Per il mondo civilizzato la guerra scatenata dal dittatore russo Vladimir Putin è una vendetta contro gli ucraini, che amano la libertà e non vogliono vivere all’ombra dell’influenza e delle imposizioni russe. Ma dietro c’è anche altro.

In primo luogo questa è una guerra contro Kiev, che secondo le antiche cronache è la madre di tutte le città russe: più antica di Mosca, è la sorgente da cui sgorga il fiume della storia russa. Fondata dagli scandinavi, ha sempre guardato all’occidente europeo più che a oriente, dove nel medioevo dominavano i nomadi mongoli dell’Orda d’oro. Alla metà del sedicesimo secolo lo zar Ivan il Terribile costruì il suo impero basandosi sul modello mongolo-bizantino. E attaccò Novgorod, città libera e un tempo capitale di una repubblica alla quale già suo nonno, Ivan III, aveva dato filo da torcere. All’epoca Kiev apparteneva già alla rzeczpospolita, repubblica, polacca. Fu allora che in Russia si affermò il sistema di potere piramidale di tipo mongolo-bizantino. Al vertice c’era il monarca assoluto. Osservati dalla base, i piani alti della struttura risultavano imperscrutabili e ispiravano più timore che rispetto. I governanti agivano come una potenza occupante nei confronti dei sudditi, proprio come fa oggi Putin, che porta avanti con successo la tradizione sovietica: per i suoi cittadini, infatti, l’Urss era un occupante senza scrupoli.

A prima vista la guerra dichiarata da Putin all’Ucraina ci sembra del tutto folle. Ma per il leader russo e per la sua cerchia le cose non stanno così: combattendo l’Ucraina moderna, Putin combatte la Rus’ di Kiev (il primo nucleo dello stato russo, sorto intorno all’attuale capitale ucraina alla fine del nono secolo) in quanto paese filoccidentale che – ai suoi occhi – minaccia la Russia mongolo-bizantina con la sua semplice esistenza. Per Putin la cosa peggiore è che praticamente tutti gli ucraini parlano russo. Secondo le sue dichiarazioni, l’obiettivo dell’“operazione speciale” è la “denazificazione e smilitarizzazione dell’Ucraina”: quindi non solo la liquidazione dello stato ucraino, ma anche dei suoi abitanti, quegli ucraini considerati eredi della Rus’ di Kiev. A dimostrarlo ci sono le terribili violenze di Buča, Mariupol, Borodjanka.

Sottomissione e gerarchia

In secondo luogo, questa è una guerra tra passato e futuro. Negli oltre vent’anni trascorsi dall’ascesa al potere di Putin, la Russia è sprofondata sempre più nel suo passato, in un nuovo medioevo: sul trono del Cremlino siede uno zar dispotico, circondato da nuovi signori feudali, gli oligarchi in Mercedes, e protetto dai nuovi opričniki (le guardie private dello zar Ivan il Terribile) che girano con i loro iPhone. Il popolo è intimidito e privato di ogni libertà democratica. L’Ucraina, che a partire dalla rivoluzione popolare del 2014 ha cominciato a diventare una democrazia, si è definitivamente allontanata dalla sfera d’influenza russa, guarda all’Europa ed è lì che immagina il suo futuro. Putin vede nell’Ucraina di Zelenskyj ciò che potrebbe diventare la Russia stessa se – orrore! – cominciasse a muoversi verso il futuro. Ma la Russia non deve avere un futuro! Per ventidue anni Putin non ha fatto altro che costringere il paese a tornare al passato: la reintroduzione dell’inno nazionale sovietico è stato solo il primo segnale. Anno dopo anno, Putin ha abolito istituzioni e diritti democratici, ha privato il paese di elezioni regolari e di tribunali indipendenti, ha trasformato la tv in una macchina propagandistica e ha edificato lo stato su una classe di funzionari corrotti e autoritari. Quella in atto sui campi di battaglia ucraini è dunque una guerra tra due epoche: il futuro subisce i bombardamenti e si difende eroicamente dagli attacchi del passato.

I dittatori di ogni tempo cercano di far tornare indietro le lancette dell’orologio della storia: Putin non si è inventato niente. Il modo più facile per mantenere il potere è richiamarsi ai “bei tempi andati”. La prospettiva che il modello ucraino faccia scuola e che il virus di un futuro senza Putin infetti i cittadini russi spaventa profondamente lo zar del Cremlino, mandandolo su tutte le furie. Anche il suo esercito è uno strumento del passato: è di epoca sovietica non solo l’equipaggiamento tecnico, ma anche il suo funzionamento, che segue la vecchia strategia di lastricare la strada verso la vittoria con i cadaveri dei suoi soldati. È per questo che l’enorme esercito russo finora si è dimostrato poco efficace, sconfitto spesso in battaglia da quello ucraino, che è più piccolo ma meglio organizzato e combatte per difendere la propria terra.

L’esercito di Putin sembra più che altro ossessionato dal saccheggio, che è praticamente legalizzato, come testimoniano alcune battute oggi molto popolari: “Beh, l’avete presa Kiev?”.

Per molti russi la parola vittoria ha ormai un sapore amaro. E tra la popolazione la delusione è sempre più diffusa

“Ancora no”.

“E cosa avete preso allora?”.

“Una lavatrice, un microonde, una padella antiaderente, un paio di calzini …”.

I militari ucraini ritengono che a distinguere il loro esercito da quello russo sia soprattutto il rifiuto del principio sovietico di sottomissione schiavistica, che costringe a eseguire gli ordini senza discutere, per quanto possano essere demenziali. Come demenziale è stato, per esempio, l’ordine di scavare fossati nella cosiddetta Foresta rossa, una delle zone più contaminate intorno a Černobyl. Dopo la guerra, saranno quei poveri diavoli dei soldati a pagare le conseguenze di tanta disumana idiozia.

L’odio per l’Ucraina libera non dava pace a Putin, impegnato a “congelare” la Russia secondo i dettami del filosofo Ivan Ilin, l’ideologo del socialismo nazionale russo. Prima le ha sottratto la Crimea, poi ha scatenato una guerra ibrida che per Kiev è diventata una ferita infetta nella parte orientale del paese. E adesso ecco una guerra in piena regola, con attacchi missilistici, carri armati, bombardamenti su quartieri abitati da civili, omicidi, torture e stupri contro una popolazione pacifica. E tutto solo per impedire che l’Ucraina si sviluppi liberamente e costruisca il proprio futuro. Per conquistarla e congelarla, insieme alla Russia, nel passato.

Infine, questa è una guerra tra culture. È risaputo che Putin ha sempre definito lo stato ucraino “fallito” e bollato la lingua ucraina come un dialetto russo. Per il presidente russo il senso della denazificazione non è la lotta contro il fantasma di un presunto nazismo ucraino, ma la negazione della sovranità nazionale del paese. Un’Ucraina conquistata potrebbe essere costretta a parlare solo russo, a rinunciare alla sua cultura, alla sua storia, ai suoi costumi nazionali, nonostante siano tanto antichi quanto quelli russi. Ivan Vyšenskyj, Meletij Smotryckyj, Feofan Prokopovič, Ivan Kotljarevskyj, Taras Ševčenko: ecco il fior fiore della letteratura ucraina antica e classica. È dello straordinario filosofo settecentesco ucraino Hrihorij Skovoroda la famosa massima “Il mondo mi ha dato la caccia, ma non mi ha mai preso”, incisa anche sulla sua lapide. All’epoca la filosofia russa stava appena muovendo i primi passi. E a portare a Mosca il pentagramma europeo, nel seicento, furono alcuni cantanti ucraini.

La distruzione della cultura ucraina e la russificazione degli ucraini sono un altro obiettivo dell’operazione speciale.

Fini ideologici

Per questa campagna altamente simbolica, Putin e la sua squadra hanno inventato due nuovi simboli: la V e la Z, dipinte sui carri armati e sui blindati che invadono l’Ucraina. Inizialmente indicavano l’appartenenza al distretto militare occidentale (Z) o orientale (V) dell’esercito. Ma poi i propagandisti di Putin hanno pensato a come piegarle ai loro fini ideologici, così oggi V sta Vperëd! ( Avanti!) e Z per Za rodinu! Za Putina! (Per la patria! Per Putin! ).

Tuttavia, fallita la guerra lampo (Putin avrebbe voluto prendere Kiev in tre giorni) e con la macchina bellica russa bloccata dai contraccolpi subiti, sempre più spesso sui social network le due lettere sono diventate oggetto di critiche e scherno. Di fronte alle atrocità commesse dai soldati russi nei territori occupati, molti hanno pensato all’occupazione nazista durante la seconda guerra mondiale, e ben presto la Z è diventata la metà della vecchia svastica. Vulnerabili e lente, le truppe degli invasori si prestano a essere prese in giro: Z e V oggi indicano anche gli zombi e i vampiri arrivati dalla Russia, sconsideratamente brutali nei confronti della popolazione e indifferenti al rischio di morire.

Da sapere
La situazione sul terreno
fonte: financial times, le monde

Ormai la Z ha soppiantato del tutto la V, diventando l’unico simbolo di quest’assurda guerra. È esposta sugli edifici pubblici delle città russe e, nei cortili delle scuole, i bambini si dispongono a forma di Z per dimostrare il proprio “sostegno al nostro esercito”. La Z campeggia su adesivi, magliette, poster e lunotti delle automobili, e compare, come sinistro monito, anche sulle porte di casa degli oppositori.

Tutte le persone ragionevoli giudicano folle l’ingiustificabile guerra della Russia contro l’Ucraina. Bombardare Kiev, madre delle città russe, è un atto di autolesionismo eseguito su ordine di un dittatore fuori controllo e potrebbe avere conseguenze fatali per la Russia stessa.

L’odore della rivolta

Questa guerra non è solo carica di simbolismo, ma anche di analogie. L’affondamento dell’incrociatore Moskva, la nave ammiraglia della flotta del mar Nero, ricorda quello di un’altra nave russa, la Petropavlovsk, colata a picco nel 1904, sempre in aprile, all’inizio della guerra russo-giapponese. Anche allora la Russia faticava a condurre il conflitto che aveva scatenato, al punto che la corrotta burocrazia militare fu costretta a mandar giù una sconfitta disonorevole, che fece schizzare alle stelle il risentimento della popolazione verso il potere zarista. Anni dopo quel risentimento sarebbe culminato nella rivoluzione del 1917, che segnò la fine della dinastia dei Romanov. Oggi, per entrambi gli schieramenti, l’affondamento di una nave come questa, che portava il nome altisonante della capitale russa ed era dotata di difese antiaeree con cui avrebbe dovuto fornire copertura alla sua flotta, è un fatto significativo. L’Ucraina ha già emesso un francobollo con l’immagine dell’incrociatore affondato, mentre in Russia l’evento ha scatenato l’ira dei patrioti militaristi e dei propagandisti in tv, che pretendono vendetta, costi quel che costi, perfino l’impiego di armi nucleari.

Putin voleva un successo entro il 9 maggio, il giorno della parata per celebrare la vittoria sul nazismo nella seconda guerra mondiale. Sa bene che una sconfitta non gli sarebbe perdonata né dalla lobby militarista né dal popolo incitato dalla propaganda tv. Con il passare dei giorni, però, il miraggio di un “grande trionfo sul nazismo ucraino” si scioglie come neve al sole. E, proprio come all’epoca della guerra russo-giapponese, la corruzione dominante nell’esercito russo fa il gioco dei combattenti ucraini.

Ultime notizie
I fronti si stabilizzano

Nonostante le ipotesi delle settimane precedenti, il 9 maggio il discorso del presidente russo Vladimir Putin in occasione delle celebrazioni per la vittoria contro la Germania nella seconda guerra mondiale si è concluso senza nessun annuncio di rilievo sul conflitto in Ucraina. Putin ha spiegato che l’intervento era “necessario” perché l’occidente si preparava ad attaccare i territori russi, “compresa la Crimea”, ma non ha ordinato la mobilitazione generale delle forze armate e non ha rivendicato nessun successo concreto. La situazione sul campo del resto non lo consentiva: l’avanzata ucraina nella regione di Charkiv sta arrivando a minacciare le linee di rifornimento dell’offensiva nel Donbass, mettendo a rischio anche i pochi risultati ottenuti dalle truppe russe. Putin non ha potuto annunciare neanche la conquista completa di Mariupol, dato che l’acciaieria Azovstal resta ancora in mani ucraine. Secondo molti analisti i fronti si stanno ormai stabilizzando in uno stallo generale, caratterizzato dall’uso sempre più massiccio dell’artiglieria da entrambe le parti.

Con il protrarsi delle ostilità, per Kiev il sostegno dei paesi occidentali si fa sempre più cruciale. Il 10 maggio il presidente statunitense Joe Biden ha firmato una legge che permetterà di accelerare le forniture militari, e la camera dei rappresentanti ha approvato il suo piano di aiuti da quaranta miliardi di dollari. L’Unione europea invece non è ancora riuscita a trovare un accordo sul sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia, che dovrebbe includere anche il blocco delle importazioni di petrolio russo. L’Ungheria infatti continua a opporsi, nonostante abbia ottenuto una proroga fino alla fine del 2023. L’11 maggio le autorità ucraine hanno ridotto per la prima volta dall’inizio della guerra il transito del gas russo verso l’Europa. Secondo alcuni si tratta di un modo per aumentare le pressioni sui paesi europei e accelerare l’approvazione di nuove sanzioni. ◆


Per quanto riguarda l’equipaggiamento bellico, la situazione fa ben sperare: molti mezzi e strumenti sono stati rubati e i soldati devono accontentarsi di razioni scadute. In due mesi di guerra i russi non sono riusciti a prendere neanche una delle maggiori città ucraine; hanno bombardato selvaggiamente Mariupol, riducendola a un cumulo di macerie, senza però riuscire a far cedere i suoi difensori.

Per molti russi la parola vittoria ha ormai un sapore amaro. E la delusione è sempre più diffusa. La campagna di Putin mette in difficoltà anche la macchina propagandistica: come giustificare le tante bare con dentro giovani russi che hanno dato la vita per obiettivi sempre più discutibili? Sui social network si legge che “c’è odore di febbraio 1917”, la data della rivoluzione che portò al crollo del regime zarista. Gli ucraini, invece, devono le vittorie al loro coraggio e al sostegno di quasi tutto il mondo. I militari di Mosca reagiscono con crescente ferocia contro la popolazione civile, facendo inorridire lo stesso popolo russo, che si chiede come sia possibile essere capaci di azioni così brutali. La mia risposta è che queste cose fanno parte di noi russi dalla notte dei tempi. Già nel medioevo russo, alla metà del cinquecento, Ivan il Terribile governava il paese come un occupante, grazie a suoi spietati opričniki . Nel 1570 intraprese una spedizione punitiva contro Novgorod, vicina all’occidente e con un sistema amministrativo quasi democratico: fece impiccare i suoi cittadini benestanti e le loro famiglie, e svuotò le casse della città. Dopo il suo passaggio, Novgorod era distrutta e lastricata di cadaveri. Sulla via del ritorno le truppe dello zar si dedicarono al saccheggio delle campagne, depredando e bruciando villaggi, uccidendo animali e contadini. Era una vera e propria tattica bellica.

In Russia non c’è mai stata una presa di coscienza sul sistema dell’opričnina, che non è mai stato condannato ufficialmente: è entrato invece a far parte del rimosso collettivo, dell’inconscio popolare dei russi, dov’è rimasto fino a oggi. La brutalità delle truppe russe in Ucraina non deve sorprenderci: in ogni soldato di Putin si è risvegliato un opričnik che vede nell’Ucraina un traditore, da trattare come vanno trattati i traditori. A Buča, dove sono stati uccisi decine di civili pacifici, un soldato occupante ha lasciato una scritta sulla parete di un appartamento: “Chi vi ha dato il permesso di fare la bella vita?”. Ecco qui: l’opričnina è viva.

Dietro la maschera

Sono ventidue anni che l’occidente si chiede chi sia Putin. Oggi finalmente comincia a capire con chi ha a che fare. Per questo sostiene l’Ucraina. Meglio tardi che mai. Ma chi è veramente l’uomo che ha imposto all’Europa del ventunesimo secolo una guerra insensata e sanguinaria? Nel 1967 Larry Peerce ha girato New York: ore tre - L’ora dei vigliacchi. Nel film, su un vagone della metropolitana di New York due balordi si mettono a importunare i viaggiatori, che cercano di non reagire fino alla prima fermata utile per scendere. Ma proprio perché nessuno prova a fermarli, i due si fanno sempre più arroganti e passano alla violenza fisica. Peerce ci mostra la psicologia di un teppista di strada, che si spinge fino a dove gli altri gli permettono di spingersi: il film finisce quando un uomo decide di opporsi da solo ai due teppisti, mettendo fine alla violenza.

Le prime scuole che Putin ha frequentato sono state la strada e la palestra di judo; poi il Kgb, ambiente noto per il suo cinismo e la sua crudeltà. Nei confronti dell’occidente Putin si comporta come un teppista: odia la democrazia e la sua trasparenza. Cresciuto in un ambiente svantaggiato, non sopporta gli studenti intelligenti e ben vestiti. È un odio che ha nel sangue. Cresciuto in una famiglia operaia, e formatosi negli anni novanta alla scuola del capitalismo criminale, grazie a una straordinaria serie di eventi è arrivato al vertice di un gigantesco paese dal passato totalitario. In vent’anni ha dimostrato all’occidente il suo disprezzo in ogni modo possibile e immaginabile. E l’occidente, educatamente, ha distolto lo sguardo, si è nascosto dietro al giornale, come i passeggeri della metropolitana di New York. L’invasione della Georgia, l’annessione della Crimea, la guerra nell’est dell’Ucraina, la sospensione delle libertà democratiche in Russia, la persecuzione dei dissidenti, l’assassinio degli oppositori politici: Putin ha fatto tutto questo senza incontrare ostacoli.

Solo ora, con la guerra spietata che ha scatenato nel cuore dell’Europa, è riuscito a strappare l’occidente dal suo torpore. Per gli europei questa guerra è una sfida ai loro princìpi, alle fondamenta del loro mondo. I leader occidentali hanno capito che Putin non ha attaccato solo l’Ucraina, ma tutto l’occidente. Finalmente hanno aperto gli occhi. E hanno riversato sulla Russia un’ondata di sanzioni senza precedenti.

L’Ucraina combatte per il proprio futuro e per quello dell’Europa. Ogni europeo dovrebbe esserne consapevole. Se l’Ucraina dovesse soccombere, le forze oscure del passato avrebbero l’occasione di imporre all’Europa una trasformazione radicale che porterebbe con sé lo spirito di un nuovo medioevo, distruggendo l’economia e la fibra morale del continente. Se invece vincesse, crollerebbe l’intero sistema putiniano, la piramide di potere che il presidente russo ha eretto negli ultimi ventidue anni. L’Europa deve aiutare l’Ucraina a vincere. L’Europa deve difendere l’Europa. ◆ sk

Vladimir Sorokin è uno dei più importanti scrittori russi contemporanei. È nato a Mosca nel 1955. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Manaraga. La montagna dei libri (Bompiani 2018).

Questo articolo è uscito sul numero 1460 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati