Qualche giorno fa è uscito un articolo del Guardian su Josh Homme, il leader dei Queens of The Stone Age, una delle più famose band rock degli ultimi anni, autori di dischi bellissimi come Rated R e Songs for the deaf. Nel pezzo la giornalista Laura Snapes si chiede come sia stato possibile per Homme conservare praticamente intatto il suo status di brillante rockstar nonostante sia stato accusato di violenza domestica dall’ex moglie, la cantante e chitarrista dei Distillers, Brody Dalle, e nonostante nel 2017 durante un concerto abbia dato un calcio in faccia a una fotografa senza nessun motivo.
Homme, dopo essere guarito da un tumore, negli ultimi anni ha cercato di riabilitare la sua immagine, si è disintossicato e ha fatto dichiarazioni pubbliche di scuse. Va detto che nel processo che nel 2022 l’ha visto contrapposto a Dalle sono emerse violenze commesse da entrambe le parti e i giudici hanno affidato i tre figli della coppia proprio a Homme. Ma in aula è venuto fuori soprattutto altro: Dalle, in una delle deposizioni, ha raccontato che nel 2019 Homme le ha dato una testata così forte da farle “vedere le stelle” e le diceva che faceva fantasie sul fatto di volerla uccidere.
Eppure, prosegue Snapes, Josh Homme ne è uscito praticamente immacolato, un po’ come Johnny Depp dal processo contro Amber Heard. Gli è bastata qualche scusa pubblica per tornare in carreggiata nel giro di pochissimo tempo e risalire sul palco di fronte a fan adoranti, uomini e donne. Una cosa simile è successa a Chris Brown, cantante rnb statunitense condannato nel 2009 per violenze contro l’allora compagna Rihanna, che in questi giorni è in tour negli stadi statunitensi insieme a Usher, e sul palco con loro salgono artiste come Mary J. Blige e Alicia Keys.
La questione che pone il Guardian, e che secondo me dovrebbero porsi tutti gli appassionati di musica, è: “A quasi un decennio dall’affermazione del movimento #MeToo, è chiaro che la nostalgia del pubblico per gli artisti che hanno creato opere significative per loro nell’età formativa prevale sul disagio causato dalla violenza contro le donne”. Chiederselo in questo momento ha ancora più senso, dato che negli Stati Uniti e altrove si sta ragionando di nuovo su quello che è stato il movimento woke e su quello che potrebbe diventare.
Il punto è che nella musica statunitense, e non solo, il #MeToo non sembra esserci mai stato fino in fondo. Si sono verificati dei singoli casi di denunce e procedimenti giudiziari contro persone che hanno violentato e ridotto in schiavitù donne, ma solo quelli più eclatanti sono arrivati a una conclusione processuale: il cantante R. Kelly e il rapper P. Diddy sono stati condannati, è vero, ma entrambi erano colpevoli in realtà di reati così gravi da trascendere perfino la violenza di genere. Non si limitavano a violentare donne, ma avevano messo in piedi, seppur con metodi e fini diversi, una moderna tratta delle schiave, che nel caso di R. Kelly sconfinava addirittura nella pedopornografia.
Insomma, i casi troppo gravi per essere ignorati sono stati affrontati, ma sugli altri l’industria e l’opinione pubblica sembrano aver chiuso un occhio. Questo ovviamente non significa che chi fa qualcosa di sbagliato debba essere marchiato a vita. Ma l’impressione, come nel caso già citato di Josh Homme, è che l’assoluzione sia stata un po’ troppo veloce e indolore da parte di tutti: industria, mezzi d’informazione e soprattutto pubblico. E questa, in particolare, sembra essere una prerogativa della musica popolare: ci fa dimenticare presto le cose brutte, ci distrae facilmente. Perché le rockstar e le popstar sono “maledette”, e quindi vale tutto.
Per non assumere la posa del moralizzatore di comodo, nel calderone mi ci metto anch’io: sono un fan sfegatato di Kanye West, o per meglio dire della sua musica, e questo mi porta a dimenticare tutte le cose orrende che ha combinato e che combina, dagli slogan antisemiti alle accuse di violenze sessuali, dalla voglia di fare tour in Russia al rapporto inquietante con l’attuale moglie Bianca Censori, che spesso sembra una schiava esposta come un trofeo.Ma il punto è questo, secondo me: un conto è separare l’uomo dall’artista – io cerco sempre di farlo, la musica non è mai colpevole di niente, al massimo le persone lo sono – un altro conto è però che l’industria musicale non abbia gli anticorpi per isolare le persone che commettono violenze contro le donne e a permettergli di prendere davvero coscienza delle violenze che hanno commesso.
A volte basta fare le scuse di rito, qualche intervista con i giusti mezzi d’informazione e si torna di nuovo in corsa. Questo, per la verità, non è successo a Kanye West, che ormai fatica a trovare posti dove esibirsi, ma è successo invece a Marilyn Manson, che dopo le terribili accuse di abusi fisici e psicologici mosse dall’ex fidanzata Evan Rachel Wood e da altre donne sembra esserne uscito tutto sommato indenne. L’estate scorsa, per dire, si è esibito in Europa (anche a Roma) in una serie di date da tutto esaurito.
E in Italia? Se negli Stati Uniti il #MeToo nella musica è rimasto confinato ai margini, dalle nostre parti finora le cose non sono andate meglio. Si è parlato molto dei testi della trap, che per carità sono spesso misogini ma nella maggior parte dei casi sono stati analizzati da persone che non avevano gli strumenti per contestualizzarli, e la cosa sembra essersi risolta lì. Ma ci sono cose ben più gravi dei testi della trap. Faccio un esempio su tutti: Morgan.
Non ho mai intervistato né mai incontrato Marco Castoldi di persona, quindi non mi permetto di dare giudizi su di lui, per quanto trovi discutibili molti suoi comportamenti e prese di posizione pubbliche. Trovo però che la vicenda in cui l’ex compagna Angelica Schiatti l’ha accusato di stalking e revenge porn (il processo è attualmente sospeso e dovrebbe riprendere a novembre) sia indicativa di quanto, tutto sommato, la violenza contro le donne sia un problema fino a un certo punto per il mondo musicale italiano.
Basta una reunion dei Bluvertigo per spazzare via tutto: si torna a fare le interviste con i giornali e a fare l’ospite sulle radio nazionali. E magari Morgan parla d’imperialismo, di colonialismo e di Gaza, dando lezioni pubbliche. Evidentemente qualcosa, nel circuito mediatico e dell’industria musicale, non torna.
Questo testo è tratto dalla newsletter Musicale.
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