Ai Mondiali di calcio maschili negli Stati Uniti, che disputano in questi giorni, capita spesso di ascoltare Wonderwall degli Oasis. Il brano della band di Manchester viene cantato dai tifosi inglesi allo stadio insieme alla squadra dopo ogni partita vinta ed è diventato una specie di inno nazionale non ufficiale. Addirittura alcuni inglesi l’hanno intonata durante uno degli eventi statunitensi per eccellenza: il rodeo. Dopo la vittoria dell’Inghilterra contro il Messico il 6 luglio le riproduzioni della canzone su Spotify sono cresciute del 306 per cento rispetto al giorno precedente.
Questo è il paradosso degli Oasis oggi: non pubblicano nuova musica dal 2008, ma sono probabilmente più famosi di un tempo, soprattutto negli Stati Uniti, un paese che negli anni novanta non erano riusciti a conquistare. Grazie a quella bolla spazio-temporale che solo internet, i meme e i servizi di streaming sono in grado di creare, questi due reduci dagli anni novanta sono tornati prepotentemente d’attualità.
Perfino Bad Bunny li ha omaggiati in occasione del suo concerto a Londra, nel quale tra l’altro ha duettato con un altro sopravvissuto all’era del Britpop: Damon Albarn. Uno, che a differenza dei fratelli Gallagher, nel frattempo è rimasto più al passo con i tempi.
Ma non importa. Gli Oasis, con la forza del passato e il grande repertorio che si portano sulle spalle, per il momento non hanno bisogno di innovare per essere rilevanti, si accontentano di essere sé stessi, giocando anche sul carisma, l’ironia e una sana dose di populismo british, che non gli impedisce tuttavia di tenersi lontani dall’impegno politico (pochi mesi fa hanno partecipato al progetto Help in favore dei bambini colpiti dalle guerre).
Dopo essersi riuniti a sorpresa nel 2025 per una serie di concerti a sedici anni dal loro scioglimento, i fratelli Gallagher ora sono pronti a ripartire e hanno annunciato un tour per l’estate del 2027 che toccherà anche l’Italia con due date allo stadio Olimpico di Roma il 12 e il 14 luglio. Questi concerti italiani, quasi sicuramente, faranno registrare il tutto esaurito, a differenza di quello di Milano nell’agosto del 2009, annullato dopo il litigio tra i due fratelli e lo scioglimento della band a Parigi, che aveva venduto “solo” 15mila biglietti.
A preparare il terreno per la tournée del 2027 ci penserà anche il documentario Don’t look back in anger, in uscita in Italia il 10 settembre, che celebrerà il tour della reunion ed è stato diretto da Dylan Southern e Will Lovelace, registi autori di due ottimi documentari come Shut up and play the hits sugli Lcd Soundsystem e Meet me in the bathroom sulla scena rock di New York nei primi anni duemila.
Schegge del novecento
Il rapporto tra internet e il passato, ovviamente, non riguarda solo gli Oasis. Chi si occupa di musica ha a che fare con questo tema tutte le settimane, o quasi. E sono tanti gli esempi di artisti e band che, grazie agli algoritmi dei social media e alle condivisioni spontanee degli utenti, sono tornati alla ribalta.
Era successo nel 2020 ai Fleetwood Mac, quando il loro brano Dreams era stato reso di nuovo popolare da un video di TikTok di un uomo che andava sullo skateboard; era successo ai Metallica, scelti dagli autori della serie tv Stranger things per accompagnare una scena chiave e diventati improvvisamente delle star anche per la generazione Z; è successo al singolo degli anni ottanta Forever young della band synth-pop tedesca Alphaville, tornato in classifica nel 2024 sempre grazie ai social media.
Qualcuno questo fenomeno l’ha raccontato fin dagli inizi, intuendo subito in che direzione portava: il giornalista Symon Reynolds ne aveva parlato nel 2011 in Retromania, pluricitato saggio sul rapporto tra cultura pop e passato che spiegava bene come i progressi tecnologici ci avessero portato a guardarci sempre più indietro.
Ma anche i Daft Punk nell’album del 2013 Random access memories avevano fatto un’operazione simile, trasformando schegge del novecento in oggetti culturali quasi futuristici. Ricorrendo a elementi come le chitarre disco di Nile Rodgers o la registrazione di un monologo del padre della house Giorgio Moroder, il duo francese sembrava chiedere a sé stesso e al suo pubblico: dove stiamo andando, avanti o indietro?
Gli stessi Oasis negli anni novanta, in modo sicuramente più istintivo, agivano come una macchina del tempo. Noel Gallagher, chitarrista e principale compositore dei pezzi del gruppo, è sempre stato un “retromaniaco” incallito: è un collezionista di bootleg dei Beatles, ascolta Sly and The Family Stone, ama la musica psichedelica degli anni sessanta ma anche la house anni ottanta.
Suo fratello Liam vive da sempre nel culto assoluto di John Lennon. Le canzoni della band di Manchester sono infarcite di citazioni spudorate, che lo stesso Noel esibiva senza paura: il riff di Cigarettes & alcohol, uno dei brani più amati dai fan, è preso pari pari da Bang a gong (Get it on) dei T-Rex; le note di pianoforte iniziali di Don’t look back in anger sono molto simili a quelle di Imagine di John Lennon; David Bowie sosteneva che il singolo del 1994 Whatever fosse un po’ troppo simile alla sua All the young dudes; nel 1995 il gruppo era stato costretto a togliere dall’album What’s the story (Morning glory)? il brano Step out perché considerato troppo simile a Uptight (Everything’s alright) di Stevie Wonder.
L’idea che gli Oasis fossero dei “copioni”, basata sul sopravvalutato mito dell’originalità artistica, era piuttosto diffusa ai tempi, soprattutto nella comunità indipendente, quella da cui veniva lo stesso gruppo. Oggi, paradossalmente, il citazionismo è considerato un punto di forza: basta pensare ai brani più famosi di Dua Lipa, al successo di giovani band rock che fanno del revival il loro punto di forza (Fontaines D.C., Idles). Per non parlare di come negli ultimi cinquant’anni il rap abbia trasformato il campionamento in un’arte.
Come sarà il prossimo tour della band di Manchester? Salvo sorprese clamorose, come l’uscita di un nuovo album, anche le date del 2027 saranno molto simili a quelle del 2025. Sarà probabilmente un trionfo, visto com’è andata due anni fa: gli Oasis sono tornati in forma e suonano meglio di vent’anni fa, la loro musica abbraccia almeno tre generazioni e riuscirà ad accontentare sia chi tornerà a vederli dopo tanto tempo sia chi li vedrà per la prima volta.
La vera sfida per loro, dopo aver sfruttato fino in fondo l’effetto nostalgia, sarà quella di aprire un nuovo capitolo, ammesso che vogliano farlo. Pubblicheranno nuove canzoni? Torneranno a essere una band del presente o resteranno fermi per paura d’intaccare la loro eredità?
Sono tutte domande giuste. Ma per le risposte, forse, è presto. Per chi vorrà andare a vederli a Roma, o altrove, è il momento di pensare ad altro, per esempio all’impresa di comprare i biglietti (che saranno cari, anche stavolta). Quello dell’estate prossima sarà un altro giro felice sulla giostra della nostalgia.
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