Quando una delegazione degli Emirati Arabi Uniti è andata nell’est del Ciad per visitare i campi che ospitano i profughi in fuga dalla guerra nel vicino Sudan non ha ricevuto esattamente l’accoglienza sperata. In un’occasione un portavoce dei profughi ha spiegato che invece di fornire assistenza umanitaria il governo di Abu Dhabi dovrebbe smettere di alimentare il conflitto. “Non vi chiediamo nient’altro. Fermate la guerra in Sudan e smettetela di interferire”, ha detto. Anche un’altra rifugiata ha mostrato risentimento nei confronti della delegazione, rifiutando di accettare gli aiuti dalle stesse mani dei responsabili dell’uccisione di due suoi fratelli. “Non mangerò mai niente che viene dagli Emirati Arabi Uniti, mai!”, ha gridato.

I due profughi provenivano dal Darfur, nell’ovest del Sudan, dove si sono verificate alcune delle peggiori atrocità della guerra civile scatenata nell’aprile 2023 da una lotta per il potere tra l’esercito sudanese guidato dal capo della giunta militare Abdel Fattah al Burhan e le Forze di supporto rapido (Rsf), la milizia di Mohamed Hamdan Daglo detto Hemetti. Il conflitto ha causato decine di migliaia di morti, più di dodici milioni di sfollati e una delle più gravi crisi umanitarie della storia recente. Entrambe le parti sono accusate di crimini di guerra per aver deliberatamente preso di mira i civili e bloccato gli aiuti umanitari.

Nel corso della guerra però si sono accumulate le prove del fatto che gli Emirati Arabi Uniti riforniscono con armi e mercenari i paramilitari delle Rsf, accusati di pulizia etnica e violenze sessuali. Un’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che l’attacco delle Rsf contro le popolazioni non arabe nell’ovest del paese presentava “i tratti distintivi di un genocidio”. Nell’aprile del 2025 il Sudan ha accusato gli Emirati Arabi Uniti davanti alla Corte internazionale di giustizia (Cig) di alimentare “un genocidio nel Darfur” con il sostegno garantito alle Rsf. Abu Dhabi respinge le accuse.

A guidare la delegazione in visita ai campi profughi in Ciad c’era Lana Nusseibeh, volto della strategia degli Emirati Arabi Uniti in Sudan. Il 21 ottobre Nusseibeh ha presentato la sua candidatura per diventare la prossima segretaria generale delle Nazioni Unite e succedere ad António Guterres, il cui secondo mandato scade il 31 dicembre. Per diventare la prima donna e la seconda araba a ricoprire il ruolo, dovrà superare gli altri sei candidati ottenendo nove voti dei quindici paesi che compongono il Consiglio di sicurezza, ma sarà anche necessario che nessuno dei cinque rappresentanti permanenti (Cina, Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Russia) metta il veto.

La sfida è ardua. In base a un sistema informale di rotazione regionale, la carica potrebbe andare a una persona proveniente dall’America Latina, dove Costa Rica e Guyana presentano due candidate di tutto rispetto: la diplomatica ed ex vicepresidente Rebeca Grynspan e l’ambasciatrice all’Onu Carolyn Rodrigues-Birkett.

Inoltre, subito dopo l’annuncio della candidatura di Nusseibeh si sono sollevate le critiche sull’opportunità che a guidare la più importante istituzione internazionale ci sia l’esponente di un paese accusato di violare i diritti umani all’interno dei suoi confini e seminare guerra e devastazione all’esterno nel tentativo di affermare la sua influenza. Negli ultimi anni, infatti, oltre a intervenire in Sudan, Abu Dhabi è stata una forza destabilizzante anche nel resto della regione, sostenendo gruppi separatisti nello Yemen contro gli huthi, e il generale Khalifa Haftar in Libia contro il governo riconosciuto a livello internazionale.

Intervistata da Le Monde, Mira al Hussein, sociologa emiratina all’università di Edimburgo, nel Regno Unito, ha affermato che se fosse eletta Nusseibeh sarebbe per gli Emirati “un ulteriore trofeo da aggiungere alla loro collezione di strumenti di influenza” e gli darebbe “un nuovo vantaggio strategico che gli consentirebbe di influenzare l’adozione delle risoluzioni delle Nazioni Unite”. Sarebbe anche un modo per distogliere l’attenzione da questioni che ultimamente hanno fatto cattiva pubblicità al paese, come le accuse di violazioni delle regole finanziarie nella gestione del Manchester City, la squadra di calcio maschile acquistata nel 2008 da un esponente della famiglia reale di Abu Dhabi.

Secondo Al Hussein, durante tutta la sua carriera, Nusseibeh ha sfruttato l’influenza che il suo paese aveva acquisito all’interno dell’Onu per occultare i crimini commessi dagli Emirati, in particolare in Sudan. “Come può una persona proveniente da uno stato così autoritario, dittatoriale e illiberale ricoprire una carica che dovrebbe incarnare i valori universali di giustizia, libertà e diritti fondamentali?”, si chiede.

Diplomatica di origini palestinesi, quando era ambasciatrice alle Nazioni Unite – prima emiratina a ricoprire l’incarico tra il 2013 e il 2024 – Nusseibeh si è fatta notare per il suo impegno nella causa palestinese e per aver cercato di favorire l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza devastata dalla guerra lanciata da Israele dopo il 7 ottobre 2023. Come rappresentante degli Emirati alla Corte internazionale di giustizia nel 2024 ha sostenuto l’autodeterminazione dei palestinesi e la soluzione dei due stati, criticando le politiche israeliane nei territori palestinesi occupati. Però ha anche sostenuto gli accordi di Abramo, con cui gli Emirati nel 2020 hanno normalizzato i rapporti diplomatici con Israele.

Lana Nusseibeh è nata nel 1978 ad Abu Dhabi, discendente di un’illustre famiglia palestinese originaria di Gerusalemme e costretta all’esilio in seguito alla creazione di Israele nel 1948. Suo nonno Anwar Nusseibeh era un importante politico e ambasciatore nel Regno Unito tra il 1965 e il 1967. Suo zio Sari è un filosofo ed è stato presidente dell’università Al Quds, rappresentante dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina a Gerusalemme e in seguito tra i fondatori di un’iniziativa per la pace. Il padre Zaki è consulente culturale del presidente degli Emirati e una figura di spicco nel paese. Lei ha studiato a Londra, dove ha conseguito due master.

Come donna musulmana con credenziali progressiste e un’istruzione occidentale, Nusseibeh è quindi una scelta perfetta per un paese che da anni cerca di entrare nelle grazie del potere occidentale, commenta Nesrine Malik in un articolo sul Guardian. Ed è anche un segno dei tempi: “In un’epoca caratterizzata da grandi guerre regionali, multipolarità, crisi energetiche e norme sempre più logore, chi meglio di un paese che propone una politica transazionale priva di valori, sostenuto da un fondo sovrano ed esperto in gangsterismo sfarzoso dietro le quinte del nuovo ordine mondiale potrebbe diventare un punto di riferimento globale?”.

La candidatura di Nusseibeh, aggiunge Malik, è la dimostrazione di quanto siano false e vuote le dichiarazioni di chi sostiene di schierarsi dalla parte dei sudanesi, e del successo delle politiche con cui alcuni paesi arabi, primi tra tutti gli Emirati Arabi Uniti, cercano di ripulirsi l’immagine agli occhi dell’occidente. E una sua eventuale nomina aprirebbe un nuovo capitolo, nel quale “un colpevole e i suoi sostenitori non solo non vengono chiamati a rispondere delle loro azioni, ma vengono addirittura incoronati”. Sarebbe “uno schiaffo in faccia ai milioni di persone che soffrono gli orrori della guerra”, che si potrebbe ottenere solo “calpestando i morti e voltando le spalle ai vivi”.

Questo testo è tratto dalla newsletter Mediorientale.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it