo è più difficile. Numerosi studi rivelano un legame tra l’aumento delle temperature e la riduzione della produttività a breve e medio termine. Lo ha sottolineato la compagnia assicurativa Allianz in un’indagine pubblicata prima dell’estate, rilevando che, in base ai dati raccolti tra il 2014 e il 2024, l’impatto negativo si fa sentire di più non appena la temperatura supera i 30 gradi. Da quel punto in poi, ogni grado in più riduce la produzione oraria per lavoratore di circa il 3 per cento.
C’è infine l’effetto sull’inflazione. Un’analisi di Oxford Economics prevede che “gli aumenti dei prezzi saranno più consistenti e immediati per gli alimenti non trasformati, e ci vorranno dai sei ai nove mesi prima che si riflettano pienamente sui prezzi degli alimenti trasformati”. Le categorie più colpite sono “i cereali e i prodotti a base di cereali, frutta, verdura e prodotti caseari”, con un rialzo stimato dei prezzi pari a 0,2 punti percentuali all’inizio del 2027. Un’inflazione più elevata comporta una perdita di reddito per le famiglie e costringerebbe le banche centrali ad aumentare i tassi di interesse, il che in ultima analisi riduce i consumi e gli investimenti.
Questione globale
Tenendo conto di tutti questi fattori, lo scenario di un aumento del problema dei numerosi eventi di caldo straordinario in Europa è un rischio immediato per l’economia. Alcuni di questi effetti a cui stiamo assistendo erano previsti, ma a lungo termine: invece sono avvenuti in anticipo.
E non saranno solo i paesi del sud, con gli incendi boschivi, a essere colpiti. Anche il Nordeuropa, proprio perché le sue infrastrutture non sono preparate a temperature così elevate come quelle registrate quest’anno, potrebbe risentirne pesantemente. Significa che la questione non è più meramente locale o regionale, ma è cruciale per comprendere come l’economia europea potrà crescere nei prossimi anni. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1679 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati