Combattenti arabi palestinesi, novembre 1938. L’immagine è stata ritrovata sul corpo di uno dei leader della rivolta araba. (Popperfoto/Getty Images)

Il caos in Medio Oriente è figlio anche di Lawrence d’Arabia 

Combattenti arabi palestinesi, novembre 1938. L’immagine è stata ritrovata sul corpo di uno dei leader della rivolta araba. (Popperfoto/Getty Images)
06 giugno 2016 16:23

Sullo sfondo del vasto, orrendo panorama della prima guerra mondiale era solo un dettaglio. Lontano dai campi della Francia, il principale teatro bellico, alcune centinaia di beduini operavano dietro le linee nemiche, appoggiando la campagna britannica contro l’impero ottomano. T.E. Lawrence, il funzionario dell’intelligence britannica che dirigeva i loro attacchi contro le linee di rifornimento ottomane, li chiamava “un evento secondario di un evento secondario”.

Eppure, a distanza di un secolo, la rivolta araba continua a catturare l’immaginazione. Solo quest’anno ha ispirato numerosi documentari, libri e mostre, e perfino uno scavo nel deserto in stile archeologico a caccia di souvenir. La Giordania ricorda il centenario con una festa nazionale.

Una nuova rappresentazione teatrale, Lawrence after Arabia, sta registrando il tutto esaurito a Londra; un’altra è in fase di produzione. Agli occhi degli ammiratori dell’epoca, le ultime cariche di cavalleria della storia in mezzo alle dune rappresentavano un eroico e romantico diversivo da quattro anni di massacri globali. La loro causa, la liberazione araba dall’oppressione turca, offriva un momentaneo senso di chiarezza morale a un mondo devastato dalla guerra che sembrava aver smarrito la via. Secondo i suoi detrattori, le macchinazioni del Regno Unito spazzarono via secoli di stabilità mediorientale sotto il dominio ottomano, sprofondando la regione in un caos dal quale non si è ancora ripresa.

Il Regno Unito aveva aizzato i beduini contro i dominatori sunniti promettendo le stesse terre anche ai francesi e agli ebrei

Il 5 giugno 1916 Sharif Hussein bin Ali, l’emiro ottomano alla Mecca, si ribellò ai suoi padroni e attaccò la guarnigione turca a Medina. Nella dichiarazione di guerra che seguì, il sovrano hascemita dichiarò che la sua lotta non era contro il sultano ottomano, che per mezzo millennio aveva governato un impero multinazionale che comprendeva gran parte del Medio Oriente, ma contro i nazionalisti e gli oppressori turchi che avevano assunto il controllo di Istanbul.

Man mano che i suoi figli – Ali, Abdullah e Faisal – si spingevano a nord, le sue ambizioni crescevano. Si proclamò primo re dell’Hegiaz, nell’ovest della penisola araba, e in seguito, quando le sue truppe irregolari avanzarono nella Mezzaluna fertile, re degli arabi. Un anno dopo, le sue truppe cammellate conquistarono il porto ottomano di Aqaba, all’estremità del mar Rosso. Nell’ottobre del 1918 raggiunsero Damasco, congiungendosi alle truppe britanniche che marciavano dalla Palestina per incalzare la ritirata dei turchi dal mondo arabo.

Quel momento segnò l’apice di una collaborazione che sparì presto. Il Regno Unito aveva aizzato i beduini contro i loro dominatori sunniti con grandi quantità di oro, armi, addestramento e prestigio, ma soprattutto con la promessa che avrebbero ereditato le terre lasciate dagli ottomani. Ma aveva promesso gran parte dello stesso territorio anche ai francesi e agli ebrei, oltre a nutrire le proprie aspirazioni territoriali.

La spartizione delle terre

Quando finì l’interesse dei britannici nel sottomettere arabi, gli hascemiti persero in rapida successione le tre città più sacre dell’islam – La Mecca, Medina e, dopo un breve mandato dal 1948 al 1967, la città vecchia di Gerusalemme. Persero anche le terre più preziose: la Siria nel 1923 (passata ai francesi), l’Hegiaz nel 1926 (passata ai Saud) e l’Iraq nel 1958 (passato alle forze repubblicane). La groppa quasi completamente arida della Giordania, governata dal bis-bis-bisnipote di Sharif Hussein, re Abdullah II, rappresenta il loro ultimo possedimento.

Nella tradizione araba, l’abbandono della rivolta araba da parte del Regno Unito incarna la perfidia di Albione. Il diplomatico britannico che disegnò la bandiera dell’indipendenza araba, Mark Sykes, si spartì quella stessa terra araba con la sua controparte francese, François Georges-Picot, dando vita ai mandati francese e britannico. La partizione lacerò quello che era stato il regno multiculturale e multi-confessionale degli ottomani.

Segnò la nascita di milizie su base etnica e confessionale in lotta tra loro per il controllo del Medio Oriente dopo il crollo degli ottomani. La rivolta araba consacrò inoltre la guerriglia come moderno strumento di cambiamento politico. Le tribù arabe rafforzate da combattenti stranieri, tra cui agenti francesi e britannici sotto copertura e soldati arabi provenienti fino dall’Algeria o dall’Iraq, depredarono le antiche città della regione.

Con le razzie ai danni di treni, ponti e ferrovie, il massacro piuttosto che la cattura dei prigionieri, il ricorso frequente al saccheggio, la lotta per il controllo della terra e il richiamo religioso, la rivolta araba condivide con l’attuale militanza islamista nella regione molti più elementi di quanto non si sia disposti ad ammettere. A distanza di un secolo, la battaglia per sostituire gli ottomani nel ruolo di arbitri regionali resta aperta. Per dirla con Howard Brenton, il drammaturgo di Lawrence after Arabia: “Viviamo nel caos che hanno lasciato”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo di N.B. è stato pubblicato sul sito del settimanale britannico The Economist.

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