Dal 2002 la catena francese Fnac assegna il Prix du roman basandosi su una selezione di romanzi fatta da quattrocento librai che lavorano per l’azienda e da quattrocento lettori. Lunedì 21 settembre 2026 il premio è stato assegnato a Thélyson Orélien, autore del libro C’était ça ou mourir.

Orélien ha 38 anni. È nato ad Haiti ma ha lasciato l’isola dopo il terremoto del 2010 e ora vive in Canada. È un poeta e scrittore e ha lavorato anche come giornalista freelance. C’était ça ou mourir è il suo primo romanzo: è uscito a marzo in Québec e poi ad agosto in Francia, dove ha venduto circa 35mila copie. Oltre che al premio della Fnac, prima che iniziasse tutta questa storia, era candidato ad altri quattro prestigiosi premi letterari francesi: il Goncourt, il Renaudot, il Femina e il Médicis.

Poche ore dopo l’annuncio del premio un account anonimo su X (Balance ton Claude, cioè “denuncia il tuo Claude”) ha pubblicato un tweet sostenendo che il libro era stato scritto “quasi interamente” da un’intelligenza artificiale.

Al momento della pubblicazione l’account aveva 92 follower. Ma sono bastati a fare notizia: il messaggio è stato subito ripreso da alcuni giornalisti, come l’editorialista conservatore Samuel Fitoussi di Le Figaro. E poi proprio Le Figaro è stato fra i primi a scrivere del caso con il risultato che a oggi, quel messaggio è stato visto quasi cinque milioni di volte e si è scatenata una polemica feroce.

Nessuno sapeva, all’inizio, chi ci fosse dietro l’account su X. Chiunque fosse, ha usato Pangram, un software statunitense che stima la probabilità che un testo sia stato generato da una macchina, per valutare il romanzo. Il responso su alcuni passi è stato del 100 per cento.

In Francia si è scatenata una polemica enorme. Alcune testate giornalistiche e aziende hanno rifatto la prova. La Pangram ha dato il suo software gratuitamente a France 24, che ha analizzato tutto il romanzo: il 92 per cento del testo è stato classificato come “scritto o assistito” da un’ia.

La Lucide, un’azienda francese che vende un prodotto concorrente alla Pangram, ha classificato come “generati” tutti i 34 capitoli del libro e l’epilogo. Ha analizzato anche 706 capitoli di diciassette libri usati per un confronto, fra cui sette romanzi di autori haitiani e africani. Quest’ultima verifica è stata fatta perché per difendersi dalle accuse lo scrittore ha detto, fra l’altro, di usare cifre stilistiche e ripetizioni tipiche della tradizione haitiana. Nessuno di questi altri libri è risultato generato da una macchina.

Se ci basassimo solo su questi numeri la tentazione di pronunciare una sentenza definitiva è forte: Orélien, diremmo, è colpevole (anche se dovremmo metterci d’accordo su quale sia il reato o l’oltraggio). Ma le cose non sono mai semplici come sembrano. L’Afp, per esempio, ha provato altri otto rilevatori di ia.

Lo strumento di verifica InVid-WeVerify, sviluppato proprio in collaborazione con la Afp, valuta i passaggi indicati dall’account di X come “molto probabilmente scritti da un essere umano”.

Gli altri sette strumenti danno risultati divergenti. Secondo app.its-ai.org c’è una probabilità del 100 per cento che questi passaggi siano opera di un’intelligenza artificiale. Detectgpt.com e isgen.ai giungono alla conclusione opposta.

Altri due siti (detecting-ai.com e ghostbuster.app) mostrano probabilità di scrittura generata dalle ia che vanno dal 7 al 59 per cento. Altri due, infine (Winston Ai e copyleaks.com) concludono che uno dei passaggi in questione ha una probabilità rispettivamente del 53 per cento e del 100 per cento di essere stato generato da un’ia. Mentre per l’altro passaggio che era stato segnalato su X la probabilità è dello 0 per cento.

Basterebbe questo per chiederci di cosa stiamo parlando, visto che in presenza di risultati di questo genere ognuno crede a quello che vuole. Ma intanto la tempesta su Thélyson Orélien continua e tutta la sua produzione viene passato al setaccio con un’attenzione maniacale quasi sospetta.

Una frase fuori posto

Il giornale canadese La Presse, con cui Orélien ha collaborato nel 2025, ha passato al setaccio alcuni suoi articoli firmati tra il 2012 e il 2014 e dice di aver trovato passaggi che sono traduzioni quasi letterali di testi altrui. Un racconto premiato da Radio-Canada nel 2012 ricalca alcune frasi di un vecchio saggio di Louis Pauwels e Jacques Bergier, Il mattino dei maghi (Mondadori 1963). ActuaLitté ha trovato in un articolo del 2023 pubblicato sul sito di Orélien una frase fuori posto, all’imperativo, che somiglia a un’istruzione per un modello linguistico dimenticata (suona più o meno così: “Discuti del ruolo del Québec come custode del patrimonio linguistico francese in America”).

Sono tutte indicazioni che non significano molto: non sappiamo in che condizioni lavorative abbia scritto l’autore nel 2012 (all’epoca aveva 24 anni) e dovremmo chiederci cosa accadrebbe se passassimo al setaccio tutta la produzione giornalistica quotidiana di tutto il mondo. Probabilmente scopriremmo che la gran parte di quel che viene prodotto è rimaneggiata: questa pratica ha anche un nome in inglese, churnalism.

Uno studio britannico del 2008, per esempio, aveva scoperto che circa l’80 per cento dei contenuti giornalistici nel Regno Unito non era originale e che le storie frutto di reporting originale erano solo il 12 per cento.

Comunque, Orélien respinge le accuse. Dice di aver cominciato il romanzo nel 2017 e di averne finito una prima stesura nel 2019, prima di ChatGpt, e sta preparando un dossier con le sue bozze per dimostrarlo. L’editore francese, Grasset, ha parlato di una “campagna d’odio” contro lo scrittore. Quello canadese, Boréal, all’inizio ha difeso il suo autore ma ora dice di prendere le accuse “molto sul serio” e ha sospeso il tour promozionale del libro per il bene dell’autore.

Il presidente dell’Académie Goncourt, Philippe Claudel, in un primo momento ha chiesto di non screditare lo scrittore senza elementi solidi. E a questo appello, una volta che la shitstorm era arrivata a segno, ha aderito perfino l’account anonimo su X, che nel frattempo ha accumulato più di diecimila follower. Poco dopo, però, il premio Goncourt ha annunciato che il libro è stato escluso dalla competizione.

Il clima in cui si discute rende quasi impossibile arrivare a una valutazione serena di quel che è successo. Per esempio, è stato fatto notare che il nome dell’account che ha scatenato tutto questo richiama l’hashtag BalanceTonPorc, la campagna con cui nel 2017 le donne in Francia hanno denunciato molestie e violenze sessuali.

Secondo il giornale d’inchiesta Mediapart questa campagna è stata orchestrata dall’estrema destra francese, che ha trovato un bersaglio comodo nello scrittore haitiano diventato il caso letterario dell’anno. Può essere vero. E può essere vero anche che Orélien abbia usato delle ia, ma comunque non sappiamo se e come lo abbia fatto.

Inoltre, bisogna precisare che strumenti come Pangram e Lucide fanno una valutazione statistica sulle parole (sono macchine, proprio come quelle che generano i testi) e funzionano peggio nella zona grigia delle ia usate come assistenti (che è poi il modo in cui è stato scritto anche questo pezzo).

Nel 2025 due ricercatori dell’università del Maryland, Shoumik Saha e Soheil Feizi, hanno mostrato che basta fare una revisione minima con un modello linguistico perché un testo scritto da un essere umano sia considerato da quei software un prodotto delle ia. Messo alla prova, Pangram lo ha fatto in più di quattro casi su dieci. Nessuno dei dodici rilevatori testati distingue bene una revisione leggera da una riscrittura. La Pangram, però, dichiara che nel frattempo il suo modello è migliorato.

La polizia della scrittura

Ora, immaginiamo, per assurdo, di mettere un rilevatore di ia in ogni casa editrice, in ogni redazione, su ogni social media. Questo vuol dire sia sorvegliare in massa chiunque scriva (con qualcuno che sarà sempre più sorvegliato degli altri) sia accettare che ci siano i falsi positivi e i falsi negativi. Per esempio, se fosse vero il tasso d’errore autocertificato dalla Pangram (un falso positivo ogni 24mila casi), ci sarebbero almeno quaranta persone accusate ingiustamente ogni milione di testi controllati.

E quando dovrebbero avvenire questi controlli? Le verifiche di solito servono quando si parte da un’accusa precisa con prove documentali. E dovrebbero avere il tempo di essere fatte prima che parta la grancassa mediatica. Per il resto, forse, basta un patto con chi legge: dichiarare come si lavora e lasciare a lettori e giurie la decisione su cosa fare di quel che leggono. Se un editore o un premio vogliono escludere i libri scritti “a macchina” possono imporlo nei contratti e nei regolamenti e muoversi di conseguenza prima ancora che il libro esista.

C’è poi da considerare anche l’economia che sta dietro tutto questo. Pensiamo a quei siti, anche giornalistici, che sono fatti soprattutto rimaneggiando malamente articoli usciti altrove. È un modello che le piattaforme premiano da anni, perché consente di avere moltissimi testi con poco sforzo e a poco prezzo. Oppure, ancora, pensiamo ai divulgatori che, sui social media, spiegano e rispiegano il lavoro di altri.

Prima di trasformarci nella polizia della scrittura umana, forse dovremmo interrogarci anche su queste dinamiche di mercato.

Nel frattempo, però, un account con 92 follower ha messo sotto processo un romanzo da 35mila copie e sta distruggendo la reputazione del suo autore. E, con un colpo di scena talmente prevedibile che avrebbe potuto scriverlo anche una macchina, è venuto fuori che dietro l’account accusatore c’è anche Samuel Fitoussi, cioè l’editorialista che aveva subito ricondiviso il post.

Nel frattempo, un’editoria che non si è data regole e che continua a produrre libri in eccesso si ritrova, evidentemente, senza strumenti per capire esattamente cosa è successo e non esiterà a scaricare tutte le responsabilità sulla vittima sacrificale di turno, indipendentemente dal fatto che le sue colpe vengano provate.

Già, le colpe. Che poi sono l’unica cosa che sembra davvero interessante di tutta questa storia. Di cosa è colpevole, esattamente, Orélien?

Per quel che ne sappiamo fino a oggi, sembra esserlo a priori del fatto che il suo libro esiste ed è piaciuto ad almeno due editori, quattrocento librai, quattrocento lettori, alla giuria del Prix du roman e a quelle che selezionano i libri per altri quattro importantissimi premi letterari.

Tutte le persone coinvolte nel successo di questo libro sono vittime? Hanno, a loro volta, vari gradi di responsabilità? Se vogliamo istituire un tribunale che giudichi questi casi dovremmo davvero metterci d’accordo su quel che vogliamo da un libro e dal suo autore, qualunque sia l’entità che l’ha scritto.

Questo articolo è tratto dalla newsletter Artificiale.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it