Cos’è successo all’efficienza e alla capacità organizzativa del Partito comunista cinese (Pcc), tanto celebrate dai suoi dirigenti e continuamente sbandierate al resto del mondo?

È una delle domande ricorrenti tra gli investitori esteri, rimasti sconvolti dal cao­s in cui è piombato il paese dopo l’improvvisa decisione di abbandonare la politica “zero covid” all’inizio di dicembre. La Cina è stata l’ultima delle grandi economie a togliere le limitazioni decise per controllare la pandemia. Ha avuto quasi tre anni per osservare gli altri paesi e prepararsi, ma i fatti dell’ultimo mese dimostrano una terribile incapacità di pianificazione, cordinamento e comunicazione. Le testimonianze dirette e i video diffusi online provano l’inadeguatezza del piano d’azione messo in campo dal partito: gli ospedali sono in affanno, la mortalità tra gli anziani è in crescita, i farmaci scarseggiano e gli obitori sono pieni.

Eppure la Cina è famosa proprio per la sua capacità di progettare il futuro e sembra avere un piano praticamente per tutto. Un esempio lampante sono i piani quinquennali in politica economica, che confermano la capacità cinese di raggiungere gli obiettivi prefissati. Da quando è salito al potere nel 2012, il presidente Xi Jinping ha continuamente esortato i funzionari a prevedere i rischi e gli scenari peggiori, e a preparare programmi di emergenza sia per le minacce imprevedibili, chiamate “cigni neri”, sia per quelle prevedibili ma ignorate, i “rinoceronti grigi”. E allora perché stavolta la Cina è così impreparata?

Indietro tutta

Molti analisti erano convinti che la riapertura sarebbe stata graduale, in modo che il rinnovo della classe dirigente del paese (un processo che avviene ogni cinque anni) si svolgesse senza intoppi. Nel ventesimo congresso del Pcc a ottobre, Xi si è assicurato un terzo mandato alla guida del partito, portando in posizioni di primo piano i suoi uomini di fiducia. Ma il ciclo politico non è finito. Si concluderà a marzo, quando l’assemblea nazionale del popolo, l’organo legislativo cinese, confermerà Xi Jinping presidente della Repubblica popolare e approverà la formazione di un nuovo governo.

È opinione diffusa che Pechino sia stata costretta a riaprire a causa delle proteste senza precedenti alla fine di novembre. In realtà le manifestazioni sono state solo la miccia: di fondo i leader cinesi hanno finalmente compreso la portata devastante della politica zero covid sull’economia.

Molti uomini d’affari e funzionari si sono spesi in prima persona per far tornare il paese alla normalità. Sembra che il nuovo segretario del partito nel Guangdong, Huang Kunming, abbia rivolto un appello personale a Xi sull’urgenza di abbandonare le restrizioni. Huang, fino a ottobre ministro per la propaganda, è uno dei più stretti alleati di Xi e il Guangdong è uno dei centri economici più importanti del paese, e contribuisce a un quarto delle esportazioni totali. Anche Terry Gou, amministratore delegato della Foxconn, l’azienda taiwanese di componenti elettronici che rifornisce la Apple e dà lavoro a centinaia di migliaia di operai nei suoi impianti di assemblaggio in Cina, avrebbe scritto una lettera rivolta ai vertici del partito per dire che la politica zero covid minacciava la posizione del paese nella filiera globale.

Ma questo non basta a spiegare l’impreparazione cinese. Come già osservato in altri paesi, prima di allentare le restrizioni è fondamentale vaccinare le fasce più vulnerabili della popolazione. In Cina, però, questo processo è lento e disordinato perché le persone anziane sono anche quelle più diffidenti verso il vaccino.

In questa occasione anche la macchina della propaganda ha fallito. Non è riuscita a spiegare l’improvvisa inversione di rotta decisa dal governo, lasciando le persone confuse e arrabbiate. L’argomentazione migliore proposta dai funzionari è che le misure draconiane applicate nel paese, di fatto isolato dal resto del mondo per tre anni, sono servite a guadagnare tempo prezioso per 1,4 miliardi di persone. Le ultime varianti di omicron possono essere molto contagiose, ma sono meno letali. Solo fino a un mese fa, però, i mezzi d’informazione ufficiali avvertivano che il virus era un pericolo mortale. Poi hanno cercato di far sembrare che la riapertura nel cuore dell’inverno, quando le infezioni respiratorie sono più diffuse, fosse stata una scelta pianificata e ponderata.

Senza una guida

Basta un esempio per illustrare l’impreparazione del partito: fino alla vigilia di Natale la commissione cinese per la sanità ha diffuso bollettini fuorvianti, con numeri così bassi da rasentare il ridicolo (appena quattromila nuovi casi al giorno); il 25 dicembre ha deciso d’interrompere del tutto la pubblicazione dei dati sui contagi. Ma le stime interne della commissione dicono che al 21 dicembre quasi duecentocinquanta milioni di persone potevano aver contratto il covid.

Potrebbe volerci del tempo per capire cosa sia successo. Ma la mancanza di linee guida precise potrebbe essere dovuta al fatto che il ciclo politico è ancora in corso. Per i funzionari uscenti ancora in carica è più conveniente non prendere l’iniziativa, mentre quelli scelti dal congresso di ottobre hanno le mani legate fino a marzo. Di certo nell’orizzonte della Cina c’è solo l’ineluttabilità di un circolo vizioso: le aperture hanno generato il caos che, a sua volta, porterà a controlli più severi. ◆ gim

Wang Xiangwei vive a Hong Konged è l’ex direttore del South ChinaMorning Post.

Da sapere
I dati mancanti

◆Il 23 dicembre 2022 la commissione cinese per la sanità ha riportato 1.698 nuovi casi di covid-19, poi ha smesso di aggiornare i dati. Un documento emesso il 25 dicembre dall’Amministrazione nazionale per il controllo e la prevenzione delle malattie afferma invece che il 17,6 per cento dei cinesi, circa 248 milioni di persone, è stato infettato tra il 1 e il 20 dicembre. Sarebbero inoltre state completate 1.100 sequenze genetiche del virus senza riscontrare nuove varianti. L’8 gennaio Pechino eliminerà la quarantena per i viaggiatori che entrano nel paese. Nel frattempo molti stati hanno reintrodotto l’obbligo di tampone per i viaggiatori provenienti dalla Cina. Asia Times


Questo articolo è uscito sul numero 1493 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati