Sembra strano, ma nelle ultime settimane a Mosca regna una certa quiete. I rumori a cui eravamo abituati, le battute e le conversazioni sono svaniti nel nulla. Non ci sono più feste aziendali, ricevimenti nelle ambasciate o vernissage privati, e neanche gli eventi in cui si poteva fare qualche domanda a quattr’occhi a funzionari e giornalisti. A questo si aggiunge una disastrosa mancanza di informazioni, anche se, a quanto pare, in questi due mesi sono nati un sacco di nuovi canali Telegram e YouTube. Ma ovunque ci sono le stesse facce e le stesse informazioni incoerenti, che nessuno verifica.

Uno dei pochi vantaggi di vivere a Mosca è l’opportunità di poter incontrare le persone. Magari in un ristorante o in un parco pubblico. Le figure influenti che accettano di parlare sono poche: tutti hanno paura non solo di rispondere ai messaggi in chat, ma anche di essere visti in luoghi pubblici. Tuttavia, ci sono delle eccezioni. Poi ci sono i funzionari in pensione, gli ex uomini dei servizi di sicurezza diventati imprenditori, i medici, gli amici che si sono accorti di essere stati derubati e messi alla porta, nonostante la loro fedeltà al partito al potere, Russia unita.

I funzionari pubblici

Secondo le fonti con cui ho parlato, i funzionari pubblici si distinguono in due categorie: quelli puri, convinti di ciò che fanno, e gli altri. I primi sono gli uomini in uniforme, per lo più dell’Fsb, il servizio di sicurezza federale. Prendono le decisioni, puniscono, sono temuti. I secondi sono tutti gli altri. Ma anche tra loro ci sono differenze. Ci sono i galoppini, che oggi sono in gran parte gli ideologi dell’amministrazione presidenziale: prendono gli ordini dall’Fsb e obbediscono.

Un ruolo speciale spetta invece agli economisti del governo, che stanno cercando di salvare l’economia dalle sanzioni. Il loro compito, però, è disperato: il 70 per cento dei beni prodotti in Russia ha almeno un componente importato e impossibile da sostituire. Nel governo, racconta un ex alto funzionario, oggi finanziere, ci sono continue riunioni sul tema. Arriva il direttore di un’azienda aeronautica. I motori dei suoi aerei sono importati. Promette di poterli costruire da solo, ma gli servono soldi e due anni di tempo. Tra gli esperti di economia del governo “non ho incontrato nessuno che sostenga la guerra. Ora però tutti pensano a come arrangiarsi”, dice il finanziere.

Un altro alto funzionario si chiede dove potrebbe emigrare. È inorridito dalla guerra ed è uno dei pochi burocrati non ancora colpiti dalle sanzioni: sa che non gli permetteranno di lasciare il paese.

Una cosa è evidente: tutti stanno cercando una via d’uscita. “Al 90 per cento dei funzionari pubblici quello che sta succedendo non piace affatto. Ma tutti hanno paura di parlare. E cercano di adattarsi”, afferma un medico di una clinica privata di Mosca che ha molti pazienti importanti.

“Gli unici a sapere dell’‘operazione speciale’ erano i siloviki, gli uomini dei servizi di sicurezza. Neanche il premier Michail Mišustin e la governatrice della Banca centrale russa Elvira Nabiullina ne erano al corrente”, dice una fonte interna al governo. “Durante l’ormai celebre consiglio di sicurezza del 21 febbraio era chiaro che i più informati erano contrari all’‘operazione speciale’”, dice un generale in pensione. Poi elenca quelli che, pur timidamente, hanno cercato di esprimere dei dubbi: il premier Mišustin, il segretario del consiglio di sicurezza Nikolaj Patrušev, il capo negoziatore degli accordi di Minsk Dmitrij Kozak e il direttore del servizio d’intelligence estero Sergej Naryškin.

I siloviki

Nessuno può dire con certezza cosa stia succedendo all’interno dell’apparato che controlla il potere in Russia, cioè l’Fsb e le altre agenzie di sicurezza: i cosiddetti siloviki. Neanche qui ci sono posizioni univoche, mi dicono alcuni generali. Prima dello scoppio della guerra, una fonte interna aveva avvertito gli Stati Uniti e l’Ucraina. “Non so se nell’Fsb è in corso un’epurazione, ma sicuramente c’è un’indagine di natura politica. Si cercano i traditori”, dice la mia fonte. Nessuno, però, conferma le voci sull’arresto di una ventina di generali. Molti dicono che tra servizi di sicurezza ed esercito qualcuno dovrà fare da capro espiatorio per “il fallimento della prima fase dell’operazione”.

Un giovane in divisa chiama Putin “nonnetto” e dice che è ora che vada in pensione. Ma poi comincia a ringhiare: “Possiamo anche arrivare di nuovo fino a Berlino, se questi bastardi non la smettono di cacciare i ragazzi russi da scuole e università occidentali”.

I giovani sono arrabbiati. I risparmi accumulati sono stati congelati dalle sanzioni. Molti avevano investito in criptovalute, ma i loro portafogli sono stati tagliati fuori dalle piattaforme per gli scambi di monete digitali. Trasferire soldi dalla Russia è sempre più difficile, così è diventato impossibile pagare le rate degli investimenti immobiliari esteri. Ma una via d’uscita è stata trovata: il ricorso all’oro, di cui la Russia ha grandi riserve. Il limite per l’esportazione di beni è di diecimila dollari per i contanti e di settantamila per l’oro. I lingotti sono venduti negli Emirati Arabi Uniti, dove c’è un mercato che permette di aggirare gli ostacoli imposti da sanzioni e banca centrale russa.

I lealisti

“Avevo quasi lasciato Russia unita, stavo per andare a sbattergli la tessera in faccia”, dice un ex funzionario che chiameremo Kirill. “E perché non l’ha fatto?”, gli chiedo. “Sa com’è, mi hanno chiamato e mi hanno detto che mi avrebbero arrestato”. Ma Kirill è furioso: la guerra in Ucraina, o meglio le sanzioni occidentali, lo hanno rovinato. Nel 2019, racconta, lo stato aveva invitato i cittadini più ricchi a investire nell’economia nazionale. La lotta alla fuga di capitali; il divieto di andare all’estero per siloviki, giudici, pubblici ministeri; la necessità di riciclare i proventi della corruzione; e infine il banale bisogno di denaro (che, come abbiamo scoperto in seguito, sarebbe servito a finanziare la guerra in Ucraina): tutto questo ha spinto le autorità a creare dei fondi comuni d’investimento. “Ci hanno convinto a dargli i nostri soldi con la scusa del patriottismo”. Le principali banche russe si sono dotate di questi strumenti e per attirare clienti hanno fatto leva su titoli di società ad alta capitalizzazione e rendimenti molto elevati. C’era un solo inconveniente: il denaro doveva essere depositato per tre anni. Prelevandolo prima, si pagava il 13 per cento di tasse. Poi è arrivato il 24 febbraio 2022. “Kiev è stata bombardata, ci hanno detto che era cominciata la guerra”, dice Kirill. Le banche statali sono state tra le prime a essere sanzionate, seguite da quelle commerciali. E i fondi comuni di investimento hanno smesso di esistere. O meglio, esistono ancora, ma con il piccolo particolare che in Russia non c’è un mercato azionario, il che significa che il valore delle azioni è sconosciuto e che gli investimenti in titoli esteri sono stati congelati. Così, quando Kirill è andato in banca, ha scoperto che i suoi soldi erano scomparsi.

Nelle tre o quattro principali città russe ci sono più di sette milioni di persone nella situazione di Kirill. È la classe medio-alta putiniana. Sei mesi prima della guerra uno di loro mi aveva detto: “Tu e gli oppositori come Aleksej Navalnyj combattete contro i mulini a vento. A noi della classe media va tutto bene. Putin ci fa guadagnare. E pazienza se le elezioni sono fasulle, tanto con quelle non si mangia”.

Queste persone hanno figli che frequentano scuole private e poi vanno nelle migliori università europee, fanno le vacanze all’estero e si possono permettere vestiti e ristoranti di lusso. A che servono le elezioni libere quando hai Chanel e Louis Vuitton?

Nessuna delle mie fonti ha espresso un argomento che giustifichi questa lealtà al potere. Sono opportunisti che considerano il sostegno al regime come uno strumento per arricchirsi. Ma a differenza della crisi del 1998, non si vedono vie d’uscita dalla situazione attuale. Le cose possono solo peggiorare. I burocrati, i siloviki e i lealisti che sono diventati quasi degli oppositori sperano in un’inversione di rotta. Di sicuro leggono con attenzione le notizie dal fronte. Quando capiranno che la vita che si erano costruiti è finita? Che la catastrofe che ha distrutto il loro futuro ha nome e cognome? Certo, su questo ci sono posizioni diverse. Ma persone pronte a sacrificarsi per l’espansione dell’impero russo non ne ho ancora incontrate. ◆ ab

Evgenija Albats è una delle più importanti giornaliste russe. Dirige il giornale indipendente online The New Times.

Questo articolo è uscito sul numero 1460 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati