Le cose migliori brillano intensamente, ma mai a lungo. È stato così per il Voting rights act (Vra), la legge che per sessant’anni ha garantito il diritto di voto dei neri e ha neutralizzato i tentativi di sopprimerlo fatto dagli stati del sud, diventando la base per un accesso equo alle urne. Gli Stati Uniti esistono da 250 anni, ma hanno avuto il suffragio universale per meno di un quarto di quel periodo. La tv a colori, le carte di credito e le bambole Barbie sono arrivate prima del Vra e resteranno più a lungo. Il regno della regina Elisabetta II è durato dieci anni in più rispetto al provvedimento che garantiva la democrazia statunitense.
Il 29 aprile la maggioranza conservatrice della corte suprema ha portato a termine la sua campagna, durata tredici anni, contro il Vra. Nel caso Louisiana contro Callais, i giudici hanno limitato l’uso del fattore razziale nella definizione dei collegi elettorali e la possibilità per le minoranze di contestare distretti disegnati in modo da discriminarle.
Spiegando l’opinione della maggioranza, il giudice conservatore Samuel Alito ha affermato che il fattore razziale è ammissibile solo quando può essere dimostrata “la discriminazione intenzionale e concreta rispetto al voto”. In questo modo, la corte ha compromesso ogni tentativo di rimediare al razzismo – passato e presente – nel modo in cui vengono disegnati i distretti elettorali.
Nel sud degli Stati Uniti il voto ricalca le linee di divisione razziale: gli elettori bianchi tendono a scegliere il candidato che si oppone a quello sostenuto dagli elettori afroamericani. Oggi la manipolazione dei distretti a svantaggio dei neri può essere facilmente nascosta presentandola come un semplice tentativo di favorire i repubblicani.
Questa e altre manovre per modificare le procedure di voto mantenendo una neutralità di facciata sono sfruttate negli stati del sud per ostacolare la rappresentanza politica dei neri. Il Vra e le leggi successive avevano riconosciuto il problema, stabilendo che l’unico modo per arginare la discriminazione era introdurre soluzioni pratiche che tenessero in considerazione il fattore razziale.
Come le decisioni precedenti legate al Vra, anche l’ultima sentenza della corte suprema ha apparentemente una portata limitata, perché non cancella l’intera legge. Tuttavia, anche se l’edificio rimane in piedi, c’è solo la facciata. La legge – approvata grazie agli sforzi di attivisti come Fannie Lou Hamer e John Lewis, dei mezzadri del Mississippi e dei manifestanti dell’Alabama – è praticamente morta.
A prescindere da ciò che succederà alle elezioni di metà mandato, la politica statunitense è cambiata per sempre. Per gran parte della storia, gli ex stati confederati hanno fatto di tutto per ridurre al minimo l’influenza politica delle comunità afroamericane. Ora potranno ricominciare a farlo con la piena copertura della legge.
Uguaglianza formale
L’ultima sentenza arriva dopo quella del 2022 sul caso Robinson contro Landry, in cui i querelanti neri si sono opposti a una mappa elettorale approvata dal governo della Louisiana, controllato dai repubblicani. La mappa ammassava in un’area ristretta gli elettori neri, in modo da ridurre il loro impatto sul voto a livello statale. La Louisiana elegge sei deputati alla camera dei rappresentanti, e un terzo degli abitanti dello stato è composto da afroamericani. I querelanti hanno sostenuto, con successo, che la suddivisione dei distretti era una manovra illegale, perché all’atto pratico dimezzava il peso del voto dei neri.
In quell’occasione avevano presentato alcune mappe alternative che avrebbero protetto l’influenza dei neri, ma alla fine i tribunali hanno accettato il piano scritto dai repubblicani, tra cui il governatore Jeff Landry, alleato del presidente Trump. Questa nuova mappa creava un secondo distretto a maggioranza nera, rispettando formalmente la sentenza della corte suprema, ma continuava a proteggere la maggior parte dei candidati repubblicani da ogni rischio di essere sconfitti alle elezioni.
Nell’ultimo decennio la corte suprema ha concesso agli stati sempre più margine di manovra per manipolare i distretti in modo da ottenere un vantaggio politico (il cosiddetto gerrymandering). Nel 2019 il tribunale ha stabilito di non avere l’autorità per bloccare questi provvedimenti, a patto che i politici non agiscano con l’obiettivo esplicito di discriminare gli elettori in base al colore della pelle.
Fino alla sentenza del 29 aprile, i tentativi di ricorrere al Vra per rimediare al razzismo nella distribuzione dei seggi tenevano conto del fattore razziale. Dopo il censimento del 1970, i parlamentari degli stati del sud decisi a ridurre il potere politico dei neri suddivisero le aree a maggioranza nera in distretti in cui gli afroamericani si sarebbero ritrovati in minoranza rispetto ai bianchi conservatori. Ma nel 1982 il congresso rispose emendando il Vra per consentire ai tribunali e al dipartimento di giustizia di bocciare le mappe che diluivano il voto delle minoranze.
Oggi le aree che eleggono molti parlamentari neri sono chiamate “distretti Vra”, disegnati dagli stati sotto la supervisione federale per garantire agli elettori delle minoranze la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Questo sistema partiva dal riconoscimento di una serie di circostanze: l’ovvia presenza di un pregiudizio, sì, ma anche il fatto innegabile che le leggi sulla segregazione in vigore fino agli anni sessanta erano state scritte in un linguaggio apparentemente neutrale dal punto di vista razziale, in modo da non violare formalmente la costituzione.
Il parere del giudice Alito ignora questo contesto ritenendolo irrilevante e riporta gli Stati Uniti indietro nel tempo, al 1896, quando il suo collega Henry Billings Brown scrisse che la formula secondo cui bianchi e neri erano “separati ma uguali” non era in contrasto con la costituzione, negando l’evidenza di una segregazione creata proprio per introdurre diverse classi di cittadinanza.
Una prima spallata al Vra era arrivata nel 2013. Allora il giudice della corte suprema John Roberts aveva sostenuto che l’elezione di tanti parlamentari neri e l’affluenza alle urne degli afroamericani dimostravano che la discriminazione negli stati e nelle contee disciplinati dalla legge non era più così grave.
Allo stesso modo, Alito ha svuotato il meccanismo che ha permesso l’elezione di molti rappresentanti neri, citando la difficoltà d’identificare la discriminazione intenzionale come prova che le cose, in America, sono cambiate. Tecnicamente il giudice riconosce che la discriminazione resta un problema, ma allo stesso tempo fissa criteri quasi irraggiungibili per dimostrarne l’esistenza.
Questa logica trasforma il Voting rights act in una legge zombie, una distorsione del suo scopo originario, che oggi protegge soprattutto i bianchi da qualsiasi tentativo di spezzare il loro controllo sproporzionato sul processo elettorale.
Molti statunitensi di tutti gli schieramenti non si rendono conto di quanto siano stati straordinari gli ultimi sessant’anni. Gran parte di ciò che oggi viene dato per scontato nella scienza politica è un prodotto recente, reso possibile dal Vra. Oggi gli Stati Uniti si vantano del livello relativamente basso di violenza politica, ma la situazione era molto diversa quando uomini e donne venivano linciati solo perché avevano osato registrarsi per votare. In questi decenni l’accesso ai seggi non è mai stato adeguato, ma la relativa facilità con cui molte persone hanno partecipato al processo politico esiste da poco.
Queste trasformazioni strutturali ci hanno regalato un paese in cui la fiducia nel cambiamento è diventata la norma. Ogni statunitense ha buone probabilità di conoscere qualcuno che per votare doveva pagare una tassa o sottoporsi a test di lettura e scrittura, ma che è sopravvissuto abbastanza da votare per il primo presidente nero.
Mia nonna, che ha da poco compiuto ottant’anni, era una donna adulta in Mississippi all’epoca della Freedom summer – la campagna per far registrare i neri in vista del voto nello stato – ed era una madre quando è stato approvato il Voting rights act.
La mia generazione è stata la prima a crescere sotto la piena protezione di quella legge, un’epoca in cui per le persone come noi la politica è stata un’ambizione ragionevole e tutt’altro che straordinaria. Il Congressional black caucus, che riunisce i deputati afroamericani, non esisteva fino al 1971, e oggi conta più di sessanta componenti.
Ora questi numeri caleranno. A cominciare dalla Louisiana, molti stati controllati dai repubblicani abrogheranno le mappe basate sul Vra e limiteranno l’influenza dei distretti abitati soprattutto dai neri, forse già in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Poi potrebbe toccare all’Alabama, dove la governatrice Kay Ivey ha convocato una sessione legislativa straordinaria per ridisegnare le mappe statali a meno di tre settimane dalle primarie.
In Tennessee, Georgia, South Carolina e Mississippi, i politici repubblicani hanno chiesto pubblicamente sessioni legislative straordinarie per ridisegnare le mappe alla luce della sentenza della corte suprema. Anche se queste nuove mappe potrebbero non essere valide già quest’anno, è solo una questione di tempo e volontà politica.
In base all’opinione della maggioranza conservatrice della corte suprema, ogni tentativo di trovare un rimedio a questa tendenza pericolosa sarà considerato illegale. La prospettiva di una diversità anche minima all’interno delle istituzioni potrebbe sparire rapidamente.
Detto questo, la rappresentanza al congresso non è mai stata l’obiettivo finale del Vra, né sarà il principale problema che dovremo affrontare dopo la distruzione della legge. Come spiegò Lyndon B. Johnson (il presidente che ratificò il provvedimento) lo scopo era costringere i nemici della libertà ad “aprire i cancelli dell’opportunità” a tutti gli statunitensi. Per Johnson i diritti elettorali erano legati alla “dignità dell’uomo e al destino della democrazia”, mentre la legge in sé doveva essere uno strumento per proteggere questo destino. Senza il Vra, nessuno statunitense potrà più credere che la propria dignità sia al sicuro.
I difensori del diritto di voto dei neri lo avevano capito da tempo: quando i diritti di un cittadino sono calpestati, i diritti di tutti gli altri cittadini non possono essere considerati davvero inalienabili. Il Voting rights act è una manifestazione concreta della dichiarazione d’indipendenza. Per secoli i neri hanno combattuto per il voto, non solo per far sentire la loro voce all’interno del governo ma per dimostrare il loro valore, sia agli altri sia a se stessi. Ci sono riusciti, ma solo per poco. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati