Il 24 ottobre ventimila persone sono arrivate a Castel Volturno, in Campania, da tutta Italia e hanno marciato per cinque chilometri contro lo stanziamento di 43,3 milioni di euro per la costruzione di un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) in un’area naturale protetta nella zona.
Sarebbe il primo di una serie di centri di detenzione che il governo Meloni ha promesso di costruire, nonostante le denunce di violazioni e abusi, sprechi e inefficienze di quelli già attivi in tutta Italia. La protesta, lanciata dalla rete campana contro la detenzione amministrativa, è stata sostenuta da decine di associazioni e sigle del terzo settore, e alle manifestazioni hanno partecipato anche il presidente della regione Roberto Fico e i vescovi di alcune diocesi campane, impegnati contro il razzismo e la discriminazione.
La via Domiziana attraversa un territorio segnato dalla presenza della criminalità organizzata, dallo sfruttamento del lavoro, dalla disoccupazione e dalla mancanza di servizi. Per un giorno invece è stata percorsa da un serpentone colorato di attivisti e attiviste che hanno gridato il loro no alla speculazione e alla propaganda, chiedendo che i soldi destinati al centro siano impiegati per affrontare le necessità del territorio.
Ma proprio nelle ore della manifestazione è stato reso noto il risultato della gara per la costruzione del Cpr: la base d’asta era di 43,3 milioni di euro, l’appalto è stato assegnato per 31,4 milioni, con un ribasso del 25 per cento. La struttura dovrebbe sorgere nell’area naturalistica della Piana, su una superficie di 63 ettari, e ospitare 120 persone. Il progetto, come spiega Fabrizio Coresi di ActionAid, richiama il modello del panopticon: uno spazio organizzato per rendere possibile la sorveglianza continua delle persone trattenute.
“Quello che inquieta non è solo l’architettura, che cerca il controllo costante, ma anche l’area scelta”, spiega Coresi. “È un territorio con una forte presenza di persone immigrate, come se il Cpr fosse un servizio per la comunità. Ma questo territorio avrebbe bisogno di tutt’altro: ha tassi di disoccupazione alti, collegamenti insufficienti con i capoluoghi vicini e mancano perfino servizi essenziali, come lo scuolabus per i bambini che vanno a scuola”.
Per Coresi, presentare il centro come una risposta alle esigenze locali significa rovesciare le priorità: “Questi soldi potrebbero essere spesi diversamente, non per fare di Castel Volturno un laboratorio della detenzione amministrativa”.Il progetto si inserisce in un piano più ampio che punta a estendere la rete dei centri.
Secondo Coresi, quello di Castel Volturno è l’unico intervento del piano straordinario sul quale finora siano disponibili informazioni concrete. Il decreto del 2023 che ha ricondotto queste strutture nell’ambito delle opere di difesa e sicurezza nazionale ha aperto la strada a procedure in deroga alle norme ordinarie, ricorda il ricercatore.
Su basi sbagliate
Ogni Cpr richiede personale di vigilanza per gestire le proteste, gli incendi, i possibili atti di autolesionismo e i trasferimenti. Spesso per fare questo si sottraggono risorse al controllo dell’ordine pubblico sul territorio, o arrivano rinforzi da fuori. ActionAid insieme all’università di Bari ha esaminato i costi e l’impatto dei centri di detenzione italiani nel rapporto Espulsioni del progetto intitolato Trattenuti.
Dal rapporto emerge che nell’ultimo anno c’è stato un record di persone trattenute (6.835), ma un record negativo della percentuale dei rimpatriati (passati dal 50 al 25 per cento, uno su quattro). “In otto anni dal 2018 al 2025 abbiamo individuato spese per 217 milioni di euro, senza considerare i costi accessori. È un aumento del 45 per cento della spesa per questi centri. Parliamo solo dei costi di gestione, quindi delle erogazioni all’ente gestore e dei costi di manutenzione ordinaria e straordinaria, per dei luoghi in cui sappiamo tutti che la violazione dei diritti è sistematica. Nonostante questo si è investito sempre di più”, spiega Fabrizio Coresi.
La manifestazione non contestava solo la costruzione di un nuovo Cpr in Campania, ma più in generale il principio della detenzione amministrativa, cioè la privazione della libertà personale senza avere commesso reati, per il semplice fatto di essere stranieri senza i documenti in regola.
Lo sottolinea Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci: “Pensiamo che la questione della detenzione amministrativa e delle leggi speciali per gli stranieri sia una delle fondamenta della politica di questo governo sull’immigrazione. Combatterla qui, a Castel Volturno, significa opporsi a una politica che investe sulla detenzione e sulla criminalizzazione degli stranieri invece di affrontare i problemi reali”.
Miraglia contesta anche l’idea, sostenuta dal ministro dell’interno Matteo Piantedosi, che nei Cpr finiscano persone socialmente pericolose. “La pericolosità sociale non ha nulla a che vedere con i Cpr, che esistono per effettuare i rimpatri. E i dati mostrano quanto siano poco efficaci per questo obiettivo”.
Secondo l’ultimo rapporto di ActionAid sui centri, solo il 25 per cento delle persone trattenute nei Cpr viene rimpatriato e meno del 10 per cento di quelle che ricevono un provvedimento di espulsione. Sono dati che dipendono dagli accordi di rimpatrio con i paesi di origine e che mettono in discussione l’efficacia dello strumento rispetto agli obiettivi.
Segregazione sistematica
La critica non è solo politica o economica. Riguarda anche le condizioni delle persone trattenute e le conseguenze della privazione della libertà in strutture dove non si sconta una condanna penale.
Sergio Serraino, coordinatore dei progetti di Emergency in Campania, ricorda il lavoro svolto nel 2025 dall’organizzazione insieme al Tavolo asilo e immigrazione, attraverso visite nei Cpr italiani e in quello in Albania, condotte anche con parlamentari. Le osservazioni sono confluite nel rapporto “Cpr d’Italia”, pubblicato nel gennaio 2026, che denuncia violazioni dei diritti fondamentali e gravi criticità nell’assistenza sanitaria.
“A noi sta particolarmente a cuore il diritto alla salute”, dice Serraino. “Nel rapporto denunciamo la somministrazione indiscriminata e inappropriata di psicofarmaci, non a fini terapeutici ma per il controllo sociale e il mantenimento dell’ordine pubblico all’interno dei centri”.
Il rapporto documenta inoltre episodi di autolesionismo, tentativi di suicidio e morti. Per Serraino, non si tratta di anomalie isolate o di una semplice distorsione nella gestione delle strutture: “Non si può neanche parlare di deriva manicomiale, perché queste condizioni vengono denunciate da quando i centri sono nati. Sono luoghi di segregazione che compromettono la salute fisica e mentale delle persone”.
I Cpr non possono essere migliorati soltanto attraverso interventi sulle condizioni materiali o sull’assistenza sanitaria. “L’unica soluzione è l’abolizione. Non sono riformabili, non sono superabili: vanno aboliti, perché il problema è l’idea che delle persone possano essere rimpatriate forzatamente”.
Per Serraino, il progetto di Castel Volturno è anche il simbolo di trent’anni di politiche migratorie che non hanno risolto le questioni legate all’immigrazione e che hanno finito per riprodurre esclusione e marginalità. “Castel Volturno è una lente d’ingrandimento attraverso la quale possiamo osservare trent’anni di fallimento delle politiche migratorie in Italia, basate su logiche razziali. Questo progetto è l’ennesimo schiaffo a un territorio che ha bisogno di investimenti sociali, servizi e opportunità, non di un Cpr”.
A Ischitella, in questo territorio, nel 2008 sei immigrati furono uccisi dalla camorra, un episodio violento contro dei lavoratori stranieri innocenti che scatenò delle rivolte e che mise in luce la segregazione e le condizioni di sfruttamento in cui vivevamo e vivono gli stranieri in Italia.
Ancora prima a Villa Literno l’omicidio di un bracciante, Jerry Masslo, un rifugiato sudafricano che lavorava nella raccolta dei pomodori, portò alla creazione del primo movimento antirazzista italiano nel 1989. A distanza di più di trent’anni quel movimento è tornato in piazza contro i centri per il rimpatrio istituiti nel paese nel 1998.
“In questi anni è mancata una voce istituzionale che si facesse portavoce dei diritti e dell’uguaglianza. Se nel mercato del consenso l’unica offerta è quella del razzismo, è evidente che emergeranno solo le voci favorevoli al razzismo”, continua Miraglia. “Bisogna dire chiaramente che i Cpr vanno chiusi”.
Questo articolo è tratto dalla newsletter Frontiere.
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