Potreste dirmi che il Medio Oriente è lontano dall’avere il monopolio dell’incertezza. Che ovunque si guardi oggi si vedono società che danno l’impressione di navigare a vista, che temono un futuro che arriva in fretta – troppo in fretta – e che si chiedono come riusciranno a sopravvivere all’intelligenza artificiale, alla crisi ecologica, alla disgregazione dell’ordine internazionale o ancora alla profonda crisi delle democrazie.

Il Medio Oriente presenta tuttavia una particolarità: a tutte queste angosce si aggiunge quella di una tensione geopolitica permanente da cui dipende in gran parte il nostro destino, ma sulla quale abbiamo pochissime possibilità di intervento.

Il nostro futuro, e ancora più la nostra vita quotidiana, dipendono dai calcoli di Washington, Teheran e Tel Aviv. Anche altre potenze come la Cina, la Russia, il Pakistan o alcuni paesi europei, oltre ad altri della regione, come la Turchia, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, hanno voce in capitolo, ma i loro margini di manovra sono molto più limitati.

Non fatemi dire che la geopolitica spiega tutto. Niente sarebbe più falso. Concentrarsi su questa dimensione quando si parla di Medio Oriente presenta un duplice rischio: occultare completamente tutte le dinamiche all’interno delle società interessate, ma anche sollevare gli attori locali da ogni responsabilità, presentandoli solo come spettatori della propria storia.

Ci sono periodi, però, in cui la geopolitica è animata da una forza tale da prevalere effettivamente su tutto il resto. È quello che stiamo vivendo dal 7 ottobre 2023. Si tratta della collisione tra i due nodi politici che da decenni strutturano la regione, ovvero la questione palestinese e quella iraniana.

Lo scontro tra l’asse iraniano e la coppia statunitense-israeliana sembrava inevitabile già da anni. Ma nessuno immaginava che tutti i fronti, o quasi, si sarebbero infiammati contemporaneamente, che lo shock avrebbe provocato scossoni tali da contribuire perfino alla caduta del regime di Bashar al Assad in Siria e che la guerra non si sarebbe più combattuta solo per mezzo di intermediari, ma direttamente tra i principali attori.

Il vortice geopolitico ha annientato Gaza, devastato il sud del Libano, ridisegnato la Siria e cambiato il volto del Golfo. Ma è ancora in corso, e ci vorrebbe un genio per prevedere come sarà la regione una volta che sarà finito.

Se avessi scritto questo articolo un anno fa, avrei esordito dicendovi che dalle rovine del Medio Oriente stavano emergendo un grande vincitore, Israele, e un grande perdente, l’Iran. Lo stato ebraico era allora percepito come la nuova potenza egemone della regione sul piano militare, ma non su quello politico, mentre l’Iran appariva molto indebolito dai colpi subiti in serie dai suoi alleati: Hamas e, soprattutto, il regime di Assad e la milizia libanese Hezbollah.

Israele stava attuando il suo programma: cancellazione della questione palestinese a Gaza e in Cisgiordania; smantellamento dell’asse iraniano in Libano e, in misura minore, in altri luoghi. Per quanto fosse criticato da tutte le parti, duramente contestato da una parte dell’opinione pubblica dei suoi alleati e sempre più isolato sul piano diplomatico, ne usciva indubbiamente rafforzato sul piano strategico.

L’Iran, dal canto suo, subiva una sconfitta dopo l’altra e vedeva crollare in pochi mesi tutto quello che aveva impiegato quarant’anni a costruire, la sua rete di milizie e missili.

Da allora, però, la situazione è cambiata. Ancora più sorprendente è il fatto che sia cambiata in seguito a un evento che per decenni è stato il peggior incubo della Repubblica islamica e dal quale, invece, esce rafforzata: uno scontro diretto con gli Stati Uniti.

L’Iran aveva creato la sua rete di milizie per assicurarsi il dominio sul mondo arabo, per esportare la sua dottrina, per essere in grado di circondare Israele, ma anche per evitare che la guerra contro il nemico statunitense-israeliano si svolgesse sul suo territorio. Il mondo arabo doveva essere al tempo stesso una provincia del suo impero e il suo primo scudo contro i nemici. Quando lo scudo si è gravemente incrinato, il regime iraniano è apparso indifeso. È stato allora che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha convinto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a dare il colpo di grazia alla bestia ferita. Ed è stato allora che il regime ha tirato fuori le zanne.

La guerra contro l’Iran poneva fin dall’inizio una doppia equazione impossibile. Sul piano morale, come sostenere una parte contro l’altra? Da un lato, un’operazione illegale, condotta da un primo ministro israeliano perseguito dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e da un presidente statunitense principale artefice della distruzione di quello che resta dell’ordine internazionale del dopoguerra. Dall’altro lato, un regime oscurantista e criminale che a gennaio ha represso nel sangue, con una violenza inaudita, tutti i movimenti di protesta nel paese.

Non c’è il bene contro il male. Non c’è una risposta semplice quando si sa che un regime simile, purtroppo, può essere rovesciato solo con la forza e nel dolore.

Sul piano strategico, il dilemma era altrettanto complicato. Come sconfiggere un nemico che non sa perdere? La Repubblica islamica era pronta a soffrire, a incassare i colpi, ad attaccare i paesi del Golfo, a destabilizzare l’economia mondiale piuttosto che accettare la propria sconfitta militare. E poteva farlo con mezzi decisamente meno costosi di quelli di cui aveva bisogno la coppia statunitense-israeliana per procurarle danni.

Da quel momento in poi, più la guerra andava avanti più si rivelava vantaggiosa per l’Iran, nonostante le ingenti perdite che comportava per il paese. Il regime poteva piegarsi, ma ci sarebbe voluto ben altro per spezzarlo: un’operazione terrestre e bombardamenti ancora più massicci, che avrebbero avuto conseguenze terribili per anni. O la guerra rimaneva limitata agli attacchi aerei, contribuendo alla fine a rafforzare il regime, oppure diventava totale, con il grave rischio di seminare un caos ancora maggiore in tutta la regione. Donald Trump era caduto nella sua stessa trappola.

A che punto siamo oggi, otto mesi dopo l’inizio del conflitto? Ebbene, ci troviamo nel grigio.

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Cosa succede in Medio Oriente. A cura di Francesca Gnetti. Ogni mercoledì.
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I paesi del Golfo sono i grandi perdenti di questa guerra, che ha messo a nudo la loro fragilità, i loro limiti sul piano militare e la loro dipendenza da un padrino statunitense che non è più disposto a morire per loro. La Cina emerge per il momento come la grande vincitrice. Vede il suo rivale statunitense indebolito, le sue scorte di armi e di sistemi difesa esaurirsi, la sua credibilità vacillare, e si posiziona come mediatore imprescindibile per una vera via d’uscita dalla crisi, armando al contempo l’Iran.

Quanto ai tre principali protagonisti, ciascuno ne esce seriamente scosso, ma per ragioni diverse.

Israele è isolato e non è mai stato così impopolare agli occhi dell’opinione pubblica statunitense. È in guerra ovunque, e la guerra è il suo unico orizzonte. Crede che seminando la rovina intorno a sé potrà vivere al sicuro. Crede di potersi sbarazzare dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, di poter occupare il sud del Libano e della Siria, di poter intervenire militarmente ovunque e a suo piacimento. Soprattutto, crede di poter fare tutto questo e stare tranquillo in una regione che gli è ancora ostile, 78 anni dopo la sua creazione, senza offrire nulla sul piano politico. È questo il suo più grave errore.

Gli Stati Uniti si sono trovati ancora una volta di fronte ai limiti della loro superpotenza, anche se questa constatazione va sfumata, dato che loro stessi non hanno voluto ricorrere a tutta la loro potenza. Si tratta dell’ennesima ritirata strategica, come in Vietnam, in Afghanistan o in Iraq, oppure è il riflesso di un declino ancora più marcato della prima potenza mondiale? Si tratta della macchia nera del mandato di Trump o della fine del dominio statunitense sul mondo? È ancora troppo presto per rispondere in modo definitivo a queste domande, ma è chiaro che questa guerra ha messo in luce tutte le debolezze dell’America trumpiana: l’incapacità di creare coalizioni, la mancanza di visione strategica e l’illusione che la forza possa risolvere tutto. Israele e gli Stati Uniti possono eliminare qualsiasi leader all’interno della Repubblica islamica, sferrare migliaia di attacchi in tempi record, distruggere parte dell’arsenale balistico e del programma nucleare, ma tutto ciò, in definitiva, non basta per vincere una guerra.

L’Iran, infine, si gonfia il petto e grida vittoria. Ha resistito alla prima potenza mondiale e alla prima potenza regionale. Il regime è ancora al potere, è stata eletta una nuova guida suprema, anche se non si sa nulla delle sue condizioni di salute, l’apparato di sicurezza ha retto e Teheran è ancora in grado di bloccare lo stretto di Hormuz e di attaccare i suoi vicini del Golfo, grazie ai suoi missili e soprattutto ai suoi droni.

Si tratta, però, di una vittoria di Pirro. Il regime ha subìto colpi estremamente duri, la sua situazione economica è delicata, i suoi vicini lo detestano e la sua popolazione non ha improvvisamente dimenticato tutto ciò che le ha fatto subire. Potrebbe resistere per anni in questa situazione. Ma la storia ci ha insegnato non solo che questo tipo di regime non può reggere a lungo, ma soprattutto che cade sempre nel momento in cui meno ce lo si aspetta.

Ecco il quadro generale. Che altro dire? Forse due cose che non sono state abbastanza sottolineate. La prima è che più a lungo durerà questo grigio, più costerà caro a tutti. Per il resto del mondo, si tradurrà in un aumento dei prezzi dei carburanti, che si ripercuoterà su tutto il resto. Per gli abitanti della regione, è un futuro bloccato. Ora, per uscire dal grigio, occorre o un grande accordo o una nuova guerra, due opzioni che al momento non sembrano essere sul tavolo.

La seconda cosa: se c’è un solo insegnamento da trarre da tutta questa sequenza cominciata il 7 ottobre 2023 è che il Medio Oriente non conoscerà né pace né stabilità finché il regime iraniano rimarrà al potere, finché persisterà l’impunità israeliana e finché non sarà stato creato uno stato palestinese sostenibile. Che piaccia o meno a qualcuno, queste questioni sono intimamente legate.

(Traduzione di Andrea de Georgio)

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