L’Ibm ha dominato i primi decenni dell’era informatica grazie a invenzioni come il mainframe e il floppy disk. I suoi uffici e le sue fabbriche, disseminate dallo stato di New York alla Silicon valley, erano il cuore dell’innovazione negli Stati Uniti molto prima dell’avvento della Microsoft o di Google. Negli ultimi dieci anni, però, l’Ibm ha spostato il suo centro di gravità dall’altra parte del mondo, in India, diventando un esempio di quella globalizzazione del settore tecnologico contro cui inveisce il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Oggi l’azienda dà lavoro a 130mila persone in India, pari a circa un terzo dei suoi dipendenti totali. In nessun altro paese impiega tante persone. Le loro mansioni coprono l’intera gamma delle attività dell’Ibm, dalla gestione dei servizi informatici di giganti globali come l’At&t e la Shell alla realizzazione di ricerche all’avanguardia in campi come l’intelligenza artificiale e le automobili che si guidano da sole. In India c’è perfino una squadra che lavora con i produttori della trasmissione televisiva Sesame street per insegnare nuovi vocaboli ai bambini degli asili di Atlanta. “L’Ibm India è nel vero senso della parola un microcosmo dell’azienda Ibm”, ha dichiarato la direttrice delle operazioni in India del colosso statunitense, Vanitha Narayanan, in un’intervista rilasciata nel campus principale dell’Ibm a Bangalore, dove gli edifici hanno il nome di campi da golf statunitensi come Peachtree e Pebble Beach.

Gli stabilimenti in India sono stati importantissimi per mantenere bassi i costi dell’azienda, che ha registrato 21 trimestri consecutivi di calo del fatturato mentre cercava di ristrutturare il suo principale ramo: la fornitura di servizi informatici ad aziende e governi. Già da anni il settore dell’alta tecnologia sposta la produzione all’estero. Anche altre grandi aziende statunitensi come la Oracle e la Dell hanno più dipendenti fuori dagli Stati Uniti che in patria. Il caso dell’Ibm però è insolito, perché il numero di dipendenti di un solo paese straniero supera quello dei dipendenti negli Stati Uniti. Negli ultimi dieci anni l’Ibm ha quasi raddoppiato le assunzioni in India, mentre il suo personale negli Stati Uniti è diminuito in seguito a licenziamenti e acquisizioni. L’azienda rifiuta di rendere note le cifre esatte, ma alcuni analisti ritengono che oggi dia lavoro a meno di centomila persone nelle sue sedi statunitensi, mentre nel 2007 i dipendenti erano 130mila. La società di ricerche Glassdoor stima che gli stipendi dei dipendenti indiani siano pari alla metà o a un quinto di quelli pagati agli statunitensi. Secondo Ronil Hira, professore associato di politiche pubbliche alla Howard university, la portata delle attività dell’Ibm in India dimostra che la delocalizzazione minaccia perfino i posti di lavoro più qualificati nel settore tecnologico statunitense.

Visti temporanei

Anche altri colossi tecnologici hanno creato enormi campus in India, ma è stata l’Ibm ad attirare l’attenzione di Trump. Il presidente sostiene che gli stranieri rubano agli statunitensi i posti di lavoro nel settore tecnologico. Ad aprile ha firmato un provvedimento che scoraggia la concessione di visti temporanei ai lavoratori a basso salario nel settore tecnologico, la maggior parte dei quali proviene dall’India. Secondo i dati del governo, nel 2016 l’Ibm occupava il sesto posto tra le aziende che hanno usufruito di questi visti. Dopo la vittoria di Trump alle elezioni presidenziali, l’amministratrice delegata dell’Ibm, Ginni Rometty, si è impegnata a creare 25mila nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti. Rometty, che ha contribuito all’espansione in India quando era a capo della divisione servizi globali, ha inoltre discusso con la nuova amministrazione i piani per modernizzare la tecnologia informatica usata dal governo e ampliare i programmi di formazione tecnologica per chi non è laureato. L’azienda, inoltre, faceva parte di uno degli ormai defunti organismi consultivi sul mondo degli affari voluti da Trump. L’Ibm ha precisato che negli Stati Uniti sta investendo un miliardo di dollari in programmi di formazione e nell’apertura di nuove sedi.

Secondo Narayanan, che ha lavorato dodici anni per l’Ibm negli Stati Uniti e in Cina prima di trasferirsi in India nel 2009, l’azienda ha stabilito dove aumentare i posti di lavoro in base alla disponibilità di lavoratori qualificati e al budget dei clienti. “Non è che qualcuno dice ‘Oh, perché non prendiamo questi posti di lavoro da qui e li portiamo lì’”, spiega.

L’Ibm ha aperto la sua prima sede indiana a Mumbai e Delhi nel 1951 e oggi è presente in tutto il paese, da Bangalore a Pune, da Kolkata a Hyderabad. La maggioranza dei dipendenti indiani è impiegata nel settore principale dell’Ibm, quello che aiuta aziende come l’At&t e l’Airbus a gestire gli aspetti tecnologici della loro attività. Gli indiani forniscono servizi di consulenza, scrivono software e monitorano sistemi informatici per molte banche, aziende telefoniche ed enti governativi di tutto il mondo.

Da sapere
Espansione globale
I dipendenti di grandi aziende tecnologiche statunitensi (fonte : the new york times)

Ma ci sono anche ricercatori che sviluppano nuove idee. Mentre lavorava a un nuovo sistema per fare ricerche online attraverso le immagini, un team di Bangalore ha usato il sistema d’intelligenza artificiale Watson per indicizzare 600mila foto delle più importanti sfilate di moda del mondo e dei film di Bollywood. La scorsa primavera un’importante casa di moda indiana, la Falguni Shane Peacock, ha testato il database, perché poteva aiutare gli stilisti a non rifare modelli già esistenti o anche a improvvisare su un vecchio stile. “In un paio di secondi possiamo fare una ricerca che altrimenti richiederebbe molto più tempo”, ha dichiarato in un’intervista Shane Peacock, che gestisce la casa di moda di Mumbai insieme alla moglie.

L’Ibm ha perfino un laboratorio a Bangalore pieno di progettisti che realizzano app aziendali per iPhone e iPad. Alcune, per esempio, consentono agli operatori delle compagnie aeree di ricollocare i passeggeri, ai banchieri di erogare prestiti e ai medici di aggiornare le schede dei pazienti. La programmatrice Ramya Karyampudi ha ideato un’app per i frigoriferi che potrebbe risolvere il problema universale di cosa preparare per cena. Il frigorifero collegato a internet controlla quali alimenti si trovano al suo interno e manda la ricetta adatta, elencando gli ingredienti che bisogna ancora comprare e un video della ricetta. L’ingombrante presenza dell’Ibm in India oggi è ancora più straordinaria se si tiene conto del fatto che nel 1978 l’azienda aveva abbandonato il paese dopo essersi scontrata con il governo sulle norme che regolavano le proprietà straniere. L’azienda è tornata nel paese attraverso una joint venture con il gruppo indiano Tata nel 1993. Il progetto iniziale era assemblare e vendere personal computer, ma ben presto i dirigenti dell’Ibm hanno capito che il potenziale dell’India era molto maggiore. Così l’Ibm ha assunto il pieno controllo della joint venture, ha creato una filiale indiana dei suoi famosi laboratori di ricerca e nel 2004 ha portato a casa un contratto decennale del valore di 750 milioni di dollari con Bharti Airtel, una delle più grandi compagnie telefoniche indiane, ancora oggi uno dei suoi principali clienti.

Nel 2006 l’allora amministratore delegato dell’Ibm, Samuel J. Palmisano, sbarcò a Bangalore e annunciò a una folla di diecimila persone che nei successivi tre anni Ibm avrebbe investito sei miliardi di dollari in India. Oggi il paese asiatico non si limita a fornire servizi ai clienti dell’Ibm in tutto il mondo. È anche un mercato importantissimo ed è al centro degli sforzi che l’Ibm sta facendo per aiutare le imprese a servire la prossima grande fetta di clienti: i miliardi di persone povere finora escluse dalla rivoluzione digitale. L’Ibm lavora con la Manipal hospitals, una catena di cliniche di Bangalore, per adattare Watson e renderlo uno strumento utile ai medici nella cura di alcuni tipi di tumore. Una volta acquisita la storia medica di un paziente, il sistema attinge a un database che comprende i pareri dei medici del Memorial Sloan Kettering cancer center di New York per suggerire le cure migliori e fornire anche indicazioni sui costi, un’informazione molto importante dal momento che la maggior parte degli indiani non ha l’assicurazione sanitaria.

Il dottor Ajay Bakshi, amministratore delegato della Manipal, ha spiegato che questa tecnologia sarà utile soprattutto negli ospedali rurali con pochi medici. Di recente la Manipal ha cominciato a offrire pareri medici online elaborati da Watson per duemila rupie, circa 26 euro. “Watson non dorme mai. Non dimentica mai. Non ha pregiudizi”, ha detto Bakshi.

I dirigenti dell’Ibm sono convinti che progetti simili rappresentano il futuro dell’azienda. “Sto cercando di far diventare l’India il mio centro per l’innovazione accessibile”, afferma Narayanan. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1226 di Internazionale, a pagina 114. Compra questo numero | Abbonati