Nel 2019 almeno 456 civili sono rimasti uccisi negli attacchi compiuti dai gruppi armati che imperversano in Mali. È stato l’anno in cui sono stati registrati più morti dal 2012, quando è cominciata la crisi politica ancora in corso. “Il Mali centrale, e in particolare la regione di Mopti, è l’epicentro di queste violenze, che hanno visto milizie jihadiste e gruppi di autodifesa massacrare interi villaggi, sparare alle spalle delle persone in fuga, o separare i passeggeri dei mezzi di trasporto pubblici e ucciderli in base alla loro appartenenza etnica”, si legge in un recente rapporto di Human rights watch. “Chi non riesce a scappare finisce per bruciare vivo nella sua abitazione o morire nell’esplosione di ordigni” (l’ultimo di questi attacchi, il 15 febbraio a Ogossagou, ha causato 31 morti in una comunità peul che era già stata colpita da una strage con 174 morti un anno prima).
Diffusione regionale
La crisi in Mali va avanti dal 2012, quando un’alleanza di gruppi ribelli ha preso il controllo del nord del paese. L’avanzata è stata fermata da un intervento militare francese, ma da allora l’instabilità continua ad aumentare nonostante la presenza dei caschi blu delle Nazioni Unite e dei soldati di una missione antiterrorismo regionale, il G5 Sahel. Dal Mali il terrorismo si è diffuso in Burkina Faso e in Niger, dov’è difficile ostacolare le attività dei gruppi armati a causa della porosità dei confini e delle difficili condizioni sul terreno.
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Questo articolo è uscito sul numero 1346 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati