Javier Milei, allora candidato alla presidenza argentina, sta spiegando a Ln+, il canale televisivo del quotidiano La Nación, il suo progetto per ridurre il peso dello stato e tagliare la spesa. Alle sue spalle c’è un cartellone con tutte le voci dell’amministrazione pubblica. Il giornalista Jonatan Viale gli chiede cosa farebbe, ministero per ministero. Quando arrivano a scienza, tecnologia e innovazione, Milei cancella tutta la colonna con un pennarello. Viale si lascia scappare un “uff” incredulo.
Milei continua: “Questo lo lasciamo al settore privato”.
“La scienza e la tecnologia?”.
“Ovvio”.
“E il Conicet?”, insiste Viale. È l’ente nazionale della ricerca, simile al nostro Cnr.
Milei allarga le braccia: “Che resti nelle mani del settore privato. Che si guadagnino i soldi servendo il prossimo con prodotti di migliore qualità o a un prezzo migliore, come fanno le persone perbene”.
Silvio Casadío ricorda il video del pennarello come “il primo colpo”. Pochi mesi dopo, nel dicembre 2023, Milei diventava presidente e lui, geologo dell’Università nazionale di Río Negro (Unrn), in Patagonia, riceveva un’email con un’offerta dal Cile: ricerca, insegnamento, una squadra sotto la sua guida, una buona retribuzione, racconta ad Anfibia, la rivista dell’Università nazionale di San Martín (Unsam). Ne ha parlato con la sua compagna e alla fine sono partiti. Del suo gruppo, una settantina di colleghi, tra il 2024 e il 2026 altri hanno lasciato l’Argentina per il Brasile, la Spagna, l’Italia, il Canada e il Belgio.
Non sono casi isolati. Secondo un’indagine del Consiglio interuniversitario nazionale (Cin) del 2025, più di 10mila docenti si erano dimessi o avevano ridotto al minimo l’impegno didattico. Molti avevano un impiego a tempo pieno e un ruolo di primo piano nella ricerca: seguivano tesi di laurea e di dottorato, coordinavano team, erano riconosciuti a livello internazionale, dopo essersi formati quasi tutti in Argentina.
C’è chi è passato ad atenei privati, chi è diventata imprenditrice, consulente, autista di Uber, chi è andato a insegnare nelle scuole secondarie, perché alcune province pagano meglio dello stato. Per molti, oltre agli stipendi, ha pesato il clima fuori dalle aule: insulti, spazzatura sparsa sui veicoli usati per il lavoro, aggressioni.
Il 15 ottobre 2026 studenti e personale delle università e dei centri di ricerca pubblici sono scesi in piazza per la quinta marcha federal dall’insediamento di Milei. La seconda, nell’ottobre 2024, era stata una delle più grandi proteste universitarie che si ricordino, con più di un milione di partecipanti. La richiesta è sempre la stessa: che il governo rispetti la legge e stanzi più risorse per l’istruzione superiore.
La legge sul finanziamento
Una volta entrato in carica, Milei ha messo in atto un duro piano di austerità che ha interessato anche gli atenei. Nel 2024 il parlamento ha approvato una legge che aumentava i fondi alle università e adeguava gli stipendi all’inflazione. Milei ha messo il veto, in nome del “deficit zero”. Nel 2025 il parlamento ne ha approvata un’altra, simile, e stavolta ha superato il veto. Il presidente però si rifiuta di applicarla, sostenendo che mancano le coperture.
Il 6 ottobre 2026 un tribunale federale ha dato ragione al Cin, che chiedeva l’attuazione della legge, e ha ordinato al governo di rispettarla. Il governo ha fatto ricorso e il 20 ottobre una corte d’appello federale lo ha ammesso: il caso quindi torna in primo grado e la legge resta sospesa.
Il bilancio
Chequeado, un sito argentino di verifica dei fatti, riporta che nel 2026 la spesa per l’università è più bassa del 25,3 per cento rispetto al 2023, al netto dell’inflazione.
Per la scienza e la tecnologia in particolare va peggio: dall’inizio del 2024, gli investimenti pubblici sono scesi di quasi il 44 per cento, quelli per il Conicet del 31 per cento. Nei centri di ricerca si sono persi quasi 4.500 posti di lavoro, di cui duemila nel Conicet, mentre a 850 ricercatori a inizio carriera sono state revocate le borse.
Gli stipendi
Nel 2024 l’Argentina è diventata il paese latinoamericano con i professori universitari pagati peggio. Quelli ordinari a tempo pieno, che rappresentano appena il 10 per cento del corpo docente, guadagnavano in media 1.124 dollari al mese, contro i 1.703 dei loro colleghi in Colombia, i 1.870 in Paraguay, i 3.443 in Uruguay e i 4.231 in Brasile. In soli otto mesi del 2024 il potere d’acquisto degli insegnanti si era ridotto di un quarto, mentre quello dei dipendenti pubblici calava del 10 per cento e quello della media dei lavoratori del 2.
Oggi le retribuzioni sono del 24,2 per cento più basse rispetto al novembre 2023. Per rispettare la legge, il governo dovrebbe aumentarle del 32 per cento. Visto che non lo fa, molti se ne vanno. E chi resta lavora in atenei che non riescono ad attirare nuovi docenti, dove non ci sono soldi per i viaggi di studio e quelli per le bollette e i materiali di laboratorio non bastano.
Un simbolo nazionale
Per giustificare i tagli, il governo descrive l’università pubblica come una “cassa opaca”, un “focolaio di indottrinamento”, un “privilegio per pochi pagato da tutti”. Non è una retorica nuova né solo argentina: l’hanno usata Jair Bolsonaro in Brasile, José Antonio Kast in Cile e Donald Trump negli Stati Uniti. Ma in Argentina tocca un simbolo nazionale.
Le università pubbliche sono gratuite dal 1949 e, contrariamente a quanto sostiene Milei, non sono riservate ai figli dei ceti più ricchi. Quasi una matricola su due è la prima persona della famiglia a raggiungere l’istruzione superiore, e nella periferia di Buenos Aires si arriva a tre su quattro. Gli studenti con un reddito basso o medio sono il 53 per cento del totale. Anche se si laurea solo il 47 per cento degli iscritti, l’università pubblica resta uno dei motori più potenti della mobilità sociale nel paese.
Un altro sistema di valori
La quinta marcia universitaria si è svolta in contemporanea con altre proteste, per tre misure che sembrano non avere niente in comune: la legge d’emergenza sulle persone con disabilità, la legge sulle terre rurali, i progetti per aiutare le famiglie che non riescono a pagare i debiti.
Ma per Micaela Cuesta e Germán E. Gallino, che ne hanno scritto su Anfibia, un elemento le unisce: in tutte compare, con nomi diversi, la stessa figura sospetta, “quella di chi riceve senza restituire subito”.
Citano otto colloqui di gruppo organizzati nel 2026 dal programma Lectura mundi dell’Unsam, in cui ragazze e ragazzi raccontano come sono arrivati all’università e cosa secondo loro la minaccia. Una studente di economia, figlia di due persone che non avevano potuto studiare, non parla di vocazione né di uno stipendio migliore, ma di “restituire ai genitori” un po’ di quello che le hanno dato. Un’altra definisce le pause in corridoio “momenti quasi sacri”. Un uomo che aveva lasciato gli studi per lavorare si è iscritto a storia a 36 anni.
Per i due autori sono risposte che appartengono a un altro sistema di valori. Visto da fuori, scrivono, il tempo passato all’università “non rende”, è una parentesi da chiudere il più in fretta possibile. Gli studenti invece ne parlano come di “un dono, qualcosa ricevuto dagli altri, condiviso con gli altri, dato agli altri e lasciato in eredità agli altri”. Nel video del 2023 Milei chiedeva ai ricercatori di guadagnarsi lo stipendio servendo il prossimo. Gli studenti, in un certo senso, prendono alla lettera le sue parole.
Questo articolo è tratto dalla newsletter Doposcuola.
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