Il 28 gennaio 2026 una scritta è apparsa su un muro del quartiere dei Marolles, nel centro di Bruxelles: “Abolish Ice, burn down Frontex”. Erano passate tre settimane dall’omicidio di Renee Nicole Good negli Stati Uniti e stavano aumentando, in Belgio e altrove, le persone che paragonavano l’Immigration and customs enforcement statunitense all’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, nota come Frontex.

Le due agenzie hanno una storia simile. Create a un anno di distanza l’una dall’altra (l’Ice nel 2003, Frontex nel 2004), in un contesto segnato dagli attentati dell’11 settembre 2001, sono state presentate come la risposta necessaria a una presunta minaccia alla sicurezza: l’immigrazione. Con finanziamenti e competenze sempre più ampi, hanno entrambe come obiettivo principale la riduzione dell’immigrazione cosiddetta irregolare e sono entrambe accusate di violare dei diritti fondamentali.

Frontex avrebbe fatto volentieri a meno di questa pubblicità negativa proprio nell’anno in cui il suo mandato sarà rivisto.

La Commissione europea ha avviato la procedura di riforma nell’estate del 2025, lanciando una consultazione pubblica e cominciando a raccogliere i contributi degli stati membri. Nel terzo quadrimestre del 2026 dovrebbe presentare il testo della proposta di riforma al parlamento europeo e al consiglio, che proporranno le loro modifiche per giungere, attraverso il negoziato interistituzionale chiamato trilogo, a un accordo sulla versione definitiva del testo.

Alcuni elementi della proposta di riforma sono già trapelati. L’obiettivo condiviso è rafforzare il mandato dell’agenzia, ma non tutti lo intendono allo stesso modo. Per i paesi europei, la sua evoluzione rappresenta al tempo stesso un’opportunità e una minaccia.

L’epoca in cui Frontex svolgeva un ruolo di semplice coordinamento è ormai lontana.

Creata dopo l’allargamento a est dell’Unione nel 2004 per aiutare i singoli paesi a sorvegliare le frontiere esterne dello spazio Schengen, l’agenzia ha offerto per anni il suo sostegno anche in altri settori (operazioni di rimpatrio, raccolta di dati sui cosiddetti flussi migratori, formazione). A partire dal 2016 la sua autonomia operativa è stata rafforzata, prima con la possibilità di acquistare attrezzature tecniche, poi, nel 2019, con la creazione di un corpo permanente di agenti armati, in parte assunti direttamente.

Una proposta discutibile

Per gli stati questo ruolo operativo va tenuto sotto controllo. Silvia Carta, responsabile advocacy dell’organizzazione Picum (Platform for international cooperation on undocumented migrants), parla di “controspinta rispetto a tutto quello che viene visto come un’intromissione nelle competenze nazionali”.

A febbraio del 2026 dieci paesi (Croazia, Grecia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovenia, Spagna e Ungheria) si sono schierati pubblicamente a favore di una riforma che renda l’agenzia più efficace, ma senza estenderne il mandato.

Un punto controverso, osserva Mathias Monroy, autore del blog Dissecting security architectures in the EU, è il potenziale ruolo di coordinamento di Frontex nei piani europei di difesa contro i droni. “Frontex ha già condotto dei progetti pilota”, spiega Monroy. “Hanno organizzato una giornata dell’industria dedicata ai droni e un concorso di difesa. Ma non esiste ancora un quadro legale che consenta all’agenzia di operare in questo campo, ed è un argomento di dibattito tra gli stati”.

Allo stesso modo, sottolinea Monroy, “la proposta di permettere a Frontex di operare alle frontiere tra stati all’interno dello spazio Schengen sarà probabilmente respinta dalla maggior parte degli stati, perché si tratta di una questione di sovranità nazionale”.

I paesi dell’Unione, osserva Silvia Carta, sono invece disposti a dare più libertà all’agenzia lontano dai loro territori, perché avere “un braccio operativo negli stati terzi (cioè esterni all’Unione europea) fa comodo”.

In un documento dell’allora presidenza danese del consiglio dell’Unione europea, pubblicato a dicembre del 2025 dall’associazione Statewatch, si legge che “gli stati membri sono a favore di un ruolo maggiore di Frontex nella cooperazione con gli stati terzi”, possibilmente attraverso “forme più flessibili di accordi internazionali”.

Frontex potrebbe inoltre svolgere un ruolo centrale nei trasferimenti forzati di persone in stati terzi e nella gestione dei centri di rimpatrio operativi al di fuori del territorio dell’Unione europea.

Le due misure sono al centro del nuovo regolamento rimpatri. Il parlamento europeo si appresta a votare in seduta plenaria, il 26 marzo, una versione del regolamento dettata dall’estrema destra con il beneplacito del gruppo di maggioranza, il Partito popolare europeo (Ppe).

Contro i diritti

Questo lascia immaginare come potrebbe svolgersi il dibattito sulla riforma di Frontex, anche perché uno dei principali conoscitori e sostenitori dell’agenzia è un eurodeputato francese, Fabrice Leggeri, del partito di estrema destra Rassemblement national.

Tra il 2000 e il 2003, quando lavorava nella Commissione, Leggeri ha contribuito alla creazione dell’agenzia. Dal 2015 al 2022 ne è stato il direttore, poi caduto in disgrazia, e ora, entrato al parlamento europeo nel 2024 con il gruppo Patrioti per l’Europa, può esprimere apertamente posizioni che in passato, da funzionario europeo, era tenuto a stemperare.

Ilaria Salis, eurodeputata italiana del gruppo La Sinistra al Parlamento europeo, si è confrontata con Leggeri al momento dell’esame della proposta di regolamento sui paesi terzi sicuri, per la quale erano entrambi relatori ombra (il regolamento è stato adottato il 23 febbraio 2026).

“Leggeri ha insistito perché il testo includesse la possibilità di deportare minori non accompagnati in paesi terzi dove non avevano mai messo piede, se ritenuti una minaccia per la sicurezza nazionale”, racconta Salis. “Il Ppe era d’accordo, è stato il consiglio a opporsi (solo su questo punto, per il resto è passato tutto). Ormai personaggi come Leggeri non sono marginalizzati, le loro istanze vengono recepite da una maggioranza che va dal centrodestra alla destra”.

Per capire cosa proporrà Leggeri al momento del dibattito sulla riforma di Frontex, si può leggere una sua intervista pubblicata nel luglio del 2025 sul sito della Patriots for Europe foundation: “Frontex è diventata un’agenzia prigioniera dell’ideologia droits-de-l’hommiste che paralizza la sua azione (il droits-de-l’hommisme è un neologismo caro alla destra francese, usato per screditare chi difende i diritti umani, ndr). Invece di difendere le frontiere europee, l’agenzia è ostacolata nelle sue operazioni da agenti incaricati di monitorare il rispetto dei diritti fondamentali”.

Chi si occupa di questi diritti – ong, giuristi, attivisti – ha una visione opposta: i meccanismi introdotti negli anni per garantire che Frontex rispetti i diritti fondamentali sono inefficaci, come ha denunciato Picum alla Commissione.

L’agenzia, da parte sua, tenta di promuovere un’immagine positiva nelle sue campagne di comunicazione e di reclutamento, immagine che serve a legittimare la sua ambizione: rendersi indispensabile agli stati, mantenendo la sua autonomia.

Non solo alle frontiere

Come ricorda Monroy, “il funzionamento delle agenzie europee prevede che chi le dirige non possa ricevere ordini da organi superiori. Tutte le decisioni operative sono prese dal direttore. In questo Frontex non è diversa”. Tranne che su un punto: “Non è mai stato previsto che l’Unione istituisse un suo corpo di polizia, eppure è quello che Frontex è diventata”, osserva Monroy. “L’Unione europea, in teoria, non deve creare strutture già esistenti nei suoi stati, ma strutture in grado di sostenerli e potenziarli”. E questo spiega la resistenza di alcuni governi all’espansione dell’agenzia.

Chi se ne rallegra è invece l’industria della difesa, che vede in Frontex, con il suo bilancio in costante crescita, un cliente d’oro. Tanto più, avverte Salis, che l’agenzia “sarà coinvolta sempre di più nelle strategie di difesa e di sicurezza dell’Unione, ora che la migrazione è considerata parte dei cosiddetti attacchi ibridi”.

Ci si poteva aspettare che il ruolo di primo corpo di polizia dell’Unione spettasse a un’altra agenzia: l’Europol, il cui personale invece non è armato (”La nostra arma è l’intelligence”, si legge sul sito). Frontex è armata e fiera di esserlo. Dispone di risorse notevoli ed è appoggiata dall’estrema destra, che la vorrebbe ancora più incisiva nella lotta contro l’immigrazione irregolare. La prossima riforma le darà senz’altro più poteri, ma resta da vedere quanto spazio vorranno concederle gli stati europei.

Il caso del Belgio potrebbe destare allarme. Nel 2025 è entrata in vigore una legge che consente agli agenti Frontex di operare sul territorio belga sotto la supervisione delle forze di polizia. La legge in teoria si applica solo “alle zone di frontiera esterne dello spazio Schengen in Belgio”: aeroporti, porti e la stazione ferroviaria Midi, da cui partono i treni per il Regno Unito.

Ma c’è chi teme che apra la strada a una presenza più diffusa dell’agenzia sul territorio, soprattutto ora che, con il nuovo regolamento rimpatri, saranno rafforzate le misure per individuare le persone in soggiorno irregolare sul territorio dell’Unione.

L’impatto delle politiche migratorie, ricorda Silvia Carta, “non si vede solo alle frontiere ma anche in città, nelle strade, nei luoghi di lavoro, nelle scuole. La violenza ai confini si dirama fin qui”. E dove ci sono confini, crescerà la presenza di Frontex.

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