Un altro ragazzo è morto mentre era nelle mani dello stato, aveva trent’anni, era di origine tunisina. Si chiamava Lassoued Dhoui, aveva problemi psichiatrici. Era entrato nel centro di permanenza per il rimpatrio di Palazzo San Gervasio, in Basilicata, il 6 agosto. Quattro giorni dopo è morto. Per descrivere la morte di un ragazzo di trent’anni, la burocrazia del centro usa la definizione “evento critico”.

Un tentativo di suicidio. Un atto di autolesionismo. Una protesta. Un incendio: sono tutti eventi critici. Secondo le prime ricostruzioni, Dhoui si sarebbe ucciso all’interno della struttura. Sulla dinamica sono però ancora in corso accertamenti e sarà la magistratura a stabilire cosa sia accaduto nelle ultime ore della sua vita.

L’avvocato Arturo Covella ha raccontato di aver incontrato Dhoui pochi giorni prima e di aver raccolto una storia di fragilità psichica. Nei giorni precedenti, secondo il legale, nel centro c’erano state proteste legate al caldo, all’acqua e alle condizioni igieniche. Altre persone nel centro avrebbero compiuto gesti di autolesionismo.

Dhoui, racconta ancora l’avvocato, avrebbe dormito per alcuni giorni all’aperto, vicino al campo di calcetto, su un materasso. Sono circostanze che dovranno essere verificate. Gli attivisti della rete No Cpr denunciano che un ragazzo come Dhoui con gravi problemi psichiatrici non avrebbe dovuto essere idoneo per il trattenimento in un centro di detenzione.

“I detenuti con cui siamo in contatto ce lo hanno segnalato come persona costantemente bisognosa di aiuto e attenzioni e che male aveva accolto la notizia della convalida del trattenimento di novanta giorni, conseguenza dell’udienza davanti al giudice di pace di Melfi avvenuta la mattina della morte del ragazzo”, hanno raccontato le attiviste sul sito Melting Pot.

Dopo la morte di Dhoui, sono esplose le proteste delle altre persone rinchiuse nel centro che lo hanno visto morto. Sono intervenuti gli agenti e ne hanno arrestate otto. In base ai nuovi decreti sicurezza infatti protestare all’interno delle carceri e dei centri di permanenza per il rimpatrio è un reato: rivolta. I compagni di Dhoui che prima protestavano per il caldo e per le condizioni di vita all’interno del centro, poi si sono ribellati per morte di un ragazzo, alla fine sono finiti in carcere come prevedono le nuove leggi.

Palazzo San Gervasio è immerso nella campagna lucana. Da fuori, la struttura non mostra quello che accade al suo interno. È un luogo di passaggio e insieme di immobilità. Le persone entrano perché lo stato ritiene che debbano essere rimpatriate, quando presentano qualche irregolarità con i documenti. Ma nella metà dei casi sono rilasciate al termine del periodo massimo consentito di trattenimento, perché rimpatriarle è impossibile, visto che l’Italia non ha accordi in materia con la maggior parte dei paesi di provenienza.

Queste persone sono private della libertà personale finché il rimpatrio non viene eseguito oppure finché non scade il periodo di trattenimento. Non sono detenute per una condanna penale, non hanno commesso alcun reato, ma non possono uscire.

Nei primi sette mesi del 2026 sessantasette volte a Palazzo San Gervasio sarebbe stato necessario registrare un evento critico: episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio. Lo denunciano gli attivisti che monitorano costantemente il centro, chiedendone la chiusura.

Spazi insufficienti

Nell’agosto del 2024 sempre a Palazzo San Gervasio era morto Oussama Darkaoui, un giovane marocchino. Anche allora la sua morte aveva scatenato proteste e aperto domande sulle condizioni del centro. Due anni dopo, nulla è cambiato e nello stesso posto è morto un altro ragazzo.

Nel frattempo, sulla gestione del Cpr negli anni compresi tra il 2018 e il 2022 c’è stata un’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto una trentina di persone. Nel 2025 si è aperto il processo, in cui medici, ispettori e personale di polizia sono stati accusati, tra l’altro, di maltrattamenti, frode e corruzione. Sono accuse che collocano Palazzo San Gervasio nella lista dei peggiori centri di detenzione italiani.

Ma ci sono questioni più generali che riguardano tutti i dieci Cpr italiani. Nel 2025 la corte costituzionale ha stabilito che il trattenimento nei centri per il rimpatrio incide sulla libertà personale e deve quindi essere accompagnato dalle garanzie previste dall’articolo 13 della costituzione, le stesse che sono assicurate in carcere. Mentre al momento per chi è trattenuto in un regime di “detenzione amministrativa” quelle garanzie non sono previste. La corte ha segnalato anche la mancanza di regole chiare e certe sulle modalità del trattenimento, dei diritti delle persone trattenute e sugli strumenti per farli valere.

La domanda, allora, non è solo cosa sia successo a Dhoui nelle ultime ore di vita, ma chi è responsabile di questa ennesima morte.

L’ultima visita ispettiva di una parlamentare a Palazzo San Gervasio è avvenuta il 22 dicembre 2025, a entrare è stata la deputata Rachele Scarpa insieme a due legali. Aveva trovato 83 persone trattenute all’interno. Il rapporto parla di strutture “gravemente degradate”: finestre rotte, docce non funzionanti, illuminazione non regolabile, campanelli di emergenza fuori uso. L’area sanitaria è descritta come uno dei punti più problematici della struttura, con spazi ridotti e insufficienti dal punto di vista igienico.

Ancora più dettagliate sono le osservazioni sul trattamento della salute mentale dei trattenuti. Nei sopralluoghi dell’azienda sanitaria di Potenza erano emerse, già dal 2024, una frammentazione della documentazione clinica e l’assenza di valutazioni psichiatriche sistematiche. In seguito erano state rilevate anche irregolarità nella tracciabilità dei farmaci e nella loro somministrazione.

Il rapporto del dicembre 2025 segnalava inoltre che nel centro non esisteva un accordo formale per la prevenzione e la gestione del rischio suicidario, nonostante il registro degli eventi critici riportasse tentativi di impiccarsi e gesti autolesionistici ricorrenti delle persone trattenute nella struttura.

Palazzo San Gervasio non è un’eccezione. I Cpr italiani sono dieci: Bari, Brindisi, Caltanissetta, Gradisca d’Isonzo (Gorizia), Macomer (Nuoro), Milano, Palazzo San Gervasio (Potenza), Roma, Torino e Trapani. Sono luoghi nei quali una persona può essere privata della libertà senza avere ricevuto una condanna penale. L’associazione Cild in un rapporto li ha chiamati “buchi neri”: spazi sottratti alla visibilità, in cui l’accesso della società civile e delle associazioni è sottoposto a procedure e autorizzazioni e in cui, secondo i rapporti dell’organizzazione, sono state documentate nel tempo violazioni del diritto alla salute, della difesa e dell’informazione. Anche alla stampa è spesso negato l’ingresso.

Nel 2025 Cild è tornata a denunciare proprio il tema della salute. Nei Cpr l’assistenza sanitaria è affidata agli enti gestori, mentre il servizio sanitario nazionale riesce a garantire una presenza marginale. Le testimonianze e i dati raccolti dall’organizzazione descrivono un sistema nel quale la cura rischia di essere sostituita dal contenimento del disagio, anche attraverso un ricorso significativo agli psicofarmaci.

Un altro ragazzo è morto a Palazzo San Gervasio, non sappiamo quasi nulla della sua vita, dei suoi sogni e dei suoi desideri. Né della sua famiglia. Sappiamo che aveva problemi psichiatrici e che probabilmente non doveva essere rinchiuso in un centro di detenzione. Altri otto ragazzi sono stati arrestati per avere protestato dopo la sua morte. L’unica cosa sicura è che non si è trattato di un evento critico, ma di una morte annunciata, che probabilmente poteva essere evitata.

Questo articolo è tratto dalla newsletter Frontiere.

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