Milano è la città in cui la cantante Dua Lipa sta pensando di andare a vivere, ma anche quella da cui molti abitanti sono costretti ad andarsene. È tra le metropoli che accolgono il maggior numero di milionari al mondo, felici di stabilirsi nei nuovi grattacieli progettati dai grandi architetti e soprattutto di approfittare del regime fiscale forfettario offerto dall’Italia dal 2017: fra cento e i trecentomila euro una tantum (è uno dei motivi che nel 2018 spinsero il calciatore Cristiano Ronaldo a passare dal Real Madrid alla Juventus).

Questo è il “modello Milano”, una città di lusso, cultura, moda, banche d’investimento. Un posto ideale in cui vivere, se non fosse che visto il prezzo delle case e degli affitti viverci è diventato impossibile. Secondo i dati dei portali immobiliari, oggi comprare una casa a Milano costa il 57 per cento in più rispetto a un anno fa, mentre gli affitti sono saliti del 70 per cento dal 2018.

Secondo il Financial Times, il rapporto tra i salari e il costo della vita è peggiore perfino di quello di Londra. In Italia i salari sono fermi da venticinque anni (mentre nel resto dei paesi dell’Ocse sono cresciuti del 35 per cento), non esiste un salario minimo e l’inflazione ha toccato il 27,1 per cento in cinque anni. Questa situazione, all’origine del malessere sociale che scuote tutto il paese, a Milano è ancora più grave.

La città è un caso estremo dei problemi che affliggono altre metropoli europee, anche perché non è particolarmente grande: 1,3 milioni di abitanti, a cui si aggiungono altri 1,8 milioni di persone che sono state rapidamente espulse verso l’area metropolitana, molto più brutta.

A Milano è stato girato Il diavolo veste Prada 2, ma dietro la facciata scintillante si nasconde una città corrosa dalla disuguaglianza. I circa duemila ragazzi che nel fine settimana del 17 ottobre hanno preso d’assalto il centro non sono arrivati dal nulla. Anzi, forse è più giusto dire che arrivavano proprio dal nulla, da questa periferia che sembra non esistere, tagliata fuori dal lusso. Sabato e domenica hanno deciso di rompere le vetrine e rubare scarpe di marca. Il più giovane degli arrestati aveva 11 anni.

“Come fai a pagare un paio di scarpe 1.200 euro se guadagni 1.400 euro al mese? Per me rubare alle multinazionali va benissimo. A un commerciante privato, invece, non è giusto”, spiega Lello, 20 anni, uno degli arrestati. È il 19 ottobre, lunedì, e Lello è stato appena rimesso in libertà insieme al fratello e ad altri due ragazzi che ha conosciuto in cella, all’interno del commissariato di via Fatebenefratelli.

Vestiti di nero, non vogliono parlare con i giornalisti. Fino a quando arriva una persona che dice di lavorare per il canale YouTube di Fabrizio Corona, un famoso paparazzo finito in galera e diventato un personaggio molto popolare. Il suo canale si chiama Falsissimo. Con lui i ragazzi vogliono parlare, perché per loro Corona è “un grande”.

Come quasi tutti i ragazzi arrivati a Milano nel fine settimana, anche loro vengono da fuori città, nel caso specifico da Rho, da San Donato e perfino da Lecco, lontana un’ora di treno. I quattro, di età compresa tra 18 e 21 anni, raccontano la loro vita difficile: non lavorano, non studiano, vivono in famiglie problematiche segnate dalla disoccupazione e dal lavoro precario. Uno di loro è già passato da un carcere minorile.

I due fratelli spiegano che poco tempo fa sono stati senza casa per due mesi. Nessuno ha ancora avvertito i loro genitori, che ancora non sanno cosa gli è capitato. Assicurano che nel caos di domenica sono stati arrestati senza aver fatto nulla di male. Nella cella del commissariato erano in 27: loro quattro, italiani, e altri 23 di origine straniera. Di politica non si occupano minimamente.

Come in Francia

Perché erano andati al Duomo il 18 ottobre? Avevano scoperto su TikTok che stava succedendo qualcosa e hanno deciso di partecipare. “Come in Francia, perché qui nessuno ha avuto i coglioni di farsi rispettare. Bisogna cambiare la situazione. Per l’istruzione, per il lavoro, per la benzina, per le tasse. Lo abbiamo fatto per farci sentire. Se la situazione con cambierà sarà sempre peggio. Tutti in strada a fare casino! La nuova generazione ha le palle, non come quelle di prima”, dice Alessandro. Due dei quattro ragazzi promettono che lo rifaranno. Uno dice che ha chiuso con queste cose, perché la notte in commissariato è stata molto pesante. Il quarto è indeciso.

Mario Calabresi, giornalista e scrittore che ha appena annunciato la sua candidatura a sindaco di Milano, si aspettava che succedesse qualcosa di simile, anche se è rimasto stupito dalla violenza: “Già a settembre avevo detto che esistono due città: una luccicante come una vetrina, l’altra che si sente invisibile, senza luce. Dicevo che era indispensabile rimediare a questa frattura, perché altrimenti qualcuno avrebbe rotto la vetrina. Per questi ragazzi il centro di Milano è un negozio in cui non possono entrare. Bisogna ricostruire una comunità e una cittadinanza”.

In questo periodo sta emergendo un problema di integrazione della popolazione di origine straniera. Quand’è che la politica si è dimenticata di loro? “In realtà la politica non ha mai cominciato a occuparsene”, dice Calabresi, sottolineando che è la prima volta in cui in Italia esplode una rivolta sociale simile a quelle che scuotono la Francia. “L’immigrazione è cresciuta molto a partire dalla metà degli anni novanta. Per noi italiani questi ragazzi sono i primi immigrati di seconda generazione. È un problema nuovo”.

Secondo Calabresi una delle cause della situazione attuale è la Brexit, perché nel 2016 Milano ha accolto molti imprenditori e dirigenti partiti da Londra. E anche studenti. Calabresi cita un dato: dieci anni fa a Milano vivevano 150mila studenti, mentre oggi sono 230mila. Questo aumento ha pesato sul mercato immobiliare, aggravato dal fatto che in città ci sono quattro università private, con studenti che hanno un potere d’acquisto molto più alto della media. Poi sono arrivati i turisti e gli affitti brevi.

È uno sviluppo curioso per una città che è stata sempre considerata grigia e poco attraente rispetto a Roma, Venezia o Firenze. Ma in realtà è il frutto di una grande operazione d’immagine che Lucia Tozzi, ricercatrice esperta di politiche urbane, ha smantellato nel saggio L’invenzione di Milano (Cronopio 2023).

Il libro di Tozzi ha infranto un tabù negando che Milano fosse meravigliosa e sollevando il velo su una città “immersa nell’autocelebrazione del suo successo di immagine”, ci racconta la ricercatrice mentre prendiamo un caffè nel suo quartiere, Isola.

La gentrificazione ha coinvolto anche queste strade, poco lontane da uno dei simboli della nuova Milano: i grattacieli del Bosco Verticale, progettati dallo studio Boeri nella zona di Porta nuova. Ognuno di questi simboli ha provocato un’impennata dei prezzi nelle aree circostanti, causando la demolizione degli edifici più vecchi. “Hanno espulso dalla città una quantità enorme di persone: prima i poveri, poi la classe media. Nella scuola di mio figlio”, dice Tozzi, “ho visto sparire i suoi compagni che facevano parte di famiglie residenti nel quartiere da sempre. Sono andati tutti fuori Milano”.

Dopo aver indetto un concorso per l’assunzione di 94 assistenti giudiziari, il tribunale di Milano ha appena annunciato di averne trovati solo cinque a causa del prezzo degli affitti, insostenibile con uno stipendio compreso tra 1.500 e 1.600 euro. Nella regione mancano anche 2.500-3.000 infermieri e all’ultimo bando per medici di famiglia, che a Milano sono 600 in meno del necessario, si sono presentati in venti. Lo stesso succede in altri settori, dalla scuola al trasporto pubblico milanese (400 posti vacanti).

Dopo l’Expo

Secondo Tozzi tutto è cominciato con l’Expo del 2015. L’esposizione in sé non è stata indimenticabile, ma è servita come pretesto per attrarre un flusso enorme di investimenti pubblici: “Quel denaro è stato sottratto ad altre città e regioni, aggirando i procedimenti ordinari grazie a una serie di leggi speciali, le preferite da chi governa in Italia. La conseguenza è che Milano è diventata quasi un paradiso fiscale. Sono arrivati gli investitori stranieri, a cominciare da Qatar”.

Nel 2025 è stata avviata un’inchiesta sulle irregolarità urbanistiche in varie grandi operazioni immobiliari, ancora in corso. Insieme all’inevitabile esaurimento dello spazio urbanizzabile, l’indagine ha rallentato i progetti e oggi minaccia il modello Milano.

“Prima hanno sostituito gli edifici, poi hanno sostituito anche la popolazione. A quel punto è cominciata la turistificazione di Milano”, spiega Tozzi. Negli ultimi sei anni il numero di turisti è quintuplicato. L’intero modello Milano, sostiene la ricercatrice, è stato una gigantesca mistificazione culturale attraverso eventi, greenwashing, finta inclusività e intrattenimento, capace di occultare “la concentrazione della ricchezza in poche mani e la privatizzazione selvaggia dei beni e dei servizi”.

Tutto questo è successo sotto un’amministrazione di centrosinistra. Beppe Sala, sindaco dal 2016, è stato il commissario del governo per l’Expo 2015.

La resa di Milano al cemento
Negli ultimi anni in città si è costruito alla velocità della luce. Ma il prezzo pagato per attirare capitali finanziari privati è stato alto

Secondo Tozzi l’esplosione della rabbia sociale era prevedibile, anche se è ancora presto per decifrare i fatti. La ricercatrice ritiene che al di là dei disordini, molti milanesi abbiano finalmente capito che gli ultimi anni “sono stati un inganno”.

“L’assenza di un futuro è un problema per tutti, non solo per i giovani. Quella in corso non è una rivolta generazionale, ma una rivolta di classe. Molti hanno capito che il loro malessere non è la conseguenza di un fallimento personale, ma l’effetto di una situazione che può essere risolta politicamente, anche se oggi non ci sono politici paragonabili alla candidata sindaca di Berlino, e credo che non ce ne saranno”, spiega Tozzi, sottolineando che in pochi anni è stata distrutta sistematicamente una città che negli anni settanta e sessanta era un esempio virtuoso di servizi pubblici ed edilizia sociale.

Ilgiornalista e scrittore Michele Serra, uno degli opinionisti di punta del quotidiano La Repubblica, racconta che da bambino viveva accanto a Santa Maria delle Grazie, la basilica dove si trova L’ultima cena di Leonardo Da Vinci. “Mio padre era un semplice impiegato di banca ed eravamo in affitto. Oggi, invece, per una famiglia l’idea di vivere in quella zona è inconcepibile. Per abitare a Milano devi guadagnare come minimo cinquemila euro al mese, altrimenti te ne devi andare”, spiega.

Serra ricorda che fino agli anni novanta tutte le aree dove oggi si trovano i grattacieli erano spianate a cielo aperto. Secondo il giornalista oggi è importante capire cosa pensano i ragazzi che assaltano i negozi, se vogliono soltanto rubare le scarpe o rappresentano una critica reale del modello sociale.

La psicologa Roberta Milanese, punto di riferimento in Italia nel campo della psicoterapia breve strategica, crede che contrariamente a quanto si dica, l’atteggiamento dei giovani non nasca dalla rabbia: “A me sembra che abbiano vissuto tutto questo quasi come uno spettacolo. Attraverso i social media, questi giovani sono stati ‘invitati’, per così dire, a partecipare a un evento, tutti vestiti uguali. In alcune interviste hanno detto che gli sembrava di essere in un flash mob o all’interno di un videogioco. Poi è scattato un fenomeno di gruppo, un meccanismo di appartenenza. Per gli adolescenti si tratta di un aspetto fondamentale”.

Milanese è convinta che molti di quei ragazzi stiano cercando una propria identità: “Significa che non siamo riusciti a far nascere in loro un senso di appartenenza alla comunità”, spiega, sottolineando che i giovani si sono sentiti “eroi per un giorno”.

Baby Gang, venticinque anni, rapper italiano di origine marocchina nato a Lecco, vicino a Milano, è stato l’artista con il maggior numero di ascolti su Spotify nel 2025 (6,4 milioni di utenti al mese). Una sua famosa canzone recita: “Alcott, Zara, Bershka rubavamo i vestiti / Con gli antitaccheggi lasciati nei camerini / Era un tiki-taka di africani e di magrebini / Eravamo tutti poveri ma eravamo ben vestiti”. Era il 2021. ◆

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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