Giorgia Meloni aveva davanti una sfida politica cruciale. Gli italiani le hanno inflitto una sconfitta bruciante. Lunedì 23 marzo, gli oppositori della riforma della magistratura voluta dal governo di questa dirigente della destra radicale proveniente dall’area neofascista hanno ottenuto una netta vittoria in un referendum costituzionale decisivo per il futuro della legislatura, che si è distinta finora per un’eccezionale stabilità. Il no ha raccolto il 53,7 per cento dei voti e la partecipazione è stata alta, vicina al 60 per cento, superiore di nove punti a quella registrata nell’ultimo referendum costituzionale, nel 2020.
La strategia di attaccare a oltranza i magistrati non è bastata per dare la vittoria alla maggioranza, che ha presentato la riforma come uno strumento per mettere fine all’influenza delle “toghe rosse” sulla vita democratica. Sul fronte opposto, i sostenitori del no hanno voluto difendere la cultura repubblicana minacciata secondo loro dalla concezione illiberale del potere di Giorgia Meloni.
Il contesto internazionale, pieno di minacce, era inoltre sfavorevole alla presidente del consiglio, che ha scelto di allinearsi all’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump nonostante la contrarietà del suo stesso partito. Infine, a pochi giorni dal voto, le rivelazioni della stampa sui contatti – personali e commerciali – del sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro con persone legate alla ’ndrangheta non hanno giovato al campo del sì.
“I cittadini hanno deciso. E noi come sempre rispettiamo la loro decisione. Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e soprattutto con rispetto”, ha dichiarato Giorgia Meloni una volta accertata la sconfitta, in un video diffuso sui social media, il suo mezzo di comunicazione preferito visto che non fa mistero della sua avversione nei confronti del lavoro dei giornalisti.
La scelta della polarizzazione
Elly Schlein, segretaria del Partito democratico (Pd), la principale formazione dell’opposizione, si è rallegrata di un risultato che, a suo giudizio, riflette l’esistenza di una “maggioranza alternativa al governo”. Ha annunciato di voler lavorare per consolidarla insieme alle forze “progressiste” e si è detta pronta a partecipare a eventuali primarie dell’opposizione, invocate da Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 stelle (M5s).
Una vittoria del sì avrebbe consentito a Giorgia Meloni di portare a termine almeno una delle tre grandi riforme promesse dalla sua coalizione prima delle elezioni vinte nel 2022. Le altre due, cioè l’autonomia delle regioni e il rafforzamento dei poteri dell’esecutivo, hanno già mancato di concretizzarsi.
Resta il fatto che la vita politica italiana è uscita malconcia da questa campagna referendaria. Ne paga il prezzo la scelta, chiaramente manifestata verso la fine dell’estate da Giorgia Meloni, della polarizzazione e della violenza retorica. I suoi attacchi alla magistratura per difendere la riforma hanno alimentato un atteggiamento illiberale sempre più marcato. Visto che i giudici sottolineavano le zone d’ombra giuridiche del costoso progetto dei campi di detenzione in Albania per migranti irregolari, sono stati accusati dalla presidente del consiglio di impedire al governo di lavorare.
Sono stati perfino sospettati di essere compiacenti con l’immigrazione irregolare e accusati dal ministro della giustizia di essere governati da un organismo, il consiglio superiore della magistratura, che agisce con un meccanismo “paramafioso”. Nel frattempo, il governo portava avanti una politica securitaria che avrebbe dovuto proteggere le forze dell’ordine dalle cosiddette “toghe rosse”. Vari agenti sono stati in seguito coinvolti in casi di violenze – un poliziotto è stato arrestato per un regolamento di conti mortale in una vicenda di spaccio – e di furti, emersi all’inizio del 2025.
Opposizione al di fuori dei partiti
Se la capo di gabinetto del ministero della giustizia ha paragonato i magistrati a un “plotone d’esecuzione” di cui sbarazzarsi, Giorgia Meloni è arrivata a dire che la vittoria del no avrebbe rimesso in libertà pedofili e criminali violenti. Del testo della riforma, dunque, si è parlato poco. Le sue disposizioni, tecniche e difficili da difendere con passione, prevedevano la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e una riorganizzazione del sistema di governo di una magistratura strutturata in correnti politiche.
Anche se questa politicizzazione della magistratura è storicamente oggetto di dibattito in Italia, in particolare quando degli eletti si trovano al centro di indagini giudiziarie, gli italiani sono preoccupati nella vita quotidiana dalla lentezza dei procedimenti, un problema di fondo di cui la riforma non si occupava.
Ma la vittoria del no non è quella dei partiti politici, sostiene la politologa Daniela Chironi, docente alla Scuola normale superiore di Firenze: “Il no ha vinto grazie alla mobilitazione di un movimento venuto dal basso, con comitati che coinvolgevano cittadini, magistrati, insegnanti, artisti che hanno portato il dibattito nelle scuole, nelle università, nei teatri, al di fuori dell’autorità dei partiti”.
Di fatto, in Italia si è fatta strada a poco a poco una forma di opposizione lontana dai partiti. Prima, in modo discreto, contro il progetto faraonico del ponte sullo stretto di Messina, poi soprattutto con l’emergere di un movimento di solidarietà con i palestinesi che ha trascinato centinaia di migliaia di persone in manifestazioni organizzate su tutto il territorio alla fine dell’estate, riunendo la sinistra e il mondo cattolico progressista.
Proteste contro la politica securitaria
I luoghi della cultura e i militanti legati alla storia della sinistra italiana sono stati presi di mira dal governo, scatenando movimenti di protesta contro la politica securitaria dell’esecutivo. Un mese dopo l’altro, una manifestazione dopo l’altra, una certa Italia, costantemente nel mirino di Giorgia Meloni pur essendo quasi invisibile, ha riscoperto le piazze, mentre una vecchia cultura repubblicana usciva dal suo torpore.
Niente garantisce oggi che questa parte dell’opinione pubblica possa essere intercettata in modo ordinato dai partiti d’opposizione in cui le correnti più centriste, giudicando il testo della riforma a prescindere dal contesto politico, si erano dichiarate favorevoli al sì.
Giorgia Meloni ha margini di manovra ristretti, tra l’incerto contesto politico internazionale e un’economia in difficoltà, al di là della disciplina di bilancio e di un’immagine di leader forte che aveva saputo convincere i mercati, ma che oggi risulta scalfita. “Come alla vigilia del suo arrivo al potere nel 2022, il futuro di Giorgia Meloni dipende anzitutto dalle divisioni dei suoi avversari. Bisogna vedere se l’opposizione riuscirà a capitalizzare questo risultato”, spiega Lorenzo Castellani, politologo e docente all’università Luiss-Guido Carli di Roma.
Per il ricercatore, la presidente del consiglio cercherà di dare priorità all’approvazione di una riforma elettorale in grado di sfruttare la mappa elettorale, sfavorevole al sud, a vantaggio del suo campo. Ma dovrà anche tenere a freno degli alleati di coalizione che rischiano di voler far sentire la propria voce in vista delle elezioni legislative del 2027. Qualunque cosa accada, il primo e lungo capitolo della legislatura che ha portato Giorgia Meloni al potere nel 2022 è ormai chiuso.
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