Imke Wübbenhorst non ha più un frigorifero, un letto, un tavolo, una sedia, nemmeno una casa. Ha un dalmata, Baila, e un’auto in cui il cane ha un posto riservato, un letto nel portabagagli. A parte la postazione di Baila, tutto il resto è diventato temporaneo. La vita di Wübbenhorst, 31 anni, ormai sta tutta nella borsa da viaggio appoggiata sul sedile posteriore. Diventerà mai un’allenatrice professionista? Sta facendo tirocini in tutta la Germania e spera. “Senza il calcio la mia vita sarebbe vuota”, dice. Imke Wübbenhorst è stata la prima allenatrice della Oberliga, la quinta divisione del campionato tedesco di calcio maschile: ha allenato il BV Cloppenburg, in Bassa Sassonia. Nessuna prima di lei era mai arrivata così in alto nel calcio maschile tedesco. La stampa l’ha accolta come un fenomeno, ma le cose non sono andate bene e a maggio è stata esonerata dopo soli sei mesi. Ora deve tirare avanti.

Wübbenhorst ha preso un’aspettativa dal suo lavoro d’insegnante di educazione fisica e biologia nel liceo della cittadina di Bad Zwischenahn perché vuole tornare ad allenare. Ora frequenta un corso di formazione vicino a Bonn: le costa quasi 15mila euro e finirà ad aprile. Con il patentino che ha ora può lavorare nel calcio maschile, ma solo fino alla quarta divisione. Se vuole andare in una serie superiore deve completare la formazione. Punta a fare carriera nel calcio maschile perché solo lì può trovare quello che cerca: riconoscimento sociale e soldi.

Imke Wübbenhorst nello stadio del BV Cloppenburg, nel dicembre 2018 (Lars Berg)

Al momento si mantiene con una borsa di studio della Uefa, 12mila euro all’anno, e spesso viene ospitata da amici che le offrono un letto e una cena. Una casa in affitto non può più permettersela. Ogni tanto si chiede se non farebbe meglio a lavorare come cameriera.

A 17 anni Imke Wübbenhorst lasciò la sua città natale, Aurich, per giocare con l’Amburgo. In breve tempo attirò l’attenzione: i giornalisti della città la votarono come “talento sportivo dell’anno”. Con la nazionale Under 19 fu due volte campionessa europea. Poi passò allo Huelva, in Spagna, e in seguito al BV Cloppenburg. Nel 2016 è diventata l’allenatrice della squadra femminile. La sua collega Tanja Schulte dice di lei: “È carica di entusiasmo, e vuole fare strada. Per questo il passaggio al calcio maschile è naturale. Ma sa che è un bagno di sangue”.

Nel dicembre 2018 il club era in crisi. Il consiglio d’amministrazione era stato commissariato e la squadra era gestita da un curatore fallimentare. L’allenatore se n’era andato, la squadra era ultima, alcuni sponsor importanti erano saltati. Gli stipendi venivano pagati saltuariamente, allo stadio c’erano solo duecento o trecento spettatori e le casse della società erano in rosso. Ai giocatori più forti veniva detto di cercarsi un’altra squadra per risparmiare sugli stipendi. Questa era la situazione quando Imke Wübbenhorst si è proposta come guida della squadra. Ci aveva già provato prima con altri club.

Spalle larghe

“Sei una donna”, le ha risposto un componente del consiglio d’amministrazione del club. Primo rifiuto. “Sei una ragazza carina. Cosa cerchi qui?”. Secondo rifiuto. “Ti assumerei, ma se lo facessi il resto del cda si dimetterebbe”. Un altro rifiuto. “Da noi giocano musulmani e persone dei quartieri popolari. Vanno fuori di testa se non li convochi. Ti chiamerebbero ‘fichetta’, meglio di no”. Ennesimo rifiuto. Ma un uomo ha preso le parti di Wübbenhorst: Herbert Schröder, allora consigliere di amministrazione del BV Cloppenburg, un pensionato. “Conosciamo Imke. Assumiamola”.

Oggi Schröder racconta di aver detto: “Il calcio è pieno di maschilisti. Ma non m’interessa. Imke è la migliore. Ci saranno malumori, ma lei ha le spalle larghe”. Quando Wübbenhorst si è presentata alla squadra la prima volta, ha chiesto ai giocatori di chiamarla Imke, coach o allenatrice. Alla vigilia della prima partita il suo vice ha abbandonato il posto perché, spiega oggi, “anch’io avrei voluto diventare allenatore, e non volevo lavorare sotto una donna. Non metto i bastoni tra le ruote, semplicemente sono della vecchia scuola”. Wübbenhorst non si è persa d’animo, perché sentiva di essere rispettata. Giocatori, collaboratori, fisioterapisti: tutti parlano ancora bene di lei.

Per 450 euro al mese di stipendio, quattro o cinque volte alla settimana usciva dal liceo di Bad Zwischenahn per andare al campo dove si allenava la squadra, faceva un’ora d’auto all’andata e un’ora al ritorno. Il club non aveva nemmeno soldi per il gesso, quindi prima delle partite l’allenatrice piazzava dei cappellini per indicare i limiti del campo.

Frasi a porte chiuse

La situazione della squadra non migliorava e sugli spalti dello stadio si cominciava a mormorare. A molti giocatori l’allenatrice piaceva, anche perché sapeva farsi valere. Ai calciatori che se la tiravano troppo diceva: “Qui non si cazzeggia”. Se qualcuno faceva troppi falli lo affrontava in privato. Per alcuni è stata “il miglior allenatore che abbiamo mai avuto”. “I ragazzi si divertono di nuovo a giocare a calcio”, diceva il supervisore della squadra. Ma la situazione del club era così caotica che Wübbenhorst non è riuscita a fare il miracolo. La squadra ha vinto una sola partita in tutta la stagione e rischiava di retrocedere nella serie inferiore. Un giorno pare che un dirigente abbia detto: “Imke Wübbenhorst è stata la decisione più stupida in cento anni di storia del club”. Ma dichiarazioni del genere non diventano mai ufficiali, perché nessuno degli uomini della società ha il coraggio di farle in pubblico. Nessuno le ha mai detto: “Non ti vogliamo”. Le ripetevano: “Sei forte, Imke”. “Si è scontrata contro un muro”, dice Tanja Schulte, “Ma di queste cose si è discusso solo a porte chiuse. È stato un disastro”.

Biografia

1988 Nasce ad Aurich, in Germania.

2004 Comincia a giocare nella squadra dello SV Wallinghausen.

2006 Diventa campionessa europea con la nazionale tedesca Under 19.

2018 Dopo aver fatto l’allenatrice della squadra femminile del BV Cloppenburg, diventa allenatrice di quella maschile.


I fan della squadra non l’avrebbero trattata in modo diverso da un allenatore, dice Imke Wübbenhorst. “Sono cresciuta sul campo, conosco tutti i modi di dire. Mio padre giocava a calcio, anche mia madre e mio fratello”. Da adolescente sentiva spesso i giocatori delle squadre avversarie dire: “Non possono fare niente, hanno una ragazza con loro”. Ma lei ha dimostrato sul campo che non era vero. “La mia autorità dipende dalle mie capacità, non dal fatto che io sia un uomo o una donna. Non mi considero una persona particolarmente delicata”, dice. Un giornalista le ha chiesto qual è la differenza tra i calciatori e le calciatrici: “Nessuna, solo che le donne stanno nella doccia più a lungo”.

Un giorno prima di una partita un tifoso le ha chiesto: “Imke, ti piace ogni tanto una bella mazza?”. “Non una, tante mazze”, ha risposto lei. Sa come reagire alle idiozie, in questo è una campionessa. Nasconde bene i suoi sentimenti, non le piace mostrarsi vulnerabile. Quando un imprenditore di Cloppenburg le ha chiesto su WhatSapp se suonava l’allarme prima di entrare nello spogliatoio dei ragazzi, lei ha replicato con uno smile: “Sono una professionista. Li convoco in base a quanto ce l’hanno lungo”. Un giornalista ha riportato la sua risposta, e la frase è circolata ovunque. È stata contattata da giornalisti britannici, brasiliani e statunitensi. Da quel momento in poi la frase sulla lunghezza del pene è diventata il suo marchio di fabbrica.

In realtà nello spogliatoio non ci sono mai stati problemi. Wübbenhorst ogni volta apriva appena la porta e chiedeva: “Posso entrare? Siete vestiti?”. Nessuno dei ragazzi si è mai lamentato. La squadra era giovane, pochi giocatori avevano più di 22 anni. Sognavano il successo. In questo erano simili a Wübbenhorst, che vuole distinguersi come allenatrice. Solo i giornalisti continuavano a farle una domanda che la faceva innervosire: la questione femminile. Il Tagesspiegel ha definito lo stadio di Cloppenburg “l’epicentro di un movimento di emancipazione nel calcio”. Wübbenhorst però rifiutava le interviste dei canali tv. Tutta questa attenzione era troppo per lei. “Non sono una femminista. Non ho mai pensato alla questione femminile nel calcio”, diceva.

Non è chiaro se sia stata la società a scaricare l’allenatrice o viceversa. Wübbenhorst ha fatto un favore al consiglio anticipando il licenziamento con le sue dimissioni. La versione ufficiale è che Wübbenhorst voleva cominciare un corso di formazione a Hennef, per il quale il BV Cloppenburg non le lasciava abbastanza tempo. Così nessuno è stato obbligato a dire quello che in molti sanno: ha vinto lo scetticismo.

Oggi il suo obiettivo è ancora quello, anche se preferisce non dirlo ad alta voce: fare l’allenatrice di calcio. A volte si chiede se insegue qualcosa che la società tedesca non accetta. Ma non molla: “Posso ricominciare. Non ho vincoli. Non ho un marito né dei figli. Per essere assunta come allenatrice devo solo essere molto qualificata”.

Passa molto tempo nella scuola sportiva con Baila, la sua cagnetta, e con lei si è messa in viaggio per uno stage di tre settimane con Julian Nagelsmann, l’allenatore del Lipsia, che gioca in Bundesliga, la serie A tedesca. Durante un corso su come si parla in pubblico le hanno insegnato a non fare dichiarazioni politiche, e a rispondere alle domande idiote dei giornalisti con altre domande intelligenti. A Norimberga l’Accademia per la cultura del calcio le ha assegnato il premio per la miglior battuta dell’anno, quella sulla lunghezza del pene.

Dato che deve risparmiare, non compra più né vestiti né scarpe. All’improvviso si rende conto di quanto sia costoso fare la spesa al supermercato biologico. Suo padre, un dirigente dell’amministrazione pubblica del land, la aiuta con 800 euro al mese. Vorrebbe proteggerla da un futuro incerto. “Il calcio maschile è una vasca di squali”, commenta.

La prima e l’unica

In una gelida giornata invernale, Wübbenhorst è seduta in una stanza della sede del VfB Lübeck, una squadra di Lubecca che gioca nella quarta divisione e sta lavorando al computer. È amica dell’allenatore, che la ospita nel suo ufficio.

Pensa molto alla tesi per la scuola di formazione, che contiene la sua filosofia calcistica. “È difficile comportarsi da idioti quando si è circondati da brave persone”, ha detto una volta un allenatore statunitense. Anche lei la vede così. Per il successo serve un ambiente favorevole: chi sente il sostegno della propria società può anche resistere alle offerte più allettanti di un concorrente. “Se voglio che i giocatori rispettino gli altri, io per prima devo dimostrarmi rispettosa ed essere gentile anche con chi guida il pullman”, dice.

A Cloppenburg ora il problema è di qualcun altro. Il club è perfino più nel caos di prima. Il nuovo allenatore è un uomo. A quanto pare Imke Wübbenhorst non è stata solo la prima allenatrice, ma anche l’unica. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1348 di Internazionale, a pagina 66. Compra questo numero | Abbonati