Zhang Jun è stato fortunato. Cacciato dalla sua casetta in affitto nella zona est di Pechino, questo elettricista originario della provincia orientale dell’Anhui è riuscito a trovare un appartamento nello stesso quartiere. Come altre decine di migliaia di lavoratori immigrati nella capitale dalle zone rurali, è stato costretto a lasciare la sua casa il 1 dicembre. Quel giorno, nell’ambito di una campagna per eliminare dalla città le “strutture illegali”, le autorità hanno tagliato acqua ed elettricità incuranti delle temperature polari. L’operazione è stata lanciata dopo che 19 persone, tutte immigrate, sono morte in un rogo nel distretto di Daxing, alla periferia di Pechino.

Oggi Zhang ha affittato una nuova casa per mille yuan (circa 130 euro) al mese. Invece Zhou Xiaoyun, che da dieci anni vende ravioli al vapore, frutta e verdura a Daxing, ha faticato molto per trovare un nuovo appartamento per lei e la famiglia e un nuovo posto dove lavorare. Molti quartieri della città abitati dagli immigrati sono stati già “ripuliti”. Xinjian, un villaggio nel distretto di Daxing, è stato raso al suolo in una settimana, e gli edifici non sicuri sono stati sgomberati e sigillati. Chi ci viveva si è ritrovato all’improvviso per strada, qualcuno è rimasto sperando di trovare un altro posto a un prezzo abbordabile, altri invece, dopo anni nella capitale, dovranno lasciarla.

Distretto di Daxing a Pechino, Cina, 4 dicembre 2017 (Kevin Frayer, Getty Images)

Per i prossimi mesi gli economisti prevedono un esodo di lavoratori migranti da Pechino, con pesanti conseguenze sul costo della vita in città. Da quando sono cominciati gli sfratti, il prezzo degli affitti è aumentato. Una stanza senza riscaldamento oggi può costare anche 800 yuan (100 euro). “Un appartamento con due camere può passare da un giorno all’altro da 2.800 a 3.300 yuan (da 360 a 422 euro)”, racconta un agente immobiliare di Daxing.

Gli sfratti e le demolizioni hanno provocato un’ondata di solidarietà verso i lavoratori migranti di Pechino. Più di cento accademici cinesi hanno firmato una lettera in cui chiedono alle autorità di fermare questi provvedimenti. Anche i mezzi d’informazione statali, compresi il Global Times e il Quotidiano del Popolo, vicini al governo, hanno criticato l’operazione.

Una settimana dopo l’inizio degli sgomberi, di fronte alle pressioni crescenti, il capo locale del Partito comunista, Cai Qi, ha annunciato che agli inquilini sarebbe stato concesso più tempo per prepararsi allo sfratto. Il governo è intervenuto per sottolineare che la campagna di sfratti punta a migliorare la sicurezza e non a cacciare i lavoratori più poveri. È una risposta a chi accusa il governo di sfruttare la situazione per ridurre la popolazione di Pechino, cosa che sta cercando di fare dal 2014 allontanando dalla capitale fabbriche, scuole e mercati. La strategia sembra funzionare: nel 2016 il numero di lavoratori migranti residenti a Pechino da più di sei mesi è calato per la prima volta in vent’anni, scendendo a 8 milioni, 150mila in meno rispetto al 2015. Pechino vuole fissare un tetto di 23 milioni di abitanti a partire dal 2020, per cercare di trasformare la sovraffollata capitale, che si espande in modo incontrollato, in una città vivibile, cosmopolita e meno inquinata.

Impatto negativo

Secondo Chen Zhiwu, direttore dell’Asia global institute dell’università di Hong Kong, almeno nel breve periodo la campagna di sfratti avrà un “impatto enorme, globale e negativo” sulla città. “I lavoratori migranti danno un enorme contributo a Pechino e all’intero paese. Senza di loro la città non può funzionare e ci sarà un improvviso aumento del costo della vita”, ha detto Chen. Nel 2016 il pil della capitale è cresciuto del 6,7 per cento, arrivando a 2.500 miliardi di yuan (circa 320 miliardi di euro), grazie soprattutto al settore bancario, e delle assicurazioni e alle aziende tecnologiche. Anche se la maggior parte degli otto milioni di migranti che vivono nella capitale non occupa le fasce più alte nel mercato del lavoro, contribuisce all’economia della città fornendo i servizi di base.

Per l’economista Hu Xingdou del Beijing institute of technology la spietata campagna per cacciare i migranti si potrebbe ritorcere contro il governo. “Stanno costruendo una fortezza come Pyongyang, la capitale nordcoreana, dove vivono solo i ricchi. Ma questa separazione non risolverà il problema delle crescenti disuguaglianze economiche in Cina, e provocherà disordini sociali”, ha detto Hu. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1235 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati