La risposta più onesta che bisognerebbe dare alla domanda se le intelligenze artificiali ci facciano bene o male al cervello è: non lo sappiamo. Il neurobiologo Giorgio Gilestro, per esempio, mi ha detto che, secondo lui, gli usi delle ia “sono ancora troppo sporadici per trarre conclusioni”. Poi ha aggiunto: “Non mi aspetto di vedere effetti, sinceramente. Perfino sull’uso degli smartphone non c’è ancora un parere definitivo”.
In effetti ci sono molte altre cose che diamo per scontate, quando parliamo del nostro cervello e della tecnologia. Per esempio, è parte del sentire comune che studiare usare carta e penna sia più efficace per lo studio rispetto a usare una tastiera. La ricerca più citata per dimostrarlo è del 2014. Ma poi si è visto che i vantaggi della scrittura a mano non sono così universali come si immaginava e che abbiamo ancora tante cose da imparare.
Ma allora perché ci sono tanti studi sulle ia e noi? Il motivo, probabilmente, risiede nella velocissima diffusione di questi strumenti. Meglio capire allora cosa dicono davvero gli studi.
Prove da esporre
Anche se le prove dei vantaggi di usare carta e penna non ci sono, ho stampato tre fra gli studi più citati sull’argomento, dedicati, in particolare, al modo in cui le ia interferiscono con i nostri ricordi. Li ho sottolineati con gli evidenziatori colorati di mia figlia e ho preso appunti a mano: in un mondo ossessionato dalla ricerca di prove della parte umana del lavoro, i miei fogli colorati sono diventati anche, in un certo senso, prove da esporre. Eppure non dimostrano nulla sulla mia reale comprensione delle ricerche. E se fossero semplicemente prove instagrammabili?
Comunque, il primo studio esamina il modo in cui le ia possono contribuire a costruirci falsi ricordi. Si intitola Synthetic human memories: Ai-edited images and videos can implant false memories and distort recollection ed è stato presentato nel 2025 a Yokohama, in Giappone, in una conferenza sull’interazione fra le persone e i computer.
L’esperimento ha coinvolto duecento partecipanti a cui sono state mostrate 24 fotografie: foto d’archivio, di cronaca, di vita quotidiana. Le persone avevano due minuti per guardarle, scorrendole come su Instagram. Poi hanno giocato due minuti a Pac-man: è un piccolo trucco che serve a liberare la memoria operativa. Cioè, a pensare ad altro.
Infine sono state divise in quattro gruppi, e ognuni gruppo ha rivisto le foto in una versione diversa. Il primo ha rivisto le foto originali. Il secondo ha visto dodici foto originali e dodici modificate con strumenti di ia. Il terzo ha visto tutte le foto trasformate in video dalle ia, con il contenuto intatto. Il quarto ha visto dodici video ricavati dalle foto originali e dodici ricavati da foto prima ritoccate con le ia.
Poi il test: 24 domande sulle foto originali, con il dettaglio chiave oscurato. Per esempio: in una foto ci sono due sposi, e nell’originale la sposa non sorride, mentre in quella modificata sì. Il test mostra la foto con la faccia di lei coperta e chiede: “Ti ricordi se la sposa sorrideva?”. Si risponde sì, no o non so, e si indica quanto si è sicuri.
Secondo i risultati, chi ha visto le immagini modificate ha riportato più falsi ricordi di chi aveva rivisto le originali: 1,67 volte tanto con la foto ritoccata, 2,05 volte con la foto ritoccata e poi animata. Con il video ricavato da una foto intatta si arriva a 1,25 volte, una differenza che non risulta significativa. A ingannare la memoria, insomma, è soprattutto il contenuto cambiato.
Tutte le immagini mostrate dopo il gioco, in tutti i gruppi, portavano l’etichetta Ai-enhanced image (immagine modificata con ia), anche quelle non modificate. Le persone sapevano o pensavano di guardare immagini passate per le ia. Ma i falsi ricordi si sono formati lo stesso.
Titoli roboanti
A questi dati aggiungerei due osservazioni. La versione modificata dell’immagine è l’ultima che si vede prima del test e il gruppo di controllo, dopo il gioco, rivede le foto originali (in pratica, fa un ripasso del ricordo giusto, perché vede due volte la stessa immagine). Il confronto, quindi, è tra chi viene fuorviato apposta e chi viene aiutato a ricordare. Manca anche un gruppo che non riveda niente e si basi solo sul primo ricordo.
Che cosa prova, allora, questo studio? Il titolo è sicuramente roboante e nelle conclusioni i ricercatori scrivono che la ricerca dimostra “il significativo impatto dei contenuti modificati con le ia sulla distorsione della memoria umana”. E in questa fase di hype, positivo e negativo, quello che arriva al pubblico è la promessa del titolo: le immagini e i video modificati con le ia possono impiantare falsi ricordi. Che, semplificando, diventa: le ia ci friggono il cervello.
Ma cosa succede a chi vede un’immagine una volta sola? E a chi la rivede ritoccata senza ia ma con Photoshop? E a chi vede la stessa foto con sopra un titolo che può influenzare i ricordi? Non lo sappiamo, perché nello studio mancano esempi come questi. Non solo: tutto si gioca in pochi minuti. Due per guardare 24 foto, pochi altri prima del test. Gli autori l’hanno costruito così per simulare il modo in cui guardiamo le immagini sui social media.
Questo studio, quindi, conferma cose che sappiamo da cinquant’anni di ricerche di Elizabeth Loftus, che infatti lo firma. La novità riguarda le ia perché oggi modificare un’immagine in modo credibile è alla portata di chiunque. Però no: questo studio non dice che le ia ci fanno male al cervello.
Il secondo studio che ho stampato viene dallo stesso gruppo di lavoro dell’Mit media lab e simula un interrogatorio. Duecento persone hanno guardato un video muto di una rapina in un negozio per due minuti e mezzo. Poi sono state divise in quattro gruppi, il primo gruppo è passato direttamente al test finale sul video. Gli altri tre hanno prima risposto a 25 domande, cinque delle quali contenevano un dettaglio falso. Una, per esempio, chiedeva della telecamera davanti al punto in cui i rapinatori avevano lasciato l’auto. Ma nel video i rapinatori erano arrivati a piedi.
Un gruppo ha risposto alle domande con un modulo online, uno con un chatbot che leggeva le domande e l’ultimo con un chatbot basato su Gpt-4 che commentava le risposte. Il chatbot generativo era programmato per dare ragione al partecipante e rinforzare la sua risposta. Se qualcuno diceva di aver visto la telecamera, il chatbot rispondeva che la risposta era corretta e aggiungeva che quella telecamera aveva probabilmente ripreso i volti dei rapinatori.
Nel test finale di verifica, i ricordi sbagliati sono stati: il 10,8 per cento per chi non aveva fatto nessuna intervista; il 21,6 per cento per chi aveva compilato il modulo; il 26,8 per chi aveva risposto al chatbot; il 36,4 per cento per chi aveva parlato con il chatbot che commentava.
Gli autori, giustamente, collegano il risultato alla tendenza dei modelli a dare ragione a chi li usa, la sycophancy, la compiacenza. È un problema reale, documentato anche da altre ricerche, ed è una ragione seria per tenere chatbot del genere lontani dalla raccolta di testimonianze, ma non prova assolutamente che le ia ci ingannino.
Anche qui, però, la manipolazione è costruita apposta, e manca il confronto più interessante: cosa succederebbe se le stesse domande falsificate le facesse un poliziotto in carne e ossa? E se le facesse con un tono di approvazione?
Il terzo studio è stato presentato nel marzo 2025 a Cagliari durante una conferenza sulle interfacce intelligenti. È un esperimento sulle notizie. Centottanta persone negli Stati Uniti hanno letto un articolo scelto fra tre argomenti diversi: i furti nei negozi nel Regno Unito, il finanziamento dei farmaci, le elezioni in Thailandia.
Dopo due minuti di Pac-man sono state divise in cinque gruppi: un gruppo non ha ricevuto nessun documento aggiuntivo. Agli altri, invece, sono stati proposti: un riassunto onesto; un riassunto con errori; una conversazione con un chatbot onesto; una conversazione con un chatbot a cui erano state passate informazioni false come argomenti di discussione.
Con il chatbot che mescolava vero e falso, i ricordi falsi sono arrivati al 47,5 per cento, contro il 16,2 senza intervento: 2,92 volte tanto. Il riassunto con errori, invece, si è fermato al 28,9. Insomma, anche in questo caso il chatbot fuorviante ha avuto la meglio.
I limiti somigliano a quelli degli altri due studi: c’è un contesto costruito appositamente per ingannare; il test è immediato; il confronto non prevede mai qualcuno di autorevole che racconta le medesime bugie a voce.
Messi insieme, i tre studi raccontano che quando qualcuno progetta un contenuto o una conversazione per fuorviare, con le ia ci riesce bene, e un chatbot che dà ragione a chi lo usa rinforza l’errore.
Ma cosa succede se leggi una cosa falsa o falsificata apposta in questa newsletter? O in un’enciclopedia? O se te la dice una persona di cui ti fidi ciecamente? E cosa succede se ti fidi ciecamente del tuo ricordo? La storia del modo in cui comunichiamo e ci informiamo è piena di esempi che potremmo usare per arricchire il discorso. Uno dei più belli è quello delle fate di Cottingley, con Arthur Conan Doyle che finisce per credere alle foto (ovviamente truccate) che dimostrano l’esistenza delle fate.
Insomma: questi tre studi non dicono che le ia ci fanno male al cervello, ma ci ricordano che la nostra memoria funziona in modo non deterministico. A volte abbiamo ragione, a volte ci ricordiamo bene le cose. A volte ci facciamo convincere. A volte siamo portati a credere alle cose a cui vogliamo credere. Siccome, però, è troppo presto per trarre conclusioni definitive, sicuramente ne parleremo ancora.
Questo testo è tratto dalla newsletter Artificiale.
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