Diciassette anni fa la Apple pensò una delle pubblicità più citate della sua storia. “Se vuoi sapere quanta neve c’è in montagna”, diceva una voce fuori campo, “c’è un’app per questo. Se vuoi calcolare le calorie del tuo pranzo, c’è un’app per questo. E se non ti ricordi dove hai parcheggiato l’auto, c’è un’app anche per questo. Sì, c’è un’app praticamente per tutto, solo nel tuo iPhone”.
There’s an app for that diventò un tormentone. Rese app una parola di uso comune, ma soprattutto rafforzò l’idea che lo smartphone fosse uno strumento utile per qualsiasi cosa, dal chiamare un taxi al controllo della propria salute.
Oggi una variante di quello slogan potrebbe essere there’s a coach for that. Queste figure – un po’ consulenti, un po’ guide, un po’ mentori – coprono una marea di ambiti: c’è la life coach (per aiutarti a capire cosa vuoi dalla vita e come raggiungerlo), il coach per neogenitori, per chi sta divorziando, quello per chi deve integrarsi in un paese, la coach per chi è andato in esaurimento nervoso, per chi è in crisi di mezza età, per le squadre sportive, per figli di genitori anziani, per chi ha una malattia grave.
Negli Stati Uniti vanno particolarmente bene i career coach, anche con gli studenti universitari. Davanti alle prospettive grigie del mercato del lavoro, spiega il settimanale Bloomberg Businessweek nella sua copertina di questa settimana, le famiglie che se lo possono permettere spendono migliaia di dollari – in alcuni casi decine di migliaia – per affidare i figli e le figlie ventenni a questi mentori per la carriera, anni prima che la loro carriera cominci.
Può sembrare una forzatura, perché il career coaching di solito si rivolge a persone che lavorano già da diversi anni e che vogliono dare una svolta al loro percorso professionale, non a chi un lavoro ancora non ce l’ha. Nel 2019, secondo i dati citati da Bloomberg, le attività dedicate principalmente a universitari o giovani neolaureati rappresentavano appena il 5 per cento del totale. Erano cioè una nicchia. Oggi invece più di un quarto considera quel gruppo un segmento chiave, e la percentuale continua a crescere.
Come funziona? I coach, o le agenzie con cui collaborano, uniscono le competenze dei classici consulenti a un approccio motivazionale. Offrono programmi personalizzati individuali o per piccoli gruppi, in cui insegnano come assicurarsi i tirocini giusti e costruire un curriculum, trasformando un processo scoraggiante in qualcosa che sembra gestibile.
Normalmente un’ora di consulenza, per esempio per esercitarsi ai colloqui, costa alcune centinaia di dollari, ma ci sono pacchetti più completi che vanno dai tremila ai diecimila dollari. Non sono servizi così diversi da quelli forniti (gratuitamente) dagli uffici di orientamento interni alle università, solo che molti studenti non lo sanno.
Spesso i clienti arrivano ai coach dai college consultant, altri tutor privati che hanno seguito i ragazzi e le ragazze prima, quando erano alle superiori e dovevano affrontare il complicato percorso di ammissione al college. “S’investe tanto sui tutor e sulla preparazione ai test per far entrare i giovani all’università. Il nostro obiettivo è farli uscire”, ha detto a Bloomberg Beth Handler-Grunt. La sua agenzia, la Next Great Step, in New Jersey, offre piani semestrali che costano dai quattromila ai 15mila dollari. Secondo lei i risultati giustificano i prezzi: più dell’80 per cento dei giovani che assistono viene assunto.
Per chi punta a una carriera a Wall street è comodo avere le risorse di un pezzo grosso della finanza. Le agenzie specializzate in questo ambito chiedono da trentamila dollari fino a cifre a cinque zeri. Per quella somma, promettono di aiutarti a entrare nelle associazioni universitarie più esclusive, a superare i colloqui e creare una rete di contatti. Il fondatore della Command Education, Christopher Rim (che si fa pagare 750mila dollari per assistere i liceali che cercano di entrare ad Harvard o a Yale), offre piani su misura che vanno da pochi mesi a un anno, e che partono da 50mila dollari. Alcuni si rivolgono a lui già nell’estate dopo il diploma.
Una pianificazione così precoce viene giustificata dalle agenzie e dai loro clienti citando le statistiche: la National association of colleges and employers, per esempio, ha previsto che quello del 2026 sarà il peggior mercato del lavoro per i neolaureati degli ultimi anni. E poi ci sono gli stravolgimenti dell’intelligenza artificiale, politiche pubbliche deboli o assenti, una crisi internazionale dietro l’altra.
Le ragazze e ragazzi che nei prossimi mesi finiranno l’università (negli Stati Uniti sono più di due milioni) sentono un’enorme pressione addosso. Ma niente paura, c’è un coach per questo.
Questo testo è tratto dalla newsletter Doposcuola.
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