Un anno fa Naomi Ōsaka era 68ª nella classifica delle tenniste più forti del mondo. Nei momenti di difficoltà tendeva a urlare, a scagliare per terra la sua racchetta e perfino a piangere. Quando la partita non andava come aveva previsto, il suo cervello smetteva di funzionare. Oppure Ōsaka si trasformava in una specie di Hulk, colpendo ogni pallina sempre più forte, anche quando sarebbe servita precisione. Nel 2018 ha perso ventun volte il primo set. Solo in due occasioni è riuscita a riprendersi, rimontando fino a vincere.
Aveva vent’anni e giocava a tennis da quando ne aveva tre, ma si era tenuta lontana dal circuito tennistico giovanile. Prima di vincere il suo primo titolo nella federazione mondiale di tennis femminile (Wta) a marzo del 2018 a Indian Wells, in California, l’avversario più forte che avesse mai sconfitto era Mari, sua sorella maggiore.
Ōsaka era un mistero. Per alcuni era una goffa novellina, poco abituata a stare sotto i riflettori. Altri la vedevano come una donna immatura che aveva bisogno di protezione. A parte il fatto che era nata da padre haitiano e da madre giapponese, di lei si sapeva poco. Poi, a settembre del 2018, Ōsaka ha sconfitto il suo idolo Serena Williams nella finale dello Us Open (uno dei quattro tornei del grande slam, i più importanti del circuito professionistico) in una partita che resterà negli annali della storia del tennis. Quattro mesi dopo ha ottenuto il suo secondo titolo dello slam vincendo gli Australian Open di Melbourne. Era nata una stella, per quanto riluttante a mostrare il suo vero volto.
Oggi Naomi Ōsaka è la numero uno del mondo, ma per molti versi è ancora un mistero. Le origini dei suoi genitori hanno attirato rapidamente l’attenzione. Ōsaka non è più solo haitiana e giapponese. È haitiana, giapponese e famosa. È un simbolo di trasformazione in uno sport ancorato a una storia dominata dai bianchi. Dopo che è finita sotto i riflettori, tifosi e giornalisti hanno cominciato a raccontare su di lei storie diverse e a volte contraddittorie, nel tentativo di decifrarla. Le celebrità vogliono incontrarla. Le aziende bussano alla sua porta con ricchi contratti di sponsorizzazione. E in questi mesi la curiosità che ha alimentato domande come “chi è la ragazza in grado di battere Serena?” non ha smesso di crescere.
La risposta breve è questa: Naomi Ōsaka è un fenomeno tennistico dei post-millennial (i nati dopo il 1995), appassionati del videogioco Overwatch, dei pokemon, di Harry Potter, di Beyoncé e del film Crazy rich asians. A parte questo è, forse volutamente, impenetrabile.
Un modo di vincere
A dicembre del 2018, appena prima di partire per l’Australia, Ōsaka ha visitato il Wizarding World of Harry Potter, agli Universal Studios di Orlando, in Florida. Ha documentato la sua giornata su Instagram, concedendosi un po’d’introspezione. “Ho passato l’intera giornata a cercare di capire se sarei finita nella casa di Grifondoro o in quella di Serpeverde”, ha scritto.
È stato uno dei post più rivelatori di Ōsaka, almeno per gli appassionati di Harry Potter. Per gli altri serve una breve spiegazione: da Serpeverde viene lord Voldemort, l’antagonista della saga, psicopatico e assetato di potere. Grifondoro, invece, è la casa di Harry, l’eroe della saga. Sembra una decisione facile, giusto? In realtà no. Tutti tendono a dimenticare che dalla casa di Serpeverde viene anche Severus Piton, l’imperscrutabile agente doppiogiochista rivelatosi fondamentale nel determinare la caduta di Voldemort. Quindi con il suo post Ōsaka stava lanciando un messaggio sulle virtù dell’essere imperscrutabili? La cosa è, fatto ironico, poco chiara.
Mentre parla la sua maschera cade. Le lacrime cominciano a segnarle il viso
Un mese dopo, appena uscita vincitrice dall’Australian Open, Ōsaka mi spiega di non sapere come definirsi. Indossa un vestito corto e attillato della stilista afroamericana Carly Cushnie. Quando le chiedo se ha incontrato Cushnie o se si è procurata il vestito tramite uno stilista, Ōsaka mi guarda perplessa. Mi dice che l’ha comprato online. Non le era ancora venuto in mente che stilisti e creatori di moda presto faranno la fila per farla fotografare con indosso le loro creazioni, o che quando sei famosa le persone semplicemente ti regalano cose.
Quando chiedo a Ōsaka se è interessata a partecipare alla settimana della moda di New York risponde di sì, ma solo se non interferirà con i suoi allenamenti. Le piacerebbe finire sulla copertina di Vogue? “Sarebbe davvero incredibile, ma allo stesso tempo sento che dovrei lavorare per averlo, che dovrei guadagnarmelo”, risponde. Dice che non bastano due tornei dello slam per finire su Vogue, dovrebbe vincerne quattro. “Credo che Serena ne abbia vinti tredici o quattordici prima di avere una copertina”. La sua responsabile della comunicazione interviene: “Facciamo un servizio con Vogue la prossima settimana”.
Poco dopo Ōsaka mi dice: “Non credo che le persone dovrebbero sapere quel che penso. Vi sto tenendo a distanza dai miei pensieri”.
In Australia l’enigma vivente che è Naomi Ōsaka ha dovuto fare i conti con un altro enigma. E il modo in cui lo ha risolto è stata una delle rivelazioni del torneo. Hsieh Su-wei è una giocatrice taiwanese che si affida ai colpi tagliati e alle palle corte invece che alla forza bruta. Il suo gioco apparentemente arbitrario rende difficile per le avversarie trovare il proprio ritmo e rischia di farle impazzire. Nel terzo turno del torneo Ōsaka se l’è trovata di fronte, per la prima volta.
Hsieh ha vinto il primo set 7-5, infastidendo Ōsaka e impedendole di entrare in partita. Nell’ultimo punto Ōsaka ha fatto una spaccata per rispondere a un colpo. Ha colpito la pallina troppo forte e la sua risposta è finita fuori. Poi ha lanciato la racchetta per terra.
L’inizio del secondo set è stato anche peggiore. In vantaggio per due giochi a zero e 40-0, Hsieh ha fatto una palla corta che si è spenta appena oltre la rete. Ōsaka non si è nemmeno mossa. La taiwanese è andata sul punteggio di 7-5 e 3-0. Per Ōsaka l’eliminazione sembrava vicina.
Ma lentamente e metodicamente la tennista giapponese è rientrata in partita. Ha vinto il secondo set per 6-4 e il terzo per 6-1. Non ha solo sfruttato il calo di Hsieh, ma è anche diventata più aggressiva, costringendo l’avversaria a modificare il suo stile e non il contrario. In poche parole, Ōsaka si era riprogrammata. Aveva trovato un modo per vincere.
È stata, in un certo senso, una svolta. La strada per la conquista del titolo alla fine è passata per una serie di combattute partite da tre set, giocate fino all’ultimo respiro, compresa una drammatica finale contro l’attuale numero tre del mondo Petra Kvitova.
“È stato come un giro sulle montagne russe. Ogni partita è stata così”, racconta Abdul Sillah, il preparatore atletico di Ōsaka, il giorno dopo la vittoria a Melbourne. “È positivo, perché più della partita in sé, al di là di quella vittoria, stavo cercando di capire se avevo tra le mani una campionessa o una vincitrice. I vincitori sono quelli che trionfano una volta. I campioni sono persone come Serena o Lebron James: vincono con continuità”.
La realtà è che, dopo aver vinto gli Us Open a settembre, Ōsaka ha dato segno di una rapida crescita psicologica. Basta osservarla per capirlo: di fronte alla folla non dà più l’impressione di voler scomparire, ma sta in piedi senza timore. Si vede anche da come risponde alle domande. “Sa di essere divertente”, dice Stuart Duguid, il suo agente. Ogni volta che un giornalista le chiede perché porta il cognome della madre e non quello del padre, risponde impassibile: “Chiunque nasca a Ōsaka si chiama Ōsaka”.
Pochi giorni dopo la vittoria in Australia, ci troviamo a parlare in una stanza beige della Evert Tennis Academy, nel sud della Florida, dove Ōsaka si allena. Il sole penetra dalle porte scorrevoli che danno su una serie di campi da tennis circondati da palme. La madre della tennista, Tamaki, siede in silenzio in una poltrona di pelle nera.
A un certo punto decido di affrontare i due argomenti più delicati: quello che è successo durante la finale degli Us Open del 2018, quando Serena Williams ha avuto con l’arbitro uno scontro acceso che ha monopolizzato l’attenzione degli spettatori e dei giornalisti; e la famosa vignetta dell’Herald Sun di Melbourne uscita pochi giorni dopo, che ritraeva Williams come una bambina capricciosa e muscolosa, con le labbra enormi e una chioma folta di capelli dritti, e Ōsaka come un’educata ragazza magra e bionda. La responsabile della comunicazione cerca subito di cambiare argomento, ma Ōsaka non si lascia scoraggiare. Le sue parole, anzi, si fanno più lente e precise: “Se devo dire la verità, so che ci sono molte persone che non amano Serena. Mi sembra che stiano solo cercando qualcuno da metterle contro, e mi sembra abbiano trovato me. Naturalmente non mi piace. Voglio che le persone siano dalla mia parte per i giusti motivi”.
Si lascia scappare un leggero sospiro.
◆ 1997 Nasce a Ōsaka, in Giappone, da padre haitiano e madre giapponese. A tre anni comincia a giocare a tennis.
◆ 2018 A marzo vince il suo primo torneo professionistico a Indian Wells, in California. A settembre, agli Us Open di New York, vince il suo primo torneo del grande slam.
◆2019 A gennaio vince gli Australian Open di Melbourne e diventa numero uno del mondo.
“A essere sincera, mi sembra che sia successo spesso, anche dopo gli Us Open”. Mentre parla la sua maschera cade. Le lacrime cominciano a segnarle il viso. Qualcuno le porge un fazzoletto. Lei lo usa per asciugare le guance. Ma continua comunque a guardarmi negli occhi e a parlare. Dice che da piccola sognava di battere Serena, un giorno, ma non aveva mai immaginato l’incubo che questo avrebbe comportato. “Amo Serena”, dice Ōsaka. “Adoravo guardare le sue partite e ora non sarei qui se non fosse per lei. È un dato di fatto. Ha aperto così tante porte nel mondo del tennis, soprattutto per le persone nere”.
Troppo bianca
Ōsaka sa bene che sta percorrendo una strada aperta da Serena Williams, e questo costituisce un vantaggio e un peso allo stesso tempo. Non è fatta di pietra. Non ignora la storia. Com’è successo a Serena negli ultimi vent’anni, Ōsaka vive costantemente la condizione di essere l’unica donna nera nella stanza. “Il tennis non è uno sport per persone nere”, dice candidamente Sillah. Il razzismo le lega l’una all’altra. E sono così simili da rendere inevitabili i paragoni: tenniste dal servizio implacabile che associano la potenza a un’intelligenza tennistica sottovalutata. Per alcuni l’ascesa di Ōsaka segna l’inizio della fine dell’era Williams, un evento atteso da tempo. Per i tifosi più ipocriti il fascino di Ōsaka deriva in parte dal fatto che è nera ma non in modo troppo evidente. Non indossa perline all’estremità delle treccine, che suonano ogni volta che colpisce la palla. Non scrive post su Facebook raccontando la sua paura ogni volta che un suo familiare viene fermato dalla polizia. Non festeggia le sue vittorie con passi di crip walk (il ballo nato a Compton, il quartiere povero di Los Angeles dove è cresciuta Williams) e suo padre non va in giro a raccontare i ricordi dei linciaggi e della segregazione razziale.
Se Serena è lo spauracchio nero che ricorda costantemente a tutti cosa significa essere neri negli Stati Uniti, Ōsaka è stata etichettata, contro la sua volontà, come l’angelo che ci libererà da cose così sgradevoli.
Ma non bisogna farsi ingannare. Anche Ōsaka si considera una portatrice di cambiamento. La cosa è particolarmente vera in Giappone, un paese dove la popolazione è composta per il 98,5 per cento da persone di etnia giapponese, quindi profondamente omogeneo. Il suo legame con quel paese è complicato, in parte a causa del suo status di hafu, il termine giapponese che indica una persona con un genitore giapponese e uno straniero.
“Non c’è mai stato un tennista giapponese come me”, dice Ōsaka. “Per me una delle cose più importanti è che le persone capiscano che non devi avere un aspetto da giapponese, e neanche parlare giapponese, per essere giapponese. Io ho sangue giapponese nelle vene. Non lo so, in che modo le persone definiscono la nazionalità di qualcuno? È qualcosa a cui vorrei le persone pensassero”.
Ōsaka ammira altri famosi hafu come Apolo Anton Ohno, Jhené Aiko e Kimora Lee Simmons. Riceve milioni di dollari dagli sponsor giapponesi. Ma a gennaio ha vissuto il suo primo incidente di pubbliche relazioni, quando la Nissin, un’azienda che produce ramen, ha realizzato un anime per una pubblicità in cui la pelle e i capelli di Ōsaka apparivano più chiari di come sono nella realtà. Gli occidentali hanno accusato l’azienda di whitewashing (cioè di usare un personaggio bianco per interpretare il ruolo di un nero). Nissin si è scusata è ha ritirato la pubblicità.
Ancora invisibile
Tuttavia, anche se vive e si allena nella Florida del sud, il tentativo di dipingere la scalata mondiale di Ōsaka come un’impresa giapponese ha pagato. I suoi successi senza precedenti – come il fatto di essere la prima tennista asiatica a diventare numero uno al mondo – vengono sempre visti alla luce della sua giapponesità. In realtà Ōsaka sarebbe anche la prima donna haitiana a diventare numero uno al mondo, ma non gareggia come atleta di quel paese. In ogni caso ai giornalisti chiede sempre che siano riconosciute entrambe le nazionalità. “Sono metà di entrambe”.
“La cosa più buffa è che, dopo che vinco qualcosa, le persone cominciano a parlare della mia nazionalità o del colore della mia pelle come se fossero le cose più importanti di me. Immagino sia vero, visto che sono gli aspetti che si notano in modo più evidente all’inizio”, dice Ōsaka. “E poi cominciano a dire che sono statunitense perché vivo negli Stati Uniti o che sono haitiana perché mio padre è di Haiti, o giapponese perché mia madre lo è. Preferirei che si concentrassero su come gioco a tennis”.
Un giorno, dopo essersi fatta fotografare con la coppa dell’Australian open, Ōsaka è all’aeroporto di Melbourne con Sascha Bajin, il suo allenatore, e suo padre, Leonard François. Bajin imbarca uno dopo l’altro i borsoni con le attrezzature da tennis. Ōsaka indossa un coprispalle grigio, dei pantaloni da yoga e il paio di occhiali in stile aviatore che usa spesso quando non ha le lenti a contatto. Dal cappellino da baseball spuntano i suoi riccioli tinti di biondo. Gli altri viaggiatori non si accorgono che la più forte tennista del mondo è a pochi metri da loro. Questo viaggio verso casa sarà forse uno degli ultimi momenti d’invisibilità per Ōsaka.
Ma quanto di sé condividerà con il resto del mondo? Tocca a lei deciderlo, e può darsi che non sarà mai molto. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1306 di Internazionale, a pagina 74. Compra questo numero | Abbonati