Da Benjamin Netanyahu a Donald Trump fino al regime dei mullah e degli ayatollah, i nemici giurati in questa tragedia che si abbatte sul Medio Oriente hanno più di un tratto in comune: comportamenti criminali e ambizioni imperiali. La stessa gelida indifferenza per i limiti. Lo stesso disprezzo per le vite che non sono le loro. Lo stesso approccio totalizzante alla religione e al denaro.

Israele non ha una costituzione, non riconosce confini al suo territorio. L’estrema destra suprematista al potere usa la Bibbia come un catasto. Gaza e la Cisgiordania, il Golan, il versante siriano del monte Hermon, il sud del Libano cadono uno dopo l’altro sotto il suo controllo. E quando ascoltiamo il primo ministro Netanyahu dichiarare in un’intervista dell’agosto 2025 che lui è “affezionato” alla visione del “Grande Israele” o l’ambasciatore statunitense a Gerusalemme Mike Huckabee affermare tranquillamente che “Israele è una terra che Dio ha dato per tramite di Abramo a un popolo che egli ha scelto” e aggiungere: “Sarebbe accettabile che prendessero tutto”, non è legittimo preoccuparsi per il futuro?

Tutti i fondamenti su cui poggiava il vecchio ordine sono marci. Siamo arrivati alla fase in cui trionfa la legge dell’ognuno per sé. In cui il più debole è alla mercé del più forte

Oltretutto nel frattempo gli Stati Uniti mettono le mani sul Venezuela, pretendono la Groenlandia e ora Cuba, invocano il Canada. Trascinati dal loro alleato israeliano, hanno aperto in Iran un fronte che si sta allargando e minaccia il resto del mondo.

I mullah iraniani, intanto, stanno attivando le loro pedine in Yemen, Iraq e Libano. Nel paese dei cedri, dove mi trovo, Hezbollah (che è ai loro ordini) ha appena chiamato a raccolta le forze della morte nel nome di un progetto religioso transnazionale fatalmente fondato sull’esclusione. A differenza di quanto fa Israele nei territori occupati, Hezbollah si trova sul proprio territorio in Libano, ma tiene comunque la popolazione in ostaggio.

Da un lato e dall’altro della frontiera, l’esercito israeliano e Hezbollah – pur combattendosi – operano nella stessa direzione: far saltare gli stati nazione e tutti i legami che consentono a una società di trascendere le sue identità comunitarie. Gli uni si appropriano dell’identità ebraica, gli altri di quella sciita. Entrambi coltivano l’ignoranza all’interno delle rispettive popolazioni, entrambi fanno in modo che qualsiasi dissenso all’interno di questa o quella comunità sia colpito dall’isolamento, o peggio dai conflitti interni.

E nel frattempo l’Europa, a eccezione della Spagna, dopo Gaza continua ad accettare la morte del diritto internazionale che invece rivendicava per l’Ucraina. La follia delle armi oggi è tale che bisogna essere pazzi per volerla affrontare. Le donne iraniane lo sanno. Eppure questo è il momento di non arretrare. Ora o mai più. In questa parte del mondo la vita si divide tra l’odio e il logoramento. Più s’insinua il logoramento, più cresce l’odio. E questa sindrome sta per contaminare il pianeta. Spetta ora a qualsiasi intelligenza capace di concepire l’alterità e l’empatia resistere e farsi sentire in una forma o nell’altra. Non si tratta di trionfare sull’onda anomala, che ormai avanza; si tratta, per tutte e tutti, di salvare dentro di noi quel che vale ad attribuire alla nostra specie la qualifica di umana. Si tratta di dire no all’istinto tribale, alle scelte che non sono tali; di restare fedeli a una stessa visione del futuro in cui l’uguaglianza, la libertà e la fraternità non saranno necessariamente lettera morta come oggi.

A questo proposito, c’è un altro tratto comune ai protagonisti della guerra che salta agli occhi. È l’uso che questi (e dico “questi” perché sono uomini) fanno della loro virilità. È il diritto che si attribuiscono, abolendo il diritto, di tradurre i loro desideri in diktat.

Quando Tel Aviv e Washington scelgono la guerra, violano tutti i meccanismi che garantiscono i legami elementari tra un paese, una cultura e l’altra. S’impadroniscono di un corpo che non gli appartiene e, con il pretesto della loro sopravvivenza, lo violentano impunemente. È la stessa cosa che fanno i fondamentalisti musulmani.

Dobbiamo pensare e resistere. Perché tutti i fondamenti su cui poggiava il vecchio ordine sono marci. Siamo arrivati alla fase incontrollabile e assurda in cui trionfa la legge dell’ognuno per sé, proprio quando ognuno dipende ineluttabilmente dall’altro. La fase in cui il più debole è alla mercé del più forte. Ecco spiegate l’incoerenza e la vacuità di quasi tutte le dichiarazioni politiche.

Questa pagina oscena della storia si chiuderà per le generazioni future solo se saremo in tante in tutto il mondo a ricordarci che, indipendentemente dal paese in cui viviamo, respiriamo la stessa aria asfissiata, a batterci contro lo stupro in tutte le sue forme, con l’amore in testa. Questo non è ingenuo ottimismo (scrivo sotto il rumore dei droni e delle bombe), è il poco che ci resta da dire o da fare quando la catastrofe è stata innescata su scala così vasta. ◆ fdl

Questo articolo è uscito sul quotidiano francese Le Monde.

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Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati