Per molti sono da sempre sinonimo di libertà e prosperità, ma sotto l’amministrazione Trump gli insulti, le minacce e l’imprevedibilità hanno preso il sopravvento. In occasione del 250° anniversario della dichiarazione d’indipendenza statunitense, i giornalisti del Guardian in tutto il mondo raccontano come gli Stati Uniti sono percepiti all’estero
La Cina spera di eclissare il rivale
Amy Hawkins da Pechino
Sulle rive dei laghi centrali di Pechino, gli anziani della città si rilassano all’ombra dei salici. Alcuni nuotano, altri giocano a mahjong e un anziano gioca a freccette: freccette con le bandiere degli Stati Uniti e della Cina che competono per il centro del bersaglio.
La visione conflittuale delle relazioni tra Stati Uniti e Cina è tipica di persone come queste, che hanno vissuto la guerra fredda. Wen Feng, un pensionato di 60 anni, ha descritto gli Stati Uniti come un “piantagrane” – un punto di vista alimentato da anni di propaganda di stato che dipinge lo Zio Sam come una forza malvagia e ipocrita sulla scena mondiale.
Ciononostante, la ricchezza e l’abbondanza degli Stati Uniti hanno da tempo attirato anche i nazionalisti cinesi più accaniti. Per anni, le élite politiche e imprenditoriali – compreso il presidente cinese Xi Jinping – hanno mandato i propri figli a studiare lì.
In tutta la società cinese, un tempo tutti volevano una fetta del sogno americano. I dissidenti accorrevano negli Stati Uniti in cerca di libertà e democrazia, specialmente dopo la repressione dei manifestanti del 1989. Gli imprenditori hanno cercato opportunità quando la Cina si è aperta negli anni novanta ed è entrata a far parte dell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001. Per gli studenti più brillanti, studiare negli Stati Uniti – dove le università superano di gran lunga quelle cinesi e dove la libertà accademica è incoraggiata – era la scelta più naturale.
Nell’ultimo decennio, tutto questo è cambiato.
Donald Trump ha molte responsabilità. In entrambi i suoi mandati, ha usato l’economia statunitense come arma per imporre dazi pesanti, punendo i cinesi per quella che molti considerano una loro virtù: la capacità di produrre beni che i clienti statunitensi comprano. “I cinesi sono molto laboriosi. Siamo disposti a sopportare le difficoltà per guadagnare, a differenza degli americani”, ha detto Liu Cheng, 47 anni.
Ma non è solo Trump ad aver danneggiato la reputazione degli Stati Uniti in Cina. Dalla crisi finanziaria del 2008, l’idea predefinita che la vita negli Stati Uniti fosse migliore si è spostata.
Alimentati dai profili social di propaganda ma anche dalle loro esperienze personali, sempre più cinesi guardano agli Stati Uniti e vedono violenza armata, senzatetto, brutalità della polizia e populismo dilagante. Gli studenti cinesi vengono trattati con un crescente sospetto che a molti sembra razzista. Negli ultimi mesi, il termine kill line, usato per descrivere la precarietà della vita negli Stati Uniti, è diventato popolare sui social media cinesi.
Allo stesso tempo, la fiducia in se stessa della Cina è cresciuta. Il consumismo, un tempo una delle principali attrattive dell’Occidente capitalista, è il motore delle grandi città cinesi. È difficile trovare un prodotto che non possa essere consegnato a casa tua nel giro di pochi giorni, se non ore. L’economia cinese rimane afflitta da problemi: questa iper-convenienza è il risultato di un ecosistema spietatamente competitivo in cui i beni sono economici e veloci, ma i profitti minimi. Tuttavia, mentre gli Stati Uniti riflettono sui loro 250 anni di presunta grandezza, la Cina guarda avanti ai prossimi 250 anni e vede un paese diverso al vertice. ◆
Il Messico, troppo vicino
Oscar Lopez da Città del Messico
Una citazione attribuita Porfirio Díaz, dittatore del Messico tra fine ottocento e inizio novecento, riassume il rapporto complesso e spesso teso tra le due nazioni: “Povero Messico, così lontano da Dio, così vicino agli Stati Uniti”.
La vicinanza tra i due paesi ha reso le loro relazioni molto strette su commercio, immigrazione e gestione dei territori di confine. Nel 1846 le forze statunitensi invasero e occuparono il Messico, costringendolo alla fine a cedere più della metà del suo territorio.
La guerra messicano-americana è ancora ricordata con amarezza in Messico, e quest’anno Donald Trump ha toccato un nervo scoperto quando ha celebrato il conflitto come “una vittoria trionfale per la sovranità statunitense”. Quelle dichiarazioni erano una dimostrazione del suo atteggiamento brusco e spesso aggressivo nei confronti del vicino.
Per decenni il rapporto tra i due paesi è stato caratterizzato da cordialità e cooperazione, sul fronte sia commerciale sia della sicurezza. Ma con l’inizio del secondo mandato di Trump, gli Stati Uniti hanno cominciato a comportarsi come un bullo. Il primo giorno in carica, Trump ha firmato un ordine esecutivo che equipara i cartelli della droga messicani a organizzazioni terroristiche, aggiungendo: “Al Messico non piacerà”.
Mesi dopo ha iniziato a fare pressione sulla presidente messicana Claudia Sheinbaum perché permetta alle truppe statunitensi di entrare in Messico per combattere i cartelli, toccando un nervo scoperto in un paese che non ha mai dimenticato l’invasione del 1846.
Non sorprende che il gradimento degli Stati Uniti tra i messicani sia crollato: quasi sette persone su dieci vedono il loro vicino del nord in modo sfavorevole; durante il mandato di Joe Biden sei messicani su dieci avevano un’opinione favorevole degli Stati Uniti.
Le tensioni tra i due paesi sono diventate sempre più accese, soprattutto dopo che è emerso che agenti della Cia, i servizi segreti statunitensi, erano stati coinvolti in un’operazione contro il traffico di droga in Messico, all’insaputa del governo di Sheinbaum.
Qualche settimana dopo, il dipartimento di giustizia degli Stati Uniti ha incriminato dieci funzionari messicani, tra cui Rubén Rocha, il governatore dello stato di Sinaloa (dello stesso partito della presidente), per presunti legami con il narcotraffico. L’incriminazione è caduta come una bomba, spingendo Sheinbaum a ribadire con rabbia le richieste di proteggere la sovranità nazionale.
Trump “ha usato il Messico come un bersaglio da colpire a fini politici ed elettorali, ha diffamato gli immigrati messicani, ha trasformato l’interdipendenza tra i due paesi in un’arma e ha minacciato di ricorrere unilateralmente alla forza”, dice Arturo Sarukhan, ex ambasciatore messicano a Washington. Questo è “il momento peggiore nelle relazioni tra Messico e Stati Uniti nella storia moderna”.
Nel frattempo, anche le decisioni di Trump in politica interna hanno messo in discussione l’idea degli Stati Uniti come “terra della libertà”, soprattutto la brutale repressione contro gli immigrati, che ha portato a decine di migliaia di arresti.
Luis Roberto García, 63 anni, è emigrato negli Stati Uniti dal Messico nel 2006, convinto di andare in “un paese pieno di opportunità”. Si è costruito una vita ad Austin, in Texas, lavorando come falegname e addetto alle pulizie.
Ma qualche mese fa è stato arrestato all’improvviso ed espulso in Messico. Per lui, e per tanti altri immigrati negli Stati Uniti, la promessa del sogno americano è andata in Deepa Parent si occupa di Iran per il Guardian.
“A poco a poco va in pezzi”, ha detto. “Svanisce”. ◆
Ammirazione, rabbia e dolore in Iran
Deepa Parent
“Penso spesso a Central park, a New York”, dice Ali, uno studente di Teheran. “Che sensazione paradisiaca deve essere fare jogging dove le famiglie si riuniscono per i picnic, i cuccioli giocano a riportare la pallina e gli innamorati si incontrano per la prima volta”.
Fa una pausa. “Poi lo confronto con Teheran. Che bello sarebbe avere tutto questo senza paura dei blackout di internet o dei posti di blocco con guardie armate”.
Ali si sente tradito da Trump, che aveva promesso ai manifestanti iraniani che “gli aiuti stanno arrivando”, ma poi sembra aver perso interesse nella loro causa mentre scatenava un conflitto che ha ucciso più di 3.300 persone nel paese e ha provocato ripercussioni in tutto il mondo. Ma come molti iraniani – qualunque sia la loro opinione sul governo – Ali continua a seguire la cultura pop e i programmi d’intrattenimento che arrivano dagli Stati Uniti.
“Il tradimento che provo non ha nulla a che vedere con l’hip-hop che ascolto o con le sitcom che mi piacciono”, aggiunge.
In Iran l’atteggiamento nei confronti degli Stati Uniti è diventato più complesso e meno prevedibile. Le persone si descrivono come intrappolate tra uno stato repressivo in patria e una superpotenza all’estero.
“La mia idea degli Stati è cambiata nel tempo”, dice Soroush (non è il suo vero nome), un imprenditore di Teheran. Prima di Trump credeva che la diplomazia potesse portare a una pace duratura, basandosi sull’accordo del 2015 per porre dei limiti al programma nucleare iraniano.
Ora crede che Trump abbia fatto bene a ritirarsi da quell’accordo. “Questo regime ha usato ogni singolo dollaro derivante dall’alleggerimento delle sanzioni e l’ha investito in missili e droni, senza nessuna considerazione per il proprio popolo”, dice Soroush.
Per l’attivista ed ex prigioniero politico Pouran Nazemi, il punto centrale non è l’ideologia ma le sopravvivenza.
Gli iraniani sono sempre più schiacciati tra la repressione interna e la pressione esterna, e sono i civili a subirne le conseguenze, dice Nazemi, indicando i recenti attacchi a due impianti idrici nel sud dell’Iran.
“Qualunque siano le controversie politiche, i civili non dovrebbero mai pagarne il prezzo”.
Se c’è stato un evento che ha messo a nudo il costo umano della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, è stato l’attacco alla scuola di Minab, che ha ucciso più di cento bambine. Il padre di una delle vittime ha rivolto un messaggio non a Trump ma a tutti gli statunitensi: “Chiedetegli – la sera quando va a dormire o quando vede i suoi figli e nipoti – se prova un po’ di senso di colpa”.
Queste opinioni suggeriscono che l’immagine degli Stati Uniti in Iran non sia né coerente né univoca, ma tenga insieme l’ammirazione per la cultura americana, la rabbia verso le sue politiche e il dolore legato alle conseguenze dei conflitti. ◆
Uno strano alleato per l’Ucraina
Shaun Walker, Kiev
Durante una visita a sorpresa a Kiev nel 2023, Joe Biden ha abbracciato il suo omologo ucraino Volodymyr Zelenskyy all’ombra delle cupole dorate della città.
La visita, mentre il brutale attacco aereo e terrestre della Russia entrava nel suo secondo anno, sembrava confermare che l’Ucraina – che dal crollo dell’Unione Sovietica aveva oscillato tra Occidente e Oriente – fosse finalmente saldamente schierata nel campo occidentale.
Per anni, la popolazione del paese era stata divisa tra chi vedeva gli Stati Uniti come un faro di democrazia e prosperità economica, come altri vicini post-comunisti, e chi invece voleva rimanere orientato verso Mosca. I funzionari statunitensi che hanno prestato servizio a Kiev negli anni novanta ricordano un’élite politica che sosteneva a parole le aspirazioni occidentali, ma era ancora radicata nell’eredità sovietica. In seguito, molti ucraini volevano una via di mezzo: buoni rapporti sia con l’Est che con l’Ovest. Ma l’equazione è cambiata radicalmente dopo il 2014, quando la Russia ha annesso la Crimea e scatenato il conflitto nel Donbas.
L’invasione su vasta scala del 2022 ha consolidato ulteriormente la situazione, forgiando un senso di identità nazionale ucraina molto più forte, con gli Stati Uniti come alleato principale – anche se molti a Kiev si sono lamentati del fatto che la Casa Bianca, temendo un’escalation, abbia ritardato i trasferimenti di armi.
Poi è arrivata la rielezione di Donald Trump, e tutti sanno come è andata a finire la storia da quel momento in poi. Un sondaggio Gallup pubblicato questa settimana ha mostrato che l’approvazione degli ucraini nei confronti della leadership statunitense è scesa dal 66 per cento nei mesi successivi all’invasione su vasta scala del 2022 ad appena il 7 per cento di oggi. L’istituto di sondaggi ha affermato che si tratta del calo più grande mai registrato nel sostegno agli Stati Uniti in due decenni di sondaggi condotti in 140 paesi.
Gli Stati Uniti sono ancora uno degli alleati più preziosi dell’Ucraina, se non altro per le informazioni di intelligence fondamentali che continuano a condividere con Kiev. Ma è un tipo di alleato davvero strano: uno che ha insultato il presidente del paese, sminuito le sue possibilità sul campo di battaglia e suggerito che fosse colpa dell’Ucraina se, in primo luogo, era “finita in guerra” con la Russia.
“Negli anni novanta, l’America sembrava un mondo da sogno”, ha detto Oleksandr, un ingegnere di 62 anni. “Ma ora, è difficile sapere più cosa pensare”.
Dopo quattro anni di guerra, l’Ucraina è ancora profondamente consapevole di aver bisogno del sostegno degli alleati per continuare a resistere all’assalto russo, ma ora sente che le risposte arriveranno più probabilmente dall’Europa.
“Mentre l’America sembra allontanarsi dalla nostra parte… guardiamo sempre più ai nostri vicini occidentali”, ha scritto il romanziere ucraino Andrei Kurkov. “Riusciranno a colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti? Non lo sappiamo… Tutto quello che possiamo fare per ora è sperare”.
I legami con Israele messi a dura prova
Emma Graham-Harrison da Gerusalemme
Questa settimana Israele ha ceduto agli Stati Uniti un lotto di terreno di pregio a Gerusalemme per costruire un nuovo complesso diplomatico. Washington ha pagato un affitto simbolico di 1 dollaro per il contratto di locazione di 99 anni su un terreno espropriato a proprietari palestinesi, tra i cui discendenti ci sono cittadini statunitensi.
L’accordo è “un riconoscimento della storia e una dichiarazione del nostro futuro comune”, ha detto il ministro degli esteri israeliano Gideon Sa’ar. “Il legame tra Israele e gli Stati Uniti è più forte di qualsiasi minaccia”.
La cerimonia era in netto contrasto con le notizie sugli attacchi – con tanto di insulti – rivolti da Donald Trump al primo ministro Benjamin Netanyahu a proposito delle guerre in Iran e in Libano; e anche con le accuse di tradimento rivolte agli Stati Uniti da politici e commentatori israeliani, furiosi per i negoziati con Teheran.
Ma ha anche ricordato i legami profondi che uniscono i due paesi, nonostante le tensioni attuali. Gli Stati Uniti sono stati il primo paese a riconoscere di fatto Israele nel 1948, diventando il suo alleato più importante.
Il sostegno di Washington si è manifestato in molti modi, dall’uso del veto al consiglio di sicurezza per proteggere Israele alle Nazioni Unite fino alla decisione di bombardare l’Iran.
L’Unione Europea è fondamentale per la salute economica di Israele, in quanto principale partner commerciale del paese e destinazione turistica più popolare, ma riceve molta meno attenzione a livello politico.
Netanyahu, che ha guidato il paese per gran parte degli ultimi tre decenni – ed è stato una forza politica dominante anche quando era all’opposizione – ha spesso basato la sua campagna elettorale sulla forza dei suoi legami con Washington.
È cresciuto in parte negli Stati Uniti, ha studiato e lavorato lì, ed è diventato cittadino naturalizzato prima di rinunciare al passaporto statuntiense per diventare un diplomatico israeliano.
Per decenni l’approccio di Israele alla politica estera nei confronti degli Stati Uniti si era basato sul coltivare legami con entrambi i partiti americani, con la motivazione che il rapporto doveva sopravvivere ai cambiamenti di amministrazione.
Netanyahu ha stravolto quell’approccio per stringere uno stretto rapporto personale con Trump. Ha accolto la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, nel 2017, come uno dei primi risultati concreti.
Gli attacchi congiunti contro l’Iran di quest’anno hanno forse segnato l’apice dell’influenza di Netanyahu alla Casa Bianca. La guerra ha avuto il sostegno di più del 90 per cento degli israeliani ebrei, in un clima di forte sentimento filo-americano.
La successiva decisione degli Stati Uniti di interrompere i bombardamenti e negoziare con Teheran è stata accolta con rabbia e incredulità in Israele, e anche da appelli per ridurre la dipendenza da Washington.
“Il trattamento freddo di Trump ci insegna una lezione strategica che avremmo dovuto imparare molto tempo fa: gli aiuti non stanno arrivando”, ha scritto Nadav Haetzni su Israel Hayom alla fine del mese scorso. “Solo la forza e l’autosufficienza garantiranno la nostra sopravvivenza”.
Israele potrebbe seguire questa strada, ma al momento la sua aviazione militare vola con caccia americani, i sistemi di difesa aerea statunitensi sono stati fondamentali per intercettare gli attacchi iraniani e il paese fa affidamento sui diplomatici statunitensi per la protezione nelle istituzioni internazionali. ◆
La Russia spera ancora in un accordo
Pjotr Sauer, corrispondente dalla Russia
Per generazioni di russi, gli Stati Uniti sono stati allo stesso tempo oggetto di ammirazione e risentimento, aspirazione e sospetto. I cittadini sovietici facevano la fila per ore davanti al primo McDonald’s di Mosca e facevano a gara per accaparrarsi i jeans Levi’s di contrabbando, mentre la propaganda di stato dipingeva gli Stati Uniti come i principali artefici dell’ingiustizia globale.
Questa contraddizione si è accentuata con Vladimir Putin al potere. Gli Stati Uniti uniti venivano descritti dalla televisione russa come una potenza ostile e in declino, ma erano ancora il posto dove molti membri dell’élite russa compravano case, mandavano i propri figli a studiare e investivano la propria ricchezza.
Poi Donald Trump è tornato al potere.
Per un po’ è sembrato che questo avrebbe smorzato la retorica del Cremlino. Improvvisamente gli Stati Uniti sono stati descritti meno come il cattivo e più come un potenziale partner. Al contrario, l’Europa veniva dipinta come il principale ostacolo alla pace e alla stabilità.
Il vecchio continente – in particolare la Gran Bretagna – è stato accusato di prolungare la guerra in Ucraina e di sabotare gli sforzi per migliorare i rapporti tra Mosca e Washington.
Putin ha usato toni cordiali nei confronti di Trump, esprimendo fiducia nel fatto che insieme avrebbero potuto dare alle relazioni tra Stati Uniti e Russia ”una nuova qualità”.
Per molti, il ritorno di Trump ha riacceso la speranza che la Russia venisse finalmente trattata non come uno stato canaglia ma come una grande potenza alla pari, libera di negoziare sfere d’influenza e di rimodellare l’ordine internazionale al fianco degli Stati Uniti.
Questo cambiamento si è riflesso nell’opinione pubblica russa. I sondaggi hanno mostrato che l’atteggiamento dei russi verso gli Stati Uniti è migliorato notevolmente dopo il ritorno di Trump, raggiungendo i livelli più positivi mai registrati da prima dell’invasione su larga scala dell’Ucraina.
Ma quando si è capito che l’amministrazione di Trump avrebbe mantenuto le sanzioni contro Mosca, continuato a vendere armi a Kiev e mostrato pochi segni di voler accettare le richieste fondamentali della Russia sull’Ucraina, l’entusiasmo ha cominciato a scemare.
Il ritorno di Trump non ha portato al grande accordo che molti russi speravano. Anzi, il presidente statunitense ha finito per essere proprio quella forza destabilizzante che Putin cercava da tempo di incarnare.
Washington ha dato il via a una guerra contro l’Iran e ha continuato a esercitare pressioni su altri partner di Mosca, tra cui Cuba e il Venezuela. L’amministrazione Trump ha anche rafforzato il proprio impegno in Armenia e Azerbaigian, una regione che la Russia ha tradizionalmente considerato parte della propria sfera d’influenza.
“Era come se il progetto di Putin di minare l’ordine mondiale venisse fatto a pezzi da uno sconvolgimento ancora più grande”, ha detto l’analista Hanna Notte.
Per i falchi russi, la conclusione era ovvia. “L’America non è un mediatore, ma un attore chiave nel campo nemico”, ha scritto Dmitri Trenin, influente commentatore di politica estera.
Putin sembra non voler rinunciare alla possibilità di un riavvicinamento. Ha telefonato a Trump per fargli gli auguri di compleanno e si è detto fiducioso che insieme possano portare le relazioni tra i due paesi a un nuovo livello.
Per ora il Cremlino continua a comportarsi come se il presidente degli Stati Uniti – le cui opinioni spesso sembrano plasmate dall’ultima persona con cui parla – potesse ancora essere convinto a vedere il mondo con gli occhi di Mosca. ◆
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