In una piacevole giornata di primavera, a Cambridge, nel Regno Unito, una studente di 28 anni mi aspetta a un incrocio per raccontarmi una storia così spaventosa da sembrare inverosimile. Ma a dimostrare che è vera ci sono documenti e testimonianze. È la storia di suo padre e si snoda tra Inghilterra, Svezia, Thailandia, Cina, Hong Kong, Germania e altri paesi nel mondo. Parla di un editore, un uomo sensibile che scrive poesie. Il suo nome è Gui Minhai. Ha 58 anni ed è nato in Cina, ma per trent’anni ha vissuto in Svezia, paese di cui è cittadino e di cui ha, ovviamente, il passaporto.

L’ultima volta che la figlia l’ha visto era il dicembre 2014, prima che fosse rapito da agenti segreti, portato in Cina e probabilmente torturato. Quando le chiediamo se crede che sia ancora vivo, ci guarda a lungo in silenzio, poi deglutisce e dice: “Penso di sì. Ma non lo so con certezza”. Sono anni che Gui Minhai non dà segni di vita. Da quel che si sa dei detenuti stranieri nelle carceri cinesi, è l’unico cittadino europeo in carcere nella Repubblica popolare per motivi politici. Ha pubblicato, tra gli altri, libri di gossip che mettono in ridicolo la vita privata dei leader cinesi. E il potere politico l’ha presa come una provocazione.

Gui Minhai negli anni ottanta (Dr)

Ricostruendo il caso si nota la mancanza di scrupoli con cui la Cina esercita il diritto del più forte e, al tempo stesso, la debolezza di una leadership democratica. Il governo svedese ha scelto di non fare niente, lasciandosi imbrigliare da una prudenza eccessiva. Il caso di Gui Minhai è anche una lezione sulla falsa deferenza della politica e sull’impotenza di persone che si considerano rispettabili. Gui Minhai non è un eroe senza macchia, ma i suoi eventuali errori non rendono meno grave l’ingiustizia che gli è capitata. Semmai ne fanno un antieroe con cui non è facile identificarsi. Anche per questo il suo è un caso particolare. Quanta solidarietà merita una vittima di violenza dal passato discutibile?

Angela Gui, che a Cambridge sta preparando la tesi di dottorato in storia della medicina, cammina nel parco con il suo cane Peggy, un bulldog francese. Poi si siede su una panchina e comincia a raccontare. Poco dopo si alza, cerca un posto a sedere nel giardino d’inverno del ristorante e continua a raccontare. Passate tre ore, la storia è tutt’altro che finita. Se non fosse successo davvero, sembrerebbe un thriller da prima serata.

La scomparsa

Gui Minhai è scomparso il 17 ottobre 2015. Emigrato in Svezia da giovane, aveva tentato di costruirsi una carriera di scrittore e uomo d’affari in diversi paesi, per poi gestire una casa editrice di successo con annessa libreria a Hong Kong. Quel 17 ottobre Gui non è in città, perché sta ristrutturando il suo appartamento e per evitare il rumore dei lavori se n’è andato a Pattaya, in Thailandia, dove ha una lussuosa casa vacanze al 17° piano di un grattacielo con vista mozzafiato sul golfo, come mostrano video e fotografie. Finestra panoramica, balconi, pavimenti in marmo. Sono tanti gli svedesi che hanno comprato appartamenti in questa città con l’idea di venire a viverci in pianta stabile in futuro. La Thailandia è il paradiso dei pensionati europei.

L’appartamento è in un complesso residenziale sorvegliato, con campi da tennis e piscine: l’editore ha raggiunto un certo benessere economico. Mentre è lì, ha intenzione di lavorare su dei manoscritti. Ogni anno pubblica fino a cinquanta libri, molti sui leader del Partito comunista cinese. Quando si sentono su Skype, lui e la figlia parlano della ristrutturazione dell’appartamento di Hong Kong, di come tinteggiare la cucina e del progetto di passare il Natale insieme. Angela è figlia unica e i due sono molto legati. La seconda moglie dell’editore, cinese anche lei, vive alla periferia di Düsseldorf, in Germania, dove la coppia ha una casa. Gui Minhai viaggia spesso, a volte tra Hong Kong e la Germania, e vede la moglie di rado.

Quello che è successo alle 13.15 di quel giorno d’autunno del 2015 è stato ripreso dalle telecamere di sicurezza. Gli amici di Gui hanno analizzato il video. L’editore sta rientrando a casa con la sua auto, una Honda, dopo aver fatto la spesa, quando un uomo in camicia a righe lo ferma davanti al garage sotterraneo. Gui scende dall’auto e chiede a un addetto alla sicurezza di portargli su le verdure che ha comprato, gli passa i sacchetti della spesa, si rimette al volante e fa inversione di marcia. Poi lo sconosciuto sale sul sedile del passeggero e i due si allontanano insieme. Diverse ore dopo Gui chiama il complesso residenziale chiedendo a una dipendente di chiudere le finestre del suo appartamento e di mettere la frutta in frigorifero. 

Gui telefona alla moglie in Germania per dirle di non preoccuparsi: deve partire per lavoro, è tutto a posto. Ce lo racconta Bei Ling, uno scrittore dissidente amico di Gui oggi in esilio a Taiwan. Appena intuisce che a Gui potrebbe essere successo qualcosa, Bei Ling comunica subito i suoi sospetti alla moglie dell’editore, che però risponde: “Mi ha telefonato. È al sicuro”. Ma il marito le ha chiesto di non raccontare nulla agli estranei, cosa che non appare molto rassicurante. 

A pochi giorni dalla sparizione di Gui, quattro uomini, due dei quali parlano cinese, riescono con un trucco a entrare nella sua casa vacanze in Thailandia. L’editore scomparso chiama l’amministratrice del complesso residenziale annunciandole l’arrivo dei quattro, che definisce suoi amici. Gli “amici” accedono al suo computer, probabilmente copiando dei file. 

Dalle tessere del puzzle di questo misterioso rapimento, messe insieme dai colleghi scrittori di Gui, risulta che i rapitori lo portano a Poipet, caotica città conosciuta per i suoi casinò e zona franca al confine con la Cambogia. Come sia arrivato da lì in Cina non si sa: del viaggio non ci sono tracce ufficiali né visti né altro. L’unica cosa certa è che il 13 novembre 2015 Gui è in Cina. Quel giorno, finalmente, la figlia riceve un messaggio su Skype. Di solito il padre le scrive in svedese, perché Angela è cresciuta a Göteborg. Questa volta invece usa l’inglese, l’altra lingua comune, e questo fa pensare che siano presenti dei poliziotti che vogliono capire ogni parola di quello che scrive. Gui scrive che sta bene: “Don’t worry”, non ti preoccupare. In un secondo momento chiama la figlia e, sempre in inglese, le dice: “Sono papà. Non potrò venire a trovarti per un po’. Non ne parlare con nessuno”.

Alla fine del 2015, Peter Dahlin, uno svedese che vive a Pechino e che ha fondato China action, una piccola associazione per la difesa dei diritti umani, tenta in tutti i modi di ricostruire la vicenda del rapimento di Gui basandosi sulla documentazione disponibile e di rendere noto lo scandalo. Dahlin è aggredito in casa da agenti cinesi e finisce in carcere: passa 23 giorni in un luogo oscuro e segreto. In prigione due secondini non lo perdono mai di vista, lo torturano privandolo del sonno e interrogandolo di continuo, a volte usando anche una macchina della verità: da allora Dahlin può ben immaginare cosa sia successo all’editore. Oggi il fondatore di China action vive in Portogallo, ma di notte, se sente strani rumori in camera, ancora si sveglia di soprassalto. Per anni ha dormito con un coltello sul comodino. “Ci sono immagini che non riesco a dimenticare”, racconta. In quello stesso periodo in Cina sono stati arrestati vari librai di Hong Kong, poi via via rimessi in libertà. Tutti tranne uno: lo svedese Gui Minhai. Evidentemente le autorità cinesi lo ritenevano la mente di una banda di dissidenti.

Prudenza eccessiva

Gli scagnozzi del regime di Pechino arrestano un cittadino europeo in Thailandia, fuori dal loro paese, e lo rinchiudono in un carcere cinese, caso unico in 73 anni di storia della Repubblica popolare. È un’operazione spaventosa. Se una cosa simile può succedere a un editore svedese in una popolare località turistica tailandese, chi sarà il prossimo? Un italiano critico nei confronti della Cina, il direttore di un teatro tedesco politicamente scomodo? Chi potrà dirsi al sicuro da un crimine simile?

Ci si aspetterebbe che il governo svedese si sia impegnato con ogni mezzo per fare di questo scandalo la prima delle sue preoccupazioni, invece sta succedendo il contrario. La prudenza degli svedesi è proporzionale alla brutalità dei cinesi. Nelle primissime settimane il ministero degli esteri svedese non ha neanche accennato al caso di Gui Minhai. La figlia Angela ha chiamato l’ambasciata svedese a Londra senza riuscire a parlare con nessuno. Ci racconta di aver detto: “Mio padre è scomparso in circostanze misteriose”. La risposta del dipendente dell’ambasciata all’altro capo del telefono è stata: “Perché chiama noi?”. Quando un amico di Gui informa dettagliatamente del rapimento l’ufficio affari consolari del ministero degli esteri svedese, riceve una lapidaria email di risposta: “Grazie dell’informazione”.

A Pechino i rappresentanti diplomatici di altri paesi europei guardano con stupore all’estrema reticenza degli svedesi, quasi un tradimento nei confronti del detenuto. Alcuni membri del personale dell’ambasciata tedesca offrono ai diplomatici svedesi a Pechino la loro collaborazione nella battaglia per la liberazione di Gui. Perfino l’ambasciatore tedesco dà la sua disponibilità. Ma i funzionari svedesi a Pechino hanno le mani legate: Stoccolma non vuole che s’intromettano. “Evitare a tutti costi un’escalation”. Secondo un diplomatico questa frase a Pechino si sente ripetere spesso. Il governo di Stoccolma crede ancora che sia meglio non indispettire la Cina mostrandosi troppo determinati, meglio avere pazienza.

Nel gennaio 2016, alla tv di stato cinese, Gui Minhai fa la sua prima apparizione pubblica dopo il rapimento. Come spesso capita in Cina, gli viene estorta una confessione. Lottando per trattenere le lacrime, Gui Minhai dichiara di essere andato in Cina di sua volontà per confessare un reato commesso tredici anni prima: un incidente automobilistico in cui è morta una ragazza. Un incidente stradale mortale, sarà vero? Anche questa è una circostanza poco chiara. I cinesi non presentano alcuna prova, si limitano alle accuse, piuttosto vaghe. È chiaro che hanno bisogno di un pretesto.

Mentre in Cina vengono diffuse le immagini di questo teatrino, il governo svedese rimane a guardare inerte e invece di denunciare il rapimento lascia che i cinesi facciano il loro gioco. Stoccolma potrebbe minacciare di espellere dei diplomatici cinesi oppure limitare l’esportazione di tecnologia verso la Cina. Ma non fa nulla. Anche il silenzio può essere un gesto politico.

Nel caso di Peter Dahlin, l’attivista arrestato in Cina per aver tentato di ricostruire il caso Gui, le cose vanno in tutt’altro modo: il governo svedese informa l’opinione pubblica ed esercita pressioni politiche, e dopo tre settimane Dahlin esce di prigione. Sulla vicenda di Gui, invece, la ministra degli esteri Margot Wallström si limita a una dichiarazione piuttosto scarna, dicendosi “molto preoccupata” e aggiungendo che “gli sforzi per chiarire la sua posizione e ottenere la possibilità di fargli visita continuano senza sosta”. Ancora oggi che non è più ministra, Wall­ström rifiuta di pronunciarsi sul caso di Gui, che l’ha accompagnata durante tutto il suo mandato.

Nelle dichiarazioni annuali sulla politica estera svedese, nemmeno la ministra che ha preso il suo posto ha mai citato la vicenda dell’editore. Le due politiche sono entrambe del Partito socialdemocratico e se c’è un partito che si vanta di tenere alta la bandiera dei diritti umani è proprio il loro, che governa un paese socialdemocratico fin nel suo angolo più remoto. Il ministero degli esteri svedese non ci concede un’intervista in presenza sul caso Gui Minhai e neanche un colloquio confidenziale che comunque non potremmo citare. Bisogna inviare le domande per email. Perché rifiutare un colloquio? Il ministero non risponde.

Lam Wing-kee, libraio, a una manifestazione per Gui Minhai, Hong Kong, 2016 (Kin Cheung, Ap/Lapresse)

Nei salotti di Stoccolma

Ma qualche retroscena riusciamo a scoprirlo a Stoccolma, nei salotti di quelli che la carriera diplomatica ce l’hanno ormai alle spalle e conoscono bene il caso dell’editore rapito, anche se non vogliono vedere i loro nomi pubblicati sul giornale. Sono persone che incontriamo in stanze dai soffitti alti e dalle librerie strapiene con le scalette a pioli appoggiate. Si sentono risuonare i passi sul pavimento lucido, il fuoco che scoppietta nel camino, gli orologi a muro che ticchettano. Un diplomatico si riconosce dal suo inglese levigato, dalla prudenza di chi ne ha viste tante e dalla sua capacità di posizionare le sedie imbottite esattamente alla stessa distanza l’una dall’altra.

Mettendo insieme questi colloqui se ne ricava un quadro chiarissimo: a dettare le regole sono stati i cinesi e gli svedesi si sono piegati. Quando una dipendente dell’ambasciata svedese a Pechino va a trovare Gui in un carcere fuori città, le vengono concessi novanta secondi. Il detenuto pronuncia pochissime parole, tanto irrilevanti quanto forzate. Don’t bother, non preoccupatevi. Quasi che Gui abbia scelto un titolo ironico per la sua tragedia personale.

Non era mai successo che all’ambasciatore, il più alto rappresentante della Svezia a Pechino, fosse rifiutato un colloquio, ma nel caso di Gui succede anche questo. E il ministero degli esteri prende una decisione altrettanto insolita: l’ambasciata svedese di Pechino si deve tenere fuori da questa faccenda, a gestirla dev’essere esclusivamente Stoccolma, che sceglie come interlocutore l’ambasciata cinese in Svezia. Per anni non succede nulla. “Il governo svedese non ha voluto aprire gli occhi”, commenta oggi uno dei diplomatici coinvolti, “non ha voluto vedere il vero volto della Cina”.

A Stoccolma incontriamo l’editore svedese Martin Kaunitz, che ha pubblicato un libro con i testi di Gui Minhai. Secondo lui, “un elemento di questa tragedia è lo stretto legame che Gui sente nei confronti della Svezia e che il governo svedese non ricambia. Se avesse gli occhi azzurri, i capelli biondi e si chiamasse Lars Svensson sarebbe tornato da un pezzo. Se somigliasse alla maggior parte degli svedesi avrebbe un programma tv tutto suo e avrebbe venduto a caro prezzo i diritti sui suoi libri. Per uno così il governo si sarebbe dato molto più da fare. E invece non vedo nessuno che s’impegni”. Siamo forse di fronte a una diplomazia razzista che si esprime nell’indifferenza politica verso una persona dall’aspetto meno svedese della maggioranza della popolazione? Ci sono forse persone rapite di serie A e di serie B?

Gui Minhai cresce a Ningbo, in Cina, e fin da bambino è costretto a usare occhiali dalle lenti spesse e molto costose: per non rischiare di romperli esce pochissimo. A casa legge e scrive molto, è un ragazzo paffuto che muove solo il cervello. Per tutta la vita non gli piace farsi fotografare, perché si vede sempre troppo grasso.

Negli anni ottanta studia storia a Pechino, dove entra in contatto con un gruppo di giovani che si definiscono poeti underground, come racconta Liao Yiwu, scrittore che oggi vive a Berlino e che recentemente ha pubblicato il romanzo-inchiesta Wuhan sull’inizio della pandemia di covid-19. Di Gui dice che “era sempre contro qualsiasi cosa. Ma all’epoca quasi tutti lo eravamo”. Tra i giovani scrittori il rifiuto della cultura cinese era normale: si scrivevano lunghe poesie per prendere le distanze dalla Repubblica popolare. “Capitava che la polizia si presentasse a casa di uno di noi, ma alla fine non succedeva mai nulla”.

Gui viaggia molto, bussa alle porte degli altri studenti, si fa ospitare e con loro scrive testi contro la leadership cinese. A un certo punto scrive una poesia che intitola Anelito di Grecia,in cui immagina di fare un viaggio nel paese europeo. Nel 1988, quindi prima del massacro di piazza Tiananmen, lascia Pechino per l’università di Göteborg. Vuole seguire un interessante corso di studi di cui ha sentito parlare in Cina: sale sulla transiberiana diretto a Mosca, da lì prende il treno per Helsinki e poi un traghetto per Stoccolma. Ce lo racconta Thommy Svensson, professore emerito, nella sua casa vicino a Göteborg, in Svezia. È un esperto di storia dell’Asia ed è stato il relatore di Gui per la sua tesi di laurea: “Il feudalesimo nella storiografia marxista della Cina”, 67 pagine in inglese.

Gui è una persona particolarmente ambiziosa. Parla inglese meglio degli altri cinesi del suo corso, s’interessa ai princìpi delle società occidentali, alla loro ricetta per il successo. Vive in uno studentato di Göteborg e, cucinando per loro, riesce a conoscere molti docenti svedesi. Spesso, di buon mattino, il suo professore va con lui al mercato del pesce a fare la spesa per la cena. Poi Gui si dà da fare per ore in cucina: prepara da mangiare e lo serve agli ospiti. “Non aveva bisogno di consultare ricette, aveva imparato tutto guardando la madre”, racconta il professore. “Erano cene formidabili”.

Nel 1992, quando riesce a ottenere la cittadinanza svedese, Gui è molto orgoglioso: sente di essere definitivamente approdato in occidente. Dalla Cina fa arrivare a Göteborg la fidanzata e i due si sposano. Nel 1994 nasce Angela. Gui diventa tutor, è un esempio per gli altri studenti e per la tesi di dottorato va a fare ricerca in Cina: s’immerge negli archivi nel tentativo di arrivare a descrivere per la prima volta il punto di vista cinese sulle compagnie europee delle Indie orientali nel settecento. Ma il progetto fallisce: Gui non porterà mai a termine la sua ricerca.

Le cose andate storte nella sua vita sono più d’una: nel 1998, quando Angela ha quattro anni, il suo matrimonio finisce e Gui abbandona la famiglia, divorzia e lascia anche la Svezia. In un certo senso è in fuga da se stesso. All’università di Göteborg è stato coinvolto in uno scandalo: lo accusano di aver estorto denaro agli studenti. Successivamente sarà scagionato da una commissione chiamata a valutare la vicenda, ma inizialmente è ritenuto una delle menti dell’operazione.

Così se ne va in Cina, dove fonda un’azienda di depurazione dell’aria. Solo che i tempi non sono ancora maturi per idee del genere. È un altro progetto fallito. Ormai Gui sembra perso, fa avanti e indietro, indeciso, tra oriente e occidente.

Gui diventa il leader indiscusso del mercato, il re del gossip

Nel 2004 arriva a Berlino e va ad abitare in un vecchio palazzo nel quartiere di Wedding con la seconda moglie, cinese anche lei, che si fa chiamare Jennifer. Durante le vacanze Angela va a trovarlo e lui le insegna parole tedesche: scheiße, krank, kaputt “merda, malato, rotto”. Gli fa visita a Berlino anche Maiping Chen, scrittore cinese in esilio e amico di vecchia data. Maiping Chen non riesce a capire di cosa viva esattamente Gui. Vende libri? Gui gli racconta con orgoglio di avere delle partecipazioni in un’azienda che si occupa con successo della commercializzazione di piccole capsule per medicinali. Gui ha sempre avuto uno spiccato senso per gli affari: già a Göteborg vendeva libri scolastici cinesi a sinologi.

A Berlino cerca di reclutare scrittori per fondare una casa editrice a Hong Kong, dov’è possibile diffondere testi che nella Cina continentale sono vietati. Potrebbe aprirla in Svezia o in Germania, ma è a caccia di affari redditizi. Anche al suo amico Chen chiede di scrivere per lui. “Gli ho detto di no”, spiega Chen. “Gui, fiutando un grande mercato, voleva libri scandalistici firmati con uno pseudonimo. Voleva arricchirsi, comprarsi una grande casa in Germania, far studiare Angela in una prestigiosa università del Regno Unito. Parlava spesso di lei: voleva che arrivasse dove pochi svedesi riescono”.

Gui si trasferisce a Düsseldorf con la moglie e nella nuova casa trovano posto tutti i modellini di navi che Gui costruisce nel tempo libero. È anche appassionato di teiere antiche, di cui possiede una collezione considerevole. Agli amici mostra orgoglioso lo studio in cui trascorre notti intere. Scrive un testo sulla Foresta Nera, un luogo che gli sta particolarmente a cuore. Eppure non riesce a sentirsi a casa neanche in Germania.

Nel 2012 a Hong Kong fonda la Mighty Current, casa editrice specializzata nella vita privata dei leader comunisti cinesi. Chi ha sedotto chi, chi nasconde il suo patrimonio e dove? A Hong Kong questi collage di storie vere e inventate, trovate su internet, messe frettolosamente insieme e pubblicate sotto pseudonimo, di solito vendono benissimo. Anche Gui si cimenta nella scrittura di libri simili sotto lo pseudonimo di Ah Hai. Di editori che pubblicano libri simili ce ne sono moltissimi, ma in poco tempo Gui diventa il leader indiscusso del mercato, il re del gossip. I visitatori che arrivano a Hong Kong dal continente trovano i suoi libri a ogni angolo di strada, dai venditori ambulanti alle fermate dell’autobus.

Sembra che le forze dell’ordine cinesi siano venute a sapere di uno dei progetti di Gui: la storia delle amanti del presidente Xi Jinping. La sua vita amorosa sarà al centro di un libro che però non uscirà mai perché, prima che abbia il tempo di pubblicarlo, Gui viene rapito.

Uno stand della Mighty Current, la casa editrice di Gui Minhai, Hong Kong, 2016 (Anthony Wallace, Afp/Getty Images)

Qualche anno dopo, effettivamente, esce un libro in cinese pubblicato con uno pseudonimo. Facciamo tradurre i capitoli su Xi Jinping e scopriamo di quella volta imbarazzante in cui il presidente ha confessato ai genitori le sue relazioni extraconiugali e di quell’altra in cui prima di un rapporto sessuale gli hanno chiesto: “L’hai presa oggi la tua medicina?”. E poi c’è stata la volta in cui ha scaraventato con passione l’amante sul letto matrimoniale. Per quanto pruriginose possano risultare, sono tutte vicende piuttosto innocue. Storielle sporche ma piuttosto banali, non certo pornografiche, troppo piccoloborghesi per costituire una minaccia, troppo poco politiche. Eppure, raccontarle ha qualcosa di ribelle, sono pur sempre un tentativo di mettere a nudo il potere, di toccare l’intoccabile.

Interessi economici

Quando il padre sparisce, Angela fa di tutto per rendere pubblico lo scandalo. La sua è tutt’altro che una diplomazia silenziosa. Parla al parlamento britannico, al congresso statunitense, al consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Rilascia interviste, informa editori, scrittori e artisti. E incontra politici come il tedesco Reinhard Bütikofer, esperto di Cina e deputato dei Verdi al parlamento europeo, che con altri parlamentari presenta risoluzioni sul caso dell’editore rapito. “I cinesi devono sapere che il caso non è chiuso”, dice Bütikofer.

Ma le sue iniziative non sono apprezzate dai diplomatici svedesi. Al contrario, la Svezia continua a tacere e Bütikofer deve stare attento a non pestarle inavvertitamente i piedi: se esagerasse con l’impegno, gli svedesi potrebbero prenderla come un’ingerenza inaccettabile. Sono molto suscettibili.

Stoccolma ha rapporti economici di vario tipo con la Cina: nel 2010 il gruppo industriale cinese Geely ha comprato la Volvo, punta di diamante dell’economia svedese ormai in grave crisi. Dopo aver salvato la Volvo, ha comprato una partecipazione aziendale anche nella tedesca Daimler. Per la Ericsson, azienda di telefonia mobile svedese, la Cina è un mercato importante. Negli ultimi vent’anni il fatturato dei rapporti commerciali tra Cina e Svezia ha registrato una crescita continua. I Wallenberg, influente dinastia di industriali che controlla gran parte dell’economia svedese, sono in costante dialogo con figure di spicco della politica cinese.

Un esempio di quel che succede se la Cina si sente attaccata dagli svedesi risale al 2010, quando la Norvegia ha conferito il Nobel per la pace a Liu Xiaobo, scrittore e attivista per i diritti umani in prigione in Cina. Per tutta risposta Pechino ha interrotto i rapporti con Oslo: un’era glaciale durata sei anni. La Svezia può forse rischiare di subire lo stesso trattamento per colpa di Gui Minhai?

Poi, nel 2017, avviene un fatto sorprendente: Gui esce di prigione per passare a una sorta di arresti domiciliari vicino a Ningbo, la sua città d’origine. La moglie ottiene il permesso di raggiungerlo da Düsseldorf. La figlia Angela, però, che gli parla più volte su Skype, si accorge subito che le conversazioni sono sorvegliate. Il padre si esprime in maniera strana, sostiene di aver trovato dei “nuovi amici” con cui fa tante cose, spesso delle passeggiate. Sul monitor del computer mostra delle foto che lo ritraggono sorridente al parco. Angela si accorge anche che suo padre muove male la mano, come se i muscoli fossero bloccati, come se la mano fosse rimasta a lungo immobile, tenuta ferma a forza. E poi gli manca un canino. Che lo abbiano torturato?

Dopo tre mesi passati ai domiciliari, il 20 gennaio 2018 Gui è scortato in treno a Pechino da due diplomatiche del consolato svedese a Shanghai, per essere visitato da un medico svedese di sua fiducia. Ma a Pechino non arriva mai. Durante il viaggio alcuni poliziotti cinesi irrompono nello scompartimento e arrestano Gui, che torna in carcere ed è di nuovo costretto a comparire sui mezzi d’informazione cinesi, ammettendo di aver contrabbandato libri proibiti nella Repubblica popolare cinese. Prima il presunto incidente, poi i libri: il caso è sempre più intricato.

Gui chiede al governo svedese di non intromettersi, dice di sentirsi una pedina sulla scacchiera della diplomazia. La moglie torna in Germania e su quello che è avvenuto in Cina non si pronuncia. Cosa succederebbe se si decidesse a parlare?

Chi all’estero rivela come vanno le cose in Cina e ha familiari nella Repubblica popolare deve aspettarsi delle conseguenze. Un amico di Gui, lo scrittore Bei Ling, prova a rivolgersi a un alto funzionario del ministero degli esteri tedesco, ma gli rispondono che senza la collaborazione della moglie del detenuto non c’è nulla da fare. Anche Angela Gui subisce intimidazioni: nel 2016 va alla fiera del libro di Francoforte per parlare di quel che è capitato al padre e alla fine della corsa in taxi uno sconosciuto la fotografa. Quando scende dall’auto, alcuni uomini con le macchine fotografiche saltano su un furgone e si allontanano. Durante un soggiorno a Stoccolma, uno sconosciuto apre con le chiavi la porta del suo appartamento in affitto, grida “Sorry!” e scompare in fretta e furia.

Davanti all’ambasciata cinese di Stoccolma si tengono regolarmente manifestazioni per la liberazione di Gui Minhai. A volte ci sono venti persone, altre una cinquantina. Un parlamentare di sinistra propone la candidatura di Angela Gui al Nobel per la pace. Parte una raccolta firme tra gli intellettuali svedesi che è pubblicata anche sui giornali. Tra i firmatari c’è Fredrik Fällman, professore di cinese all’università di Göteborg. Insieme ad altri firmatari è invitato a pranzo da diplomatici cinesi, che gli spiegano che l’uomo per cui si stanno impegnando è in realtà un criminale.

Insieme al numero di protagonisti della cultura svedese impegnati per la liberazione di Gui, aumenta anche la rabbia dell’ambasciatore cinese a Stoccolma per le loro pretese democratiche. Gli effetti di questa rabbia li subisce anche Amanda Lind, dei Verdi, all’epoca del rapimento ministra svedese della cultura, unica persona del governo che osi impegnarsi pubblicamente a favore di Gui. Sale su un palco per consegnare simbolicamente allo scrittore rapito il premio Tucholsky, conferito dalla sezione svedese dell’associazione di scrittori Pen.

È stata istituita una commissione per valutare le azioni del governo

L’ambasciatore cinese lo definisce “un grave errore” e in un’intervista radiofonica paragona la Svezia a un peso piuma che osa sfidare un peso massimo, la Cina. Alle nostre domande sul caso, l’ambasciata cinese non reagisce in alcun modo.

Leggendo le email che l’ambasciatore manda ai giornalisti svedesi, ci si può fare un’idea dell’arroganza di Pechino. Il diplomatico cinese ce l’ha in particolar modo con il giornale Expressen, che si è occupato più volte del caso di Gui Minhai, e manda lunghi messaggi alla vicecaporedattrice Karin Olsson, accusando un suo collaboratore di “mentire” e lei di aver “perso la ragione”. Di altri giornalisti dice che sono “mentalmente disturbati”.

Uno strano colloquio

Nel gennaio 2019 a Stoccolma si svolge un colloquio pieno di conseguenze: l’ambasciatrice svedese a Pechino, Anna Lindstedt, chiede alla figlia dell’editore un incontro in un hotel in Svezia. Ma le due donne non sono sole: Lindstedt aspetta anche due uomini d’affari dalla Cina che sembrano in grado di far scarcerare l’editore. Nell’atrio dai pavimenti in marmo dell’hotel Sheraton, Angela Gui incontra i due in presenza dell’ambasciatrice. Ci sono anche altre persone, tra cui alcuni noti sinologi svedesi. Che razza di messa in scena è mai questa?

Quella stessa sera Angela ha in programma d’incontrare Kurdo Baksi, giornalista che si occupa di organizzare la protesta a Stoccolma contro la detenzione di Gui. I cinesi però insistono nel dire ad Angela che non deve assolutamente lasciare l’hotel, ma piuttosto far venire Baksi, che diventa così anche lui testimone dell’incontro.

“Mi è sembrato subito tutto molto sospetto”, dirà in seguito la ragazza. Uno dei due uomini d’affari si vanta di avere una proprietà a Marbella, in Spagna, e d’intrattenere ottimi rapporti con il Partito comunista cinese. L’altro va all’attacco nel ruolo di negoziatore con una preziosa merce di scambio da offrire: la libertà di Gui. Comincia lusingando Angela, dicendole che potrebbe fare molte cose, ottenere un lavoro ambito. A patto però che la smetta subito di agitare le acque, che tenga la bocca chiusa, che interrompa ogni contatto con i mezzi d’informazione. “Fidati di me”, le dice lo sconosciuto, “altrimenti tuo padre non lo rivedrai più”.

Angela è confusa. Si tratta di un incontro ufficiale? Prende da parte l’ambasciatrice e le chiede: “Cosa succede?”. La donna risponde: “È l’opzione migliore che abbiamo. La strategia del ministero degli esteri non sta facendo grandi passi avanti”. Angela però non vuole fare accordi, così gli sconosciuti la minacciano: sarà suo padre a subire le conseguenze di questa mancata collaborazione. Uno dei due imprenditori l’accusa di non capire niente della cultura cinese. “Sei una banana, Angela, gialla fuori, bianca dentro”.

Una manifestazione per la liberazione di Gui Minhai, Hong Kong, 2016 (Isaac Lawrence, Afp/Getty Images)

Alla fine la ragazza lascia l’hotel in lacrime e rende pubblico l’incontro. Il ministero degli esteri svedese dice di non esserne stato informato: si tratterebbe di un’iniziativa personale dell’ambasciatrice, all’insaputa dei superiori.

I fatti dello Sheraton sono un fallimento politico. Non potendosi aspettare alcun aiuto dal suo governo, l’ambasciatrice si è affidata a dubbi uomini d’affari per riuscire a liberare Gui. È finita in una situazione di emergenza diplomatica, in una terra di nessuno della politica estera. Agli occhi dell’ambasciatrice quei due cinesi possono più del suo governo. Questo la dice lunga sulla disperazione di una democrazia trincerata dietro la legge non scritta della prudenza, che avalla, senza volerlo, la superiorità di un regime autoritario.

A questo punto interviene la procura di Stoccolma. E la Säpo, l’agenzia dei servizi di sicurezza svedesi, stila un rapporto di ottocento pagine sui fatti dell’hotel. L’ambasciatrice Lindstedt deve presentarsi in tribunale a Stoccolma per rispondere di “colloqui segreti nell’ambito di trattative con una potenza straniera”. Un diplomatico sul banco degli imputati in Svezia non si vedeva dal 1794, quando un politico fu condannato per congiura. Ma Anna Lindstedt è assolta: il tribunale riconosce l’ampio margine di manovra di cui dispone l’ambasciatrice.

Nel febbraio 2020 il mondo è ostaggio del covid-19: non si parla d’altro. E la condanna di Gui Minhai a dieci anni di reclusione per aver fornito informazioni segrete all’estero si perde nel flusso continuo delle notizie. Ricapitolando: prima un presunto incidente, poi il contrabbando di libri e ora, all’improvviso, la rivelazione di informazioni segrete. Qualsiasi pretesto è buono, basta che Gui rimanga in prigione. Il governo svedese chiede una copia della sentenza ma non la ottiene. Le autorità cinesi dichiarano che Gui ha espresso la volontà di ridiventare cittadino cinese, rinunciando alla cittadinanza svedese. In realtà a Stoccolma non arriva nessuna richiesta, ma i cinesi insistono sul fatto che Gui non è più cittadino dell’Unione europea. Ora è affar loro.

Nel maggio 2020 la fondazione Palm, un’organizzazione senza scopo di lucro del Baden-Württemberg, in Germania, annuncia l’intenzione di conferire all’editore arrestato il premio per la libertà d’opinione e di stampa. La direttrice esecutiva della fondazione, Annette Krönert, riceve una telefonata da una donna del consolato cinese di Francoforte, che parla di “ingerenze in vicende interne cinesi”. Forse la fondazione vuole mettere a repentaglio i buoni rapporti del land Baden-Würt­temberg con la Cina?

“Ci è sembrata un’intimidazione”, commenta oggi Krönert. Nel frattempo la ministra degli esteri svedese si è espressa senza mezzi termini, chiedendo la liberazione di Gui. Ma il suo primo ministro, parlando all’assemblea generale dell’Onu nel settembre 2020, non ha accennato alla vicenda.

Da sapere
L’appello

◆ Il 17 giugno 2022, in occasione dell’ottantesimo mese dall’arresto di Gui Minhai, Reporters sans frontières, insieme alle associazioni svedesi dei giornalisti, degli editori e degli scrittori, ha lanciato un appello perché il governo di Stoccolma passi a una “diplomazia più decisa e più attiva” con la Cina per ottenere la liberazione dell’editore. I firmatari dell’appello chiedono anche che la ministra degli esteri svedese Ann Linde vada al più presto a far visita in carcere a Gui perché, si legge nel testo, “la Svezia non deve diventare uno stato che abbandona i suoi cittadini innocenti all’estero”. Rsf


Nel 2022 l’ambasciatore cinese a Stoccolma è sostituito. Il successore è una persona misurata, non manda email rabbiose e non rilascia interviste. “È tanto tempo che non ricevo più insulti dall’ambasciata cinese”, racconta il giornalista Kurdo Bak­si. “Quasi ne sento la mancanza”. Per via del covid-19 il governo di Stoccolma decide di non mandare una delegazione politica alle Olimpiadi invernali in Cina. Il caso di Gui Minhai non è tra le motivazioni di questa decisione. Uno dei vincitori svedesi, l’atleta del pattinaggio di velocità Nils van der Poel, prende un aereo per Cambridge e consegna la sua medaglia d’oro ad Angela Gui.

Nessuna risposta

Angela è delusa dai leader del suo paese: “Il governo ha dimostrato di non saper trarre le dovute conseguenze e in fin dei conti ha fallito”. A Londra incontra Nancy Pelosi, speaker della camera dei rappresentanti degli Stati Uniti. Anna Lindstedt, l’ambasciatrice assolta, oggi si occupa al ministero degli esteri di promuovere un’economia sostenibile. Per valutare le azioni del governo nel caso Gui Minhai è stata istituita una commissione, che ha chiesto più tempo del previsto e si esprimerà solo a ottobre. A settembre in Svezia si vota.

“La Svezia è fiera di essere un paese trasparente. Eppure il governo si comporta come se il caso Gui Minhai fosse una scatola nera”, osserva Hans Wallmark, portavoce per la politica estera del più grande partito conservatore del parlamento svedese, oggi all’opposizione.

In carcere Gui ha scritto poesie inviate poi alla figlia su Skype durante i domiciliari, e pubblicate in tedesco in un volume molto ben curato. Eccone una:

Triste nella notte scura piango lacrime nere.

Perché la luce delle candele non trova la strada dei miei occhi bui?

Forse perché il mio nome viene da molto lontano.

Forse perché la mia pelle è troppo gialla.

Alla fine il ministero degli esteri svedese si è deciso a rispondere alle domande scritte che la Zeit gli ha mandato, ma in modo molto vago. In sintesi, dal ministero dicono di continuare a impegnarsi per Gui, di considerarlo ancora cittadino svedese e che un medico svedese l’ha visitato per l’ultima volta ad agosto del 2018. Solo che ora i cinesi lo considerano un loro cittadino. “Prendiamo molto sul serio questa presa di posizione”. In che condizioni si trova Gui oggi? Nessuna risposta. È ancora vivo? Nessuna risposta. ◆ ma

Questo articolo è uscito sul numero 1467 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati