Due giorni nella vita di due persone innamorate. Il primo, quando tutto comincia, e l’ultimo, quando ci si lascia. A chi legge, la possibilità di immaginare cosa è successo in mezzo. In questa puntata: Mohamed, 35 anni.
Il primo giorno
“Ho deciso di mettere in pausa la mia omosessualità, scoperta qualche anno prima. Non la accetto, non riesco a gestirla. Non mi vedo gay per tutta la vita, anche se mi rendo conto che non potrò evitarlo. Sono il figlio modello di una famiglia di estrazione popolare, uno che ha avuto successo e vuole fare tutto bene. Non sono ancora pronto a dire alla mia famiglia che non voglio seguire la strada tracciata. Sto finendo i miei studi di ingegneria, ho molto da fare e mi sento solo. Inoltre, non è semplice porsi tutte queste domande in una facoltà così maschile, con amici uomini con cui è difficile confidarsi.
Per dimenticare mi rimbambisco di serie tv. Scrubs, Desperate housewives: nel mio piccolo appartamento nell’Île-de-France passo ore davanti al computer. Il gay che è in me è stanco di rimanere nell’armadio. Alla fine torno su un sito per conoscere gente, perché ho voglia di una relazione sentimentale e sessuale. Mi collego su PlanetRomeo, un sito che esisteva prima delle app di incontri. Un’interfaccia blu su cui pochi utenti mettono il loro volto. All’epoca tutto questo aveva più senso, si parlava di più prima di vedersi di persona.
Si chiama Arnaud, anche lui è ingegnere ed è un po’ più grande di me. Per parlare passiamo presto sulla chat di Messenger. Abbiamo una conversazione da postadolescenti, parliamo dei nostri studi, del fatto che nessuno sa della mia omosessualità. Il contatto funziona. Mi piace e insisto per vederlo. Lui mi precisa che, da parte sua, il suo obiettivo è più amichevole che amoroso.
Scendo dall’autobus a place de Clichy, lui è lì, la sua camicia non è un granché. Ho visto solo una sua piccola foto in miniatura. È carino ma banale, non è il tipo da ‘wow, che bel ragazzo’, ma mi piace. Passeggiamo per Montmartre, andiamo in un bar. Ho già avuto degli appuntamenti, ma quasi sempre a casa degli altri, mai fuori. È la prima volta che vedo qualcuno con cui posso stare insieme non solo per il sesso.
Mi dice che ha fatto coming out e che non vuole stare con un ‘gay alle prime armi’ che ha le idee confuse. La mia situazione lo mette a disagio, è un passo avanti a me. Mentre beviamo le nostre birre, mi rendo conto che tra di noi c’è al tempo stesso sintonia e distanza. Mi propone di unirmi ai suoi amici. È una novità per me, ho paura che si chiedano se sono gay o no, mentre in realtà non gliene importa niente. Finito di bere, mi propone di continuare la serata a casa sua con i suoi coinquilini, per guardare un film.
Ci ritroviamo presto da soli, ma non gli salto addosso. Mi ha detto chiaramente che vuole solo un’amicizia. Apre il divano letto del salotto. Mi sdraio ma ricevo subito un suo messaggio: ‘Non preferisci dormire nel mio letto?’. Ci vado. È piacevole ma non grandioso. Il giorno dopo, non c’è colazione né caffè, solo una stretta di mano sulla porta per salutarmi”.
L’ultimo giorno
“Quand’è l’ultimo giorno di una relazione tossica che si sfilaccia poco a poco? C’è quella prima volta in cui mi chiede se ho un ragazzo, anche se dormiamo così spesso nello stesso letto. ‘Pensavo che stessimo insieme’, balbetto al telefono. ‘Ma no, Mohamed, sei troppo giovane, non hai fatto coming out, non ho voglia di stare con qualcuno che non l’ha fatto’. Sono triste, non ho nessuno con cui parlarne. Le ragazze ci provano con me e io continuo a dibattermi nella mia doppia vita. Non ce la faccio, perfino il mio tutor di tirocinio in azienda mi trova turbato.
Avrebbe potuto, anzi probabilmente dovuto, essere la fine della nostra storia. Invece è l’inizio di un rapporto dai contorni sfumati, basato su un’amicizia carnale che ci fa dormire sotto lo stesso piumone metà della settimana. Lui continua peraltro a frequentare altri uomini. Andiamo al cinema, al ristorante, ma per strada non vuole tenermi la mano. Mi presenta perfino alla sua famiglia, come un amico. Si parla del fatto che andrà a lavorare all’estero per diversi mesi.
Alla vigilia della sua partenza, non dorme con me. Cerco di elaborare la fine della nostra relazione, una pena d’amore tutto sommato piuttosto banale. Da dove si trova, mi scrive molto, poi torna in Francia. Vado a prenderlo all’aeroporto, sono euforico di rivederlo, ma lui è triste di essere tornato. Ricominciamo a vederci, litighiamo spesso, ormai mi rifiuto di stare zitto e subire in silenzio. Frequentiamo anche altri ragazzi, lui mi parla perfino di uno di loro.
‘O ci mettiamo insieme, o è finita’, finisco per scrivergli, un’ultima provocazione che somiglia a una resa. ‘Che bella idea cominciare una relazione con un ultimatum, che assurdità’, ribatte secco. Non mi crede capace di lasciarlo, ci mette un po’ a recuperare le cose che ha lasciato a casa mia. Mi rende così infelice che, a causa sua, ho dovuto fare coming out. Prima con gli amici, poi con le mie sorelle. Non è facile farlo mentre si vive una relazione dolorosa, invece di presentare ai propri cari qualcuno di cui si è innamorati. Non è molto festoso dire: ‘Sono gay, e sono triste’.
Abbiamo comunque vissuto dei bei momenti, che mi hanno permesso di conoscermi meglio. Mi ha mostrato una strada, che chiunque può essere gay, che si può essere un gay qualunque, un ingegnere, non per forza un artista. Del resto, entrando nel mondo del lavoro, mi sono imposto di affrontare la mia omosessualità, non potevo più permettermi di reprimerla, insieme alla depressione che ne derivava, e continuare a lavorare bene. Questa relazione mi ha aiutato e al tempo stesso mi ha fatto del male”.
(Traduzione di Andrea De Ritis)
Amore che vieni, amore che vai è una serie del quotidiano francese Le Monde che racconta il primo e l’ultimo giorno di una storia d’amore. Qui ci sono tutte le puntate.
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